“Sotto i cieli della Calabria” è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.
Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria”, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.
Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.
di Franco Emilio Carlino
In questa storia, ciò che affonda e ciò che cresce finiscono per riconoscersi come fanno i rami che arrivano a intessersi con le radici. Zia Carmela aveva mani che sapevano di terra più della sua voce e silenzi che trattenevano gesti imparati troppo presto senza ricorrere ai libri. La sua voce si intreccia a quella di Gabriele, ragazzo del Nord, che arriva in cerca di qualcosa che non sa definire. Tra loro, i pergolati, in maniera discreta, facevano da ponte tra chi tace e chi ha bisogno di ascoltare. In un angolo di Calabria dove il mare respira forte e le voci sanno aspettare, il passato e il presente si sfiorano senza rumore. Tra i passaggi, anche Rossano – già noto in altri racconti di questa raccolta – fa capolino, legando le storie con la sua presenza silenziosa e sapiente.
A Bagnara, il sole al suo sorgere sparge luce in tutte le direzioni, come se avesse le chiavi del paese: si adagia piano sulle pietre calde, scivola tra i vicoli, sfiora le pareti come un visitatore distratto. I pergolati, pazienti e nodosi, parevano la conclusione di un lungo negoziato tra foglie e mani. Meravigliosamente intrecciati, rompevano la luce in frange irregolari che sembravano scivolare giù dai terrazzi come cortine di foglie verdi e fitte di grappoli pendenti in attesa della raccolta.
Lì, tra quelle strade dove l’aria sa di sale e mosto, abitava Zia Carmela, una donna che aveva una straordinaria calma di rivolgersi alle viti, come fa una mamma che parla con un figlio.
Ogni mattina, prima che il paese si svegliasse davvero, la si vedeva salire su una piccola scala di ferro battuto per controllare le viti. «Sono stanchi, questi tralci», diceva a voce bassa, accarezzando le foglie. «Ma se gli parli bene, ti danno l’uva come se fosse la prima volta». Non era un rito, ma una delicata e premurosa abitudine.
Quel settembre il cielo era limpido, e la vendemmia prometteva bene. La quiete fu interrotta dall’arrivo di Gabriele. Era un ragazzo del Nord, arrivato da solo. Diceva di cercare il paese della nonna calabrese, ma nessuno gli chiese di più. Bastava guardarlo mentre osservava le facciate rovinate dalla presenza di fenditure, mentre toccava i muri con la mano aperta, mentre le sue dita seguivano le crepe alla ricerca di ricordi. Aveva gli occhi preoccupati e un notes che riempiva di schizzi rapidi, appunti e spazi lasciati vuoti come fossero altri pensieri.
Un giorno si fermò sotto il pergolato di Carmela. Restò lì, in piedi, a guardare le foglie che si muovevano lente, accarezzate dal vento, proiettando le loro ombre sulla parete.
«È vero che qui i pergolati hanno una voce?» chiese, senza voltarsi.
Carmela smise di spazzare e si appoggiò alla scopa.
«Se ce l’hanno, è perché li abbiamo ascoltati per primi. Non parlano con tutti. Devi meritartelo».
Gabriele sorrise, ma non rispose. Rimase lì, sotto quel pergolato dove l’uva maturava, mentre quelle parole, accompagnate dai suoi pensieri, trovavano posto nella sua mente per essere custodite.
Nei giorni seguenti lo si vide spesso passeggiare per il paese, fotografare, disegnare. A volte si fermava a parlare con gli anziani seduti al bar. Altre, semplicemente ascoltava.
Una mattina, Carmela trovò sul suo muretto un foglio. Sopra c’era scritto: «Qui le viti trattengono nomi, e i muri non perdono quanto li ha sfiorati. Ho scoperto legami che non pensavo di avere, e non tutti sono sotto terra». Lo lesse più volte, poi versò un sorso di vino in un bicchiere e lo alzò verso il mare.
–Va’ in pace, figliólu. Che le foglie ti facciano strada quando non saprai dove andare.
Da quel giorno, ogni volta che qualcuno si fermava sotto quel pergolato, Carmela raccontava la storia del ragazzo venuto da lontano. Lo faceva con la calma di chi sa che certi racconti hanno bisogno di maturare come il vino. E chiudeva sempre con le stesse parole: «Non è il dono a fare la differenza. Conta ciò che lasci crescere nel tempo, non ciò che ricevi. Siamo noi a decidere se farne memoria».
Il tempo passò. Gabriele non tornò. Ma il suo nome cominciò a circolare tra i racconti della piazza. Si diceva che stesse scrivendo un libro. Qualcuno sosteneva che avesse trovato l’amore di una ragazza su una montagna e che provasse, invano, a ricreare un pergolato come quello di Bagnara.
–I pergolati del Nord sono ordinati – diceva Carmela – ma gli manca l’aria che qui si mischia al sale e porta notizie dagli scogli.
Rideva, con le rughe piegate dalla fatica e dal sole e aggiungeva: «a Bagnara niente finisce: le cose cambiano, maturano, come l’uva che aspetta il suo tempo».
Quando arrivava la festa della Madonna del Carmine, la via sotto il pergolato si accendeva di luci e profumi, e Carmela preparava un tavolo sotto i tralci. Invitava tutti: vicini, bambini, chi passava per caso. Serviva vino, pane, racconti. Sempre la stessa storia. Sempre con parole nuove.
–Vedete – diceva ai bambini, indicando il pergolato – questo non è solo un intreccio di foglie. È il tetto che il paese si costruisce quando il cielo diventa troppo forte, un posto che il vento non attraversa mai per sbaglio. È ombra che consola, è pane.
Una nipotina le chiese un giorno chi fosse davvero Gabriele. Carmela ci pensò un attimo, poi rispose con voce ferma:
«Uno che ha avuto il coraggio di ascoltare».
In quel momento, il vento mosse le foglie della pergola. Sembrava un cenno.
Pochi giorni dopo passò Rossano. Era in visita ai parenti, con un taccuino e tanta curiosità. Si fermò lì, sotto i tralci, e ascoltò in silenzio il racconto di Carmela.
Quando lei ebbe finito, lui chiese: «E tu, Carmela, cosa racconti alle viti, quando non c’è nessuno ad ascoltare?»
Lei sorrise appena, guardando le foglie. «Racconto ciò che non voglio dimenticare. E loro lo custodiscono meglio di chiunque».
Rossano annuì. – Allora è vero: certe storie si piantano, e poi crescono. Si allontanò, lasciando nel cortile una vibrazione breve, come dopo un passo pesante. Questa storia la porto con me. Alcune voci parlano anche a chi viene da lontano.
Da allora, ogni tanto, tra le foglie dei pergolati si sente un brusio sottile, come un nome detto a mezza voce.
Qualcuno dice sia il vento.
Qualcuno pensa sia un pensiero che non trova posto altrove, come i ricordi.
Ma Carmela sorride. Perché sente che qualcosa, tra quei rami, ha deciso di rimanere.
Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.





