“Sotto i cieli della Calabria” è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.
Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria”, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.
Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.
di Franco Emilio Carlino
Tra mito, memoria e paesaggio, questo racconto ci conduce nel cuore della Sila, dove il pino non è solo un albero, ma una presenza viva, testimone del tempo e guardiano silenzioso. Attraverso la figura di Rossano, uomo del ritorno e dell’ascolto, la narrazione ci accompagna in un luogo in cui la natura non fa da sfondo, ma parla, ricorda, custodisce.
Si racconta che, quando Dio guardò la Calabria per la prima volta, si fermò sulla Sila: una terra nuda e maestosa, con colline che si rincorrevano come onde, laghi lucenti e silenzio ovunque. Ma qualcosa mancava.
Allora il Signore lasciò cadere una semenza da cui germogliò il pino laricio: alto, resistente, capace di attraversare gli anni senza cedere. Così nacquero le pinete della Sila.
Ogni mattina la luce del sole scivola, quasi distratta, sulle chiome degli alberi.
Le ombre si allungano tra i tronchi dritti e l’aria si riempie di resina e quiete.
La Sila non parla: accoglie ciò che le viene dato e lo conserva senza commentarlo.
I pastori lo sentono all’alba, i viandanti lo riconoscono lungo i sentieri bagnati di rugiada.
Tra cortecce e sottobosco si nasconde qualcosa che pulsa: è la voce antica della montagna.
Fu in un mattino così che Rossano tornò nella Sila.
Non cercava nulla. Tornava per ricordare.
Camminava lento, come se ogni passo dovesse trovare il proprio posto per lasciare spazio al successivo.
I suoi occhi castani sembravano ascoltare più che vedere.
Conosceva i nomi dei laghi – Arvo, Cecita, Ampollino, Vuturino, Passante, Savuto, Redisole – come si conoscono gli amici dell’infanzia. Ogni specchio d’acqua rifletteva una luce diversa, ogni albero un ricordo.
D’estate l’aria profuma di pino; d’inverno, la neve ammutolisce tutto. Ma i pini restano: fermi, come colonne radicate, vegliano, prendendosi cura del loro stesso territorio.
C’è un punto, dicono i vecchi, dove i pini si raccolgono così fitti da sembrare una schiera silenziosa di stendardi.
Lì il tempo si dilata; la terra respira piano.
I funghi spuntano in silenzio, i lupi – ombre decise – percorrono le radure cambiando direzione all’improvviso. Chi sa fermarsi sente le vibrazioni sommerse della Sila, quelle che tengono uniti alberi e radici.
I bambini nati tra questi alberi apprendono presto a conoscere il bosco. Sanno cosa dice il vento, quando arriva la pioggia o quando il silenzio annuncia la neve. Crescono con pupille in cui si riflettono le foglie.
Repaci aveva ragione: Dio non diede un albero qualunque, ma alla Sila donò un’identità, un’anima, un custode.
Rossano lo sapeva. Era nato lì, tra i fischi dei pastori e il pane cotto nei forni di pietra. Da ragazzo vagava da solo nel bosco.
Gli altri pensavano che parlasse da solo, ma non lo era: lui cercava e conversava coi rumori del bosco. Il vento gli rispondeva; i tronchi scricchiolavano come vecchi che raccontano; i funghi gli indicavano la strada.
Ora, dopo anni lontano, era tornato.
Nessuno sapeva perché, ma chi lo vedeva capiva che portava con sé una domanda. O una promessa.
Un vecchio carbonaro, amico di suo nonno Ciccio, gli aveva detto: «I pini sono come certi uomini: crescono lenti, ma restano. E quando li tagli, lasciano l’odore del loro tempo».
Rossano portava quella frase nel petto come un amuleto.
Un pomeriggio d’autunno, con le chiome dei larici color bronzo e l’odore di terra bagnata, si fermò in una radura: un piccolo cerchio di luce tra i pini.
Al centro, un albero più alto degli altri.
Si sedette, aprì lo zaino ed estrasse un taccuino e una matita. Non scriveva racconti, solo frammenti.
Li chiamava “parole del bosco”.
Scrisse: «Qui il tempo non corre: stratifica. Qui la voce non parla: sussurra. Qui non si cerca nulla. Ma si trova tutto».
Un fruscio gli fece alzare lo sguardo.
Un cervo, oltre il margine della radura, lo fissava immobile.
Rossano sorrise. «Anche tu sei custode», disse piano.
Col passare dei giorni camminava sempre più in profondità. Visitava i laghi, raccoglieva pietre, cortecce, piume. Non per sé, forse per qualcuno. O forse per il bosco.
I pastori cominciarono a parlarne.
Lo vedevano all’alba, sempre solo, sempre assorto. Ma quando lo salutavano, lui rispondeva con un cenno gentile e uno sguardo profondo, come se sapesse qualcosa che loro avevano dimenticato.
«Non è un ritorno», disse un’anziana al mercato. «Lui non è mai partito davvero: la Sila l’ha trattenuto».
Un giorno, nel cuore della foresta dei Giganti della Sila, dove i pini si ergono come pilastri di un tempio che nessuno ha costruito, Rossano si fermò.
La luce cadeva a lame tra i rami, l’aria era immobile.
Si sedette su una roccia coperta di licheni, posò la mano sulla terra, chiuse gli occhi.
Lì, suo nonno gli aveva raccontato la leggenda del dono di Dio. «Ascolta i pini», gli aveva detto. «Non parlano con la voce, ma con la presenza. Sono i custodi. Ora tocca a noi».
Rossano rimase lì a lungo. Quando si alzò, lasciò sotto la roccia una scheggia di legno levigata. Non era un’offerta: era un segno. Un patto.
Poi si incamminò.
Non si voltò.
Dicono di averlo visto scomparire tra gli alberi, come se il margine tra il suo corpo e i tronchi non avesse più motivo di esistere.
Da quel giorno, ogni volta che il vento soffia tra le chiome della Sila, si sente un mormorio sottile, simile a un’idea che si manifesta per la prima volta: come un lemma appena nato, forse una voce che porta il passo di Rossano.
Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.





