“Sotto i cieli della Calabria” è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.
Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria”, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.
Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.
di Franco Emilio Carlino
Rossano attraversava la Calabria, tra memoria e silenzi, seguendo ciò che sfuggiva agli occhi degli altri: frammenti sospesi, voci rimaste appese ai muri delle case, respiri dimenticati. Era uno studioso che viveva appartato, non per superbia ma per destino; come attento osservatore e documentarista raccoglieva ciò che nessuno aveva voglia di vedere e lasciava che fosse la carta a dargli una disposizione per conservare la Storia. A Palmi, durante una delle sue ricerche, si trovò davanti a un albero e a un frutto che parevano trattenere un ricordo ancora vivo muoversi nella linfa. Davanti a quell’albero, che tutti rispettavano, Rossano ebbe l’impressione di trovarsi di fronte non una verità piena, ma a un’incrinatura attraverso cui passava un senso nuovo delle cose.
Rossano era arrivato a Palmi da Genova, dove si era recato per i suoi studi e le sue ricerche. Viaggiava spesso tra i paesi del Sud, inseguendo storie che non avevano mai trovato voce. Aveva con sé una valigia leggera, due libri sottobraccio e un quaderno mezzo pieno di appunti.
Nel caldo insopportabile di luglio, Palmi – dove la terra a poco a poco si inclina verso il mare – sembrava sospesa. L’aria rarefatta mostrava il consueto tremolio del calore estivo che pareva sfilacciare perfino le ombre; da qualche cortile arrivava una nota dolce di fichi maturi che si mischiava alla polvere, come un annuncio muto.
Rossano si sistemò in una piccola stanza affacciata su una corte polverosa, vicino alla cappella sconsacrata di un vecchio rione. Fu lì che lo vide per la prima volta: il fico.
Non attirava per abbondanza o maestosità: era un albero dal profilo irregolare, ma modellato dal vento con molta cura.
La gente lo chiamava ‘u fícu ru Signúri. Nessuno ne coglieva i frutti senza il tacito assenso di Zá Concetta, la più anziana del paese.
Ogni estate, quando il caldo si faceva soffocante e l’aria pareva rarefarsi, Zá Concetta usciva dalla sua casa, saliva i tre gradini della cappella sconsacrata e si avvicinava all’albero che gli faceva da ombra. Ne sceglieva uno soltanto – quello che maturava per primo – e lo deponeva sul piattino smaltato, avvolto nel fazzoletto ricamato, in un silenzio che nessuno osava interrompere.
Di quel frutto si diceva che contenesse la verità, ciò che gli altri non avevano il coraggio di gridare. E in paese la voce passava sempre di bocca in bocca, ma sommessamente.
Rossano ricordava i racconti di suo padre, che da giovane gli aveva parlato a bassa voce di un rastrellamento nazista, della notte in cui venne preso e rinchiuso in un campo di concentramento, da cui riuscì a fuggire. Ne parlava piano, con il tono di chi sfiora qualcosa che ancora punge, come se ogni parola potesse riaprire una ferita.
Ora, a Palmi, quella memoria tornava in sogno. Vide suo padre avanzare tra tronchi contorti, mentre dietro di lui si muovevano presenze indistinte.
Non diceva nulla, ma la sua presenza pesava come un passo entro la memoria. Correva con una disperazione che sapeva di verità. Come se quel sogno non fosse un’invenzione della mente, ma il proseguimento naturale di un racconto mai concluso.
La sera successiva, Rossano era seduto su un muretto davanti alla casa in cui alloggiava, il quaderno sulle ginocchia. Scriveva piano, mentre il frinire delle cicale faceva vibrare l’aria e la collina sembrava muoversi secondo un ritmo antico cadenzato dai passi lontani di chi tornava tardi dai campi.
Non sapeva se quelle parole sarebbero servite a qualcuno, se avrebbero mai cambiato qualcosa. Ma sapeva che, se non le scriveva lui, nessuno lo avrebbe fatto.
I suoi taccuini custodivano storie rimaste senza interlocutore, ma che continuavano a bussare, ogni giorno, alla sua coscienza.
Rossano non diceva molto, ma scriveva. Riempiva quaderni a righe con parole che parevano venire da un altro tempo, uno più giusto. Lo chiamavano “il professore”. Aveva insegnato molti anni nel suo paese di origine e in altri paesi della Calabria.
Zá Concetta lo osservava da giorni. Quella mattina, senza preavviso, lo chiamò con un cenno del capo. Salì i gradini della cappella e gli diede il fico. – «Tu sì fígghiu di chi ’un si piega» – disse porgendoglielo. – «Vídi si ti réggi».
Rossano lo prese con la cura che si riserva ai simboli. Lo osservò. La buccia era sottile, segnata da piccolissime fenditure, come se la calura vi avesse lasciato la propria impronta.
Lo morse. Il sapore era intenso, profondo, ma c’era sotto qualcosa: una nota non dolce, ma viva. Sentì come un sussurro, non una voce, ma qualcosa che gli attraversò il petto.
La notte seguente non dormì. Vide ancora suo padre, ma stavolta c’era luce. Vide sua madre, giovane, con un garofano rosso tra i capelli. Vide il fico aprirsi in due, e dentro non c’erano semi, ma parole. Frasi scritte a mano. Frasi che chiedevano di essere dette.
All’alba Rossano raggiunse il Belvedere. Si mise sotto il fico e iniziò a scrivere parole non catalogabili: non appunti, non versi, ma ciò che gli bruciava dentro. Scrisse verità: quella delle terre rubate, delle bocche zittite, dei figli scomparsi, delle madri che piangono in silenzio. Scrisse come se ogni parola fosse un fico: dolce, ma con dentro la verità.
In paese il testo circolò velocemente: chi sapeva leggere prestava la propria voce a chi non poteva. E tutti, per la prima volta, si riconobbero in quelle parole.
Da allora, il primo fico non venne più mangiato. Ogni anno veniva lasciato sull’altare della cappella cadente, con un biglietto scritto a mano: «Chi cerca la verità, cominci da qui».
E il fico rimaneva lì, discreto e ostinato, come se custodisse un valore che nessuno aveva ancora il coraggio di affermare, tanto da confermare il senso che anche la verità, se non colta, può marcire.
Rossano restò a Palmi per qualche tempo. Insegnava, scriveva, piantava alberi di fico. Non per raccogliere frutti, ma per lasciare radici. Perché ogni albero nuovo era una storia che aspettava qualcuno capace di ascoltarla.
Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.





