close

Redazione

LetteraturaSegnalazione Eventi

Festival Letterature senza esercito. Il canto del pendolo, pittura e poesia a Roma

All’interno del Festival Letterature senza esercito, uno spazio particolare è dedicato alla poesia e al suo dialogo con le altre forme d’arte. In questa prospettiva si inserisce Il canto del pendolo, la rassegna a cura di Pier Paolo Di Mino e Veronica Leffe, in programma dal 20 al 23 ottobre alla Libreria Ubik Tiburtina di Roma.

I quattro appuntamenti, il cui titolo rende omaggio a un saggio di Iosif Brodskij, intrecciano parola poetica e pittura nel segno dell’ut pictura poesis, con un’attenzione particolare al mito e alla rappresentazione del femminile. Le opere di Veronica Leffe accompagneranno gli incontri. Le riflessioni della curatrice e artista, riportate di seguito, approfondiscono questo dialogo.

Gli appuntamenti

20 ottobre — Prima tempesta

Marco Cassini presenta Prima tempesta di Susana Chávez Castillo (SUR).

21 ottobre — Ingannevole più di ogni altra cosa

Prima presentazione della raccolta poetica di Nicola Argenti, pubblicata da Connessioni Editore nella collana Sentieri Interrotti. Il libro esplora gli inganni del cuore, della memoria e delle cose quotidiane, tra legami familiari, infanzia e paesaggi urbani. Prefazione di Giorgio C. Galli.

22 ottobre — Senza mai darsi pace. Vita e poesia di Assunta Finiguerra

Prima presentazione del libro di Filippo Golia, pubblicato da Connessioni Editore nella collana Passo a due. Un ritratto narrativo della poetessa lucana Assunta Finiguerra, dalle radici a San Fele alla scoperta della sua voce poetica in dialetto. Con la prefazione di Claudia Durastanti e un ricordo di Guido Oldani.

23 ottobre —  Storia Aurea —  Lo splendore

Pier Paolo Di Mino presenta Storia Aurea – Lo splendore, in dialogo con Filippo Golia. Il progetto intreccia poesia, narrazione e pittura, in relazione con le opere di Veronica Leffe.

Le riflessioni di Veronica Leffe

«[…] Una dea più bella delle altre:

sempre so riconoscere il suo urlo acuto di bestia del deserto,

lo strascico, adorno di piume e serpenti, del suo fasto.

Lo sento giungere, e sento incuocere il mio animo velenosamente:

la stessa furia assangua l’assassino; la stessa pena esalta l’amante […].»

Questo brano di “Storia Aurea”, un racconto in versi scritto da Pier Paolo Di Mino per il quale ho realizzato diverse figurazioni, è l’incipit perfetto per raccontare Athena nel deserto, l’opera che, oggi, mi lega felicemente al Festival Letterature senza esercito. Direi che qui ci sono già tutti i topoi e le metafore necessari al discorso: Athena, dea selvaggia, ma allo stesso tempo benigna, dea della Sapienza e della guerra, corre in un luogo estremo e marginale, vuoto e senza più parola e, insieme al suo urlo di guerra, trascina con sé anche le sue armi. Quali armi? Quale guerra persegue la dea? Nell’immagine originaria, che fu creata per la copertina di “Storia Aurea”, accanto alla figura ammantata di piume rosse, avevo inserito, con la tecnica del collage digitale, alcuni altri elementi: un vecchio grammofono, delle pile di libri. Questi oggetti stavano a indicare che, insomma, erano la poesia, la pittura, la musica, tutte le arti insieme a costituire l’arsenale di questa mia Athena, e che la sua guerra era la stessa guerra messa in atto dai Fedeli d’amore.

“Storia Aurea”, testo che presenterò in seno al Festival Letterature senza esercito il 23 ottobre con Filippo Golia e Pier Paolo Di Mino all’interno della rassegna “Il canto del pendolo”, costituisce il nucleo fondativo di “Lo splendore”, la performance filosofico-letteraria-artistica che da diversi anni, in collaborazione con lo scrittore Pier Paolo Di Mino, assorbe le mie energie creative.

La performance, che esplora e rappresenta il concetto mistico di Splendore (tipico della tradizione mistica ebraica cabalistica), si dipana in un gioco di specchi fra poesia e arte figurativa, narrazione e pittura, filosofia e gesti, finzione e realtà, e ruota attorno a una struttura labirintica a partire dalla relazione tra un ciclo narrativo e un ciclo figurativo. Come un’artista medievale o del Rinascimento italiano, dunque, compongo le figurazioni pittoriche relative ai concetti filosofici, ai personaggi e alle situazioni che si dipanano nel ciclo narrativo de “Lo splendore” composto da Pier Paolo Di Mino, una vasta opera che si manifesta attraverso diverse forme letterarie: dalla poesia al racconto, dal testo filosofico al romanzo. Le opere visive costituiscono l’aspetto iconografico e iconologico dell’opera, in un dialogo serrato tra poesia e pittura, tra parola e immagine, che è riassunto perfettamente dal motto rinascimentale Ut pictura poesis.

La relazione tra linguaggio poetico e pittorico si fonde nel comune slancio ad un rapporto con il divino, e in particolare con il femminile inteso come manifestazione del divino nel mondo, e mette al centro della performance la figura femminile che diventa oggetto centrale e particolare di indagine, e si declina attraverso il confronto, lo studio, la ricerca, il rapporto sempre attuale con il mito antico, nella sua relazione con il tempo e con lo spazio.

La nostra partecipazione e adesione al Festival Letterature senza esercito rappresenta per noi, oggi, un’occasione perfetta per confrontarci con altre realtà di ricerca, in cui il dialogo tra pittura, poesia e letteratura sia preminente.

Veronica Leffe

Leggi Ancora
Rubrica "I libri non scadono"

Tre figlie, tre madri, una suora, un cane e una damigiana

“I libri non scadono” è una rubrica mensile dedicata ai libri che il tempo ha ingiustamente lasciato indietro: titoli dimenticati, usciti troppo presto o semplicemente abbandonati dal ciclo promozionale.

Ogni articolo riscopre un libro che non ha data di scadenza, provando a restituirgli spazio, contesto e nuove possibilità di lettura.

La rubrica nasce nell’ambito della collaborazione tra “L’ArteCheMiPiace” e “Inchiostro – Comitato nazionale per la promozione della buona lettura“, fondato dal “Chiosco Letterario dell’Università Sapienza” e dal “Centro Culturale Connessioni“, realtà impegnate nella diffusione della lettura e nella creazione di spazi di confronto tra autori, critici e lettori.

La rubrica accoglie contributi di scrittori, critici, studiosi e lettori, nel tentativo di costruire uno spazio di riscoperta e confronto intorno a libri che non smettono di parlarci anche quando scompaiono dagli scaffali delle librerie.

 

di Viviana Viviani

 

La casa delle orfane bianche di Fiammetta Palpati (Laurana, 2024)

Non è facile narrare la terza età, forse perché non c’è il tempo di elaborare i ricordi. Bisogna allora giocare d’anticipo, quando la vecchiaia è ancora lontana ma comincia a proiettare la sua ombra. Fiammetta Palpati lo fa molto bene. Non guarda la vecchiaia da dentro: la guarda da quella terra di mezzo dove stanno le figlie cinquantenni. Sono abbastanza giovani da occuparsi delle madri e abbastanza grandi da riconoscere in quei corpi sfatti il proprio futuro. «Sembra ritirato. In sé stesso. Seccato in dentro», dice Lucia rigirandosi tra le dita un torsolo di mais trovato in cantina. E subito aggiunge: «Mummificato. Come noi».

Il punto di partenza è quasi da commedia sociale. Tre amiche di mezza età decidono di andare a vivere sotto lo stesso tetto con le loro madri anziane, per dividere le spese, le fatiche e la solitudine. Natàlia, restauratrice di mobili, mette la casa nel borgo umbro di “Amena”, che è poi Amelia appena travestita, dove ha passato tutta la vita accanto alla madre Pina. Lucia, insegnante ordinata fino alla mania, porta l’anziana Felicita, ritirata da una casa di riposo perché la retta costava troppo. Germana arriva da Roma con Adele, una madre ammutolita da decenni di psichiatria, e con un lutto troppo recente: il figlio Adamo, morto da meno di un anno. Il primo giorno è il Mercoledì delle Ceneri, e Lucia apre un taccuino intitolato Regole della casa. Il lettore capisce subito che quel patto è destinato a franare, e in effetti il sottotitolo del primo atto avverte che le donne preparano, «allo stesso tempo, il fallimento» della loro promessa di felicità.

La prima cosa che colpisce è l’impianto teatrale. Il libro si presenta come «Romanzo in due atti e un intervallo galante (godibile in platea o nel comodo del vostro salotto)». Si apre con l’elenco dei personaggi, dove accanto alle protagoniste figurano «Il cane Laica: un cane», «La Damigiana: una damigiana» e «Un Narratore imperfetto». Segue un’Avvertenza che suggerisce al lettore, se qualcosa gli sembrasse faticoso, di «tenere d’occhio il cane». La vicenda è scandita in “giornate” che seguono il calendario liturgico della Quaresima, e le pagine sono piene di didascalie. Il soggiorno della casa viene descritto come una scenografia, con il divano «color giallo polenta», le sedie da osteria dipinte di rosa ciclamino e le tre poltrone relax elettriche che svettano «enormi e minacciose» come catafalchi. Ci sono entrate, uscite, colpi di scena e rumori fuori campo scritti in maiuscolo: BUUUM!, SLAM, TOC TOC. Non è un vezzo. Il teatro dà alla storia la distanza che serve per raccontare pannoloni, dentiere e piaghe senza cadere nel patetico.

Il cuore del libro è la lingua, e la voce che la governa. Il Narratore imperfetto è un ospite invisibile della casa: pedante, impiccione, un po’ snob. Parla al plurale maiestatico, indossa una «giacca da fumo», sparge «nevvero», «eziandio» e «vivaddio», si scusa per i propri vaneggiamenti e ogni tanto perde la pazienza con le sue creature («CHE VI SCALMANATE? BERTUCCE!»). Sotto quel registro aulico scorre l’italiano parlato delle figlie, sboccato e rapido, e sotto ancora il romanesco e l’umbro delle vecchie. Ne nasce una partitura in cui Palpati si concede di tutto: le frasi nominali, che hanno il ritmo di un’azione di scena («Pezzetta. Acqua. Pezzetta.»); le divagazioni etimologiche, come quella sul verbo «rimettere», che in campagna si usa per le galline e per gli anziani mandati all’ospizio; persino una schermaglia tra Natàlia e Felicita commentata come una partita di calcio, che si chiude con «Rete. Partita per la vecchia». È una prosa che si diverte e diverte, ma che sa anche fermarsi di colpo, all’improvviso, per lasciar passare il dolore.

Poi ci sono i personaggi, tratteggiati con una precisione quasi crudele. Le madri sono tre maschere grottesche e insieme tre enigmi. Pina vive con le cuffie in testa tra il Rosario di Radio Maria e le telenovelas, e da quando la figlia era all’asilo le lascia la lista della spesa intitolata «PEMMÉ». Felicita annota ossessivamente ogni cosa in un’agenda gonfia di foglietti e va in crisi per una sigaretta «fumanda» che non torna nei conti. Adele tace e chiama soltanto la sorella che l’ha accudita per una vita: «Armida». Le figlie sono ancora più interessanti, perché ognuna ha la sua difesa: l’efficienza rancorosa di Lucia, la disponibilità svagata di Natàlia, l’euforia disperata di Germana. Ognuna porta nella casa nuova un credito d’amore mai riscosso. È qui che il titolo comincia a rivelarsi: queste donne sono orfane di madri ancora vive. In una delle scene più belle, Germana confessa che vorrebbe «essere sua figlia, per una volta. Prima che muoia». Lucia, di spalle, risponde: «Vorrei che fosse madre, per una volta. Prima che muoio».

Nel frattempo la casa si riempie di ciarpame salito dalle cantine, di insetti, di gatti, di una papera da far frollare (ma questa è una scena da scoprire da sé, con lo stomaco forte), di sospetti e di farmaci scambiati. Germana lo aveva promesso: «Adesso sarà tutto diverso». Il nido diventa «un covo». E proprio quando le figlie, sfinite, si prendono per mano e ridono fino a cadere a terra in un girotondo, qualcuno bussa. Sulla soglia c’è una monaca gigantesca, con una valigia di cartone e un ombrello strappato, che domanda: «È questa la casa delle orfane bianche?». Cala il sipario sul primo atto. Il resto va lasciato al lettore.

Con questo esordio Palpati, romana trapiantata ad Amelia, dove insegna, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2024. La giuria ha lodato la sua «originalità di linguaggio, di drammaturgia, di impianto e di tema» e la capacità di reinventare «una delle questioni più rimosse della contemporaneità»: l’accudimento dei genitori anziani. Il libro è uscito nella collana fremen curata da Giulio Mozzi, con una postfazione di Alessandro Zaccuri. Non è un romanzo che si legge distrattamente: chiede pazienza, orecchio e disponibilità a ridere di cose di cui non si dovrebbe ridere. Restituisce una delle rappresentazioni più vere e meno consolatorie del legame tra madri e figlie lette negli ultimi anni. Un libro da non dimenticare, da rileggere o, se non lo si é letto, da recuperare, e da continuare a tenere d’occhio, come il cane, perché non smetta di parlarci.

 

Cliccando sulla copertina, verrai reindirizzato alla pagina di acquisto del libro.

Viviana Viviani

Viviana Viviani è nata a Ferrara e vive a Bologna. Ingegnere e giornalista pubblicista, ha scritto per le riviste «Pangea.news», «Hic Rhodus» e «L’Intellettuale Dissidente». Ha pubblicato le raccolte poetiche Se mi ami sopravvalutami (Controluna, 2019), La bambina impazzita (Arkadia, 2023) e Lui (Connessioni, 2025). Come coautrice dei testi ha collaborato con il cantautore Immanuel Casto agli album Malcostume (2021) e Formato non riconosciuto (2026). Un suo poemetto è incluso nell’antologia Antenate II (Sartoria Utopia). Nel 2024 ha partecipato al progetto Arimo – La Spoon River di Milano alla Casa degli Artisti, con una poesia ora raccolta in Milano porto di mare. La poesia e la città, a cura di Luca Mastrantonio (Mondadori). 

 
 
 
 
Leggi Ancora
Segnalazione Eventi

GENESI DEL VUOTO

Mostra personale di Rudy Di Pasquale

A cura di Carla Pugliano – Testo critico di Silvia Previti

CathArt Gallery – Varese

24 ottobre – 4 novembre 2026

Inaugurazione: sabato 24 ottobre, ore 17.30

Piazza Giovanni XXIII, Varese – ingresso da Via Salvo D’Acquisto

Dove il vuoto genera la forma, tra pittura e scultura

Dal 24 ottobre al 4 novembre 2026, la CathArt Gallery di Varese presenta GENESI DEL VUOTO, mostra personale di Rudy Di Pasquale, a cura di Carla Pugliano, con testo critico di Silvia Previti.

Rudy Di Pasquale fonda la propria ricerca su un’intuizione essenziale: prima che la forma si manifesti, esiste uno spazio che ne rende possibile l’emergere. È in questa visione che l’artista colloca il momento della creazione: «Quando creo, il mio stato è nel vuoto», una condizione che non coincide con il nulla, ma che è la dimensione in cui l’atto creativo prende avvio e trova espressione.

Il titolo GENESI DEL VUOTO richiama proprio questo processo, in cui ciò che resta libero non è semplice sfondo, ma un elemento costitutivo dell’opera, tanto nella pittura quanto nella scultura. In alcuni lavori l’intervento pittorico si concentra nella parte centrale, lasciando ampie porzioni intenzionalmente intatte. Anche la superficie non dipinta partecipa così alla configurazione dell’immagine. Lo stesso principio si manifesta nella scultura, in cui il ferro attraversa l’ambiente e lo definisce attraverso curve, torsioni e aperture. Gli intervalli tra gli elementi non rappresentano semplici interruzioni, ma concorrono all’equilibrio compositivo dell’opera.

Il percorso espositivo si articola quindi in tre linguaggi interconnessi: la pittura su tela ovale, quella nei formati rettangolari e quadrati, che si estende anche a tele concepite come arazzi, e la scultura, in cui il ferro viene modellato attraverso la forza del corpo dell’artista.

 

La scelta dell’ovale nasce da una riflessione sul rapporto tra configurazione e libertà espressiva. Come spiega Di Pasquale: «Ho compreso che il rettangolo e il quadrato sono elementi prettamente umani, legati a un’idea di controllo, mentre in natura e nell’universo queste forme non esistono». Ciò non comporta tuttavia l’abbandono dei formati più tradizionali in cui il gesto conserva una componente istintiva e viscerale: pennellate, spatolate, sovrapposizioni e stratificazioni restituiscono una tensione emotiva, superando i confini della composizione e instaurando un dialogo anche con l’ovale. Nelle produzioni tridimensionali, il ferro diventa estensione della linea: l’artista lo piega e lo plasma, trasformandolo in traiettorie sinuose e dinamiche. Il passaggio dalla superficie al volume amplia così la ricerca di Di Pasquale, conferendo al segno un’esistenza autonoma.

 

Sentire, prima ancora che vedere. L’arte di Di Pasquale non chiede soltanto di essere osservata, ma di essere sentita. Il colore, le trasparenze e le stratificazioni trasformano la percezione e fanno del dipinto uno specchio aperto, capace di restituire a ciascuno una risposta diversa. Alcuni lavori, concepiti come arazzi su tele appositamente realizzate per essere abbracciate, invitano i visitatori a entrare in relazione fisica con l’opera e con l’energia che trasmette. L’abbraccio diventa un gesto d’incontro: per qualche istante il corpo entra nel linguaggio dell’opera stabilendo una prossimità che va oltre il semplice contatto. Terminato l’abbraccio, l’“arazzo” ritorna alla propria forma, mentre l’esperienza permane nella memoria di chi l’ha vissuta. Alla base di questo rapporto vi è una concezione dell’arte come atto d’amore, che coinvolge l’intero processo creativo. Ogni lavoro porta con sé una parte dell’artista, senza necessariamente raccontare qualcosa: semplicemente accade.

 

Questa sfera intima del fare artistico trova una chiave di lettura nelle parole di Silvia Previti, che individua nella trasformazione dell’interiorità in gesto e materia uno dei nuclei della ricerca di Di Pasquale: «La sua è una pittura che abbandona la narrazione per tuffarsi nel territorio dell’informe, dell’astrazione. Tuttavia, dietro quell’apparente caos visivo si intuisce un ordine interiore, una struttura emotiva che guida l’azione. L’opera diventa così lo spazio in cui il subconscio si rivela, uno spazio che accoglie stratificazioni, tensioni e dissolvenze, come fosse la traccia visibile di un dialogo profondo e privato .» Previti approfondisce questa lettura soffermandosi sull’evoluzione pittorica: «La materia pittorica, in questa evoluzione, si carica di densità e significato. I vuoti e i pieni, i contrasti tra opacità e trasparenze, suggeriscono un mondo interiore in continua mutazione». È la stessa spinta creativa a oltrepassare i confini della superficie pittorica e a trovare nella scultura una nuova forma di sintesi: «Di Pasquale trasporta nell’universo tridimensionale la stessa forza espressiva che caratterizza la sua pittura, ma qui la sua voce si fa più rarefatta, più essenziale. La foga del gesto si cristallizza in curve fluide, in torsioni improvvis e, in arabeschi ridotti all’osso. Nulla è decorativo: ogni elemento è il risultato di una sintesi, di un’urgenza ridotta all’essenziale. Una grammatica scultorea asciutta, ma potentemente evocativa.»

L’ARTISTA

Nato e cresciuto sulle sponde del Lago Maggiore, Rudy Di Pasquale ha intrapreso circa dieci anni fa una ricerca artistica che attraversa pittura, scultura e fotografia. L’arte è diventata per lui uno strumento di indagine personale, attraverso cui esplorare dimensioni emotive e sviluppare un linguaggio espressivo autonomo. Inizialmente attratto da colori vividi e acidati, ha riconosciuto nella pittura un mezzo per esprimere emozioni profonde e delineare i primi elementi della propria cifra stilisti ca. Nel tempo, ha ridefinito i confini della tela attraverso quella che definisce la «forza dell’amore», intesa come impulso generativ o della sua sperimentazione. Successivamente, la linea nera è diventata protagonista di silhouette sinuose e acefale, prive di trat ti identificativi, sospese in un territorio mentale ed etereo, fino a oltrepassare la superficie pittorica e tradursi in scultura.

Nel 2025 ha partecipato a diverse esposizioni, tra cui Energia universale tra forme e colori e Esposizione collettiva d’autunno, entrambe presso lo Spazio Moderno di Arona, e Prospettive d’arte, presso iKonicA Art Gallery di Milano. Nel luglio 2026 ha preso parte a Soglie Invisibili, mostra collettiva ospitata dal Museo Diocesano e Capitolare di Terni, a cura di Carla Pugliano, con Daniele Radini Tedeschi, ospite d’onore dell’evento e attuale curatore del Padiglione Nazionale di Grenada alla 61ª Biennale di Venezia.

La mostra è curata da Carla Pugliano, artista e fondatrice di CathArt Gallery, che affianca alla propria ricerca artistica un ’attività curatoriale. È consulente artistica dell’Atlante dell’Arte Contemporanea, edito da Giunti. Nel 2020 ha conseguito un Master Accademico internazionale.

INFORMAZIONI

Sede: CathArt Gallery, Piazza Giovanni XXIII, 11 – Varese

Ingresso: da Via Salvo D’Acquisto

Date: 24 ottobre – 4 novembre 2026

 

Inaugurazione: sabato 24 ottobre 2026, ore 17.30

 

Ingresso: libero

Orari di apertura: da martedì a venerdì 16.30–18.30; sabato 10.30–12.00 e 15.30–18.30; domenica 15.30–18.30.

 

Media Partner: L’ArteCheMiPiace
www.lartechemipiace.com

 

CONTATTI DELLA GALLERIA

Telefono: +39 392 8081554

Email:  cathartgallery@gmail.com

Facebook: CathArt Gallery   

Instagram: https://www.instagram.com/cathart_gallery/ 

Sito:  https://carlapuglianoartist.com/cathart-gallery/

 

CONTATTI DELL’ARTISTA – RUDY DI PASQUALE

Telefono: +39 334 224 4442

Instagram:  https://www.instagram.com/rudydipa/ 

Sito:  https://rudydipasquale.it

Leggi Ancora
Pubblicazioni

I DONI DI SAFOR. La voce di Saverio Forciniti arriva alla pagina

Alcune scritture rimangono a lungo affidate alle pagine personali di chi le ha composte, fino a quando qualcuno sceglie di raccoglierle e consegnarle a una forma nuova, quella del libro.

È così che nasce I doni di Safor, raccolta poetica di Saverio Forciniti, avvocato e autore di una produzione rimasta inedita, oggi pubblicata grazie alla volontà della nipote Isabella Eugenia Falcone e di Valeria Aloe, sua cara amica.

Un volume che arriva al lettore dopo la scomparsa dell’autore e che assume, per questo, il carattere di una pubblicazione postuma. Ma definirlo soltanto in questi termini significherebbe fermarsi all’aspetto biografico, lasciando in secondo piano ciò che più conta: la scrittura e la possibilità che essa continui a vivere attraverso la lettura.

Saverio Forciniti ha attraversato una lunga malattia senza abbandonare la propria dimensione creativa. La sua è stata una lotta affrontata con determinazione fino all’ultimo, una forza che trova una particolare eco anche nel racconto Guerriero, presente nel volume. Senza bisogno di trasformarlo in una dichiarazione autobiografica, quel titolo sembra restituire una delle possibili immagini attraverso cui accostarsi all’autore: quella di un uomo che ha continuato a confrontarsi con la vita e con la scrittura fino all’ultimo.

Non è necessario aggiungere altro alla sua vicenda personale. Alcune esperienze, quando entrano nella scrittura, trovano nelle parole una forma più autentica di qualsiasi racconto biografico.

È proprio questa una delle ragioni per cui I doni di Safor non si presenta semplicemente come una raccolta di testi recuperati, ma come il risultato di una scelta precisa: quella di non lasciare che una voce poetica rimanesse confinata alle pagine private che l’avevano accompagnata.

Isabella Eugenia Falcone e Valeria Aloe hanno raccolto e ordinato le poesie, riconoscendo in quei testi un valore letterario e umano che meritava di essere condiviso. Il loro gesto nasce da una particolare vicinanza all’autore e si traduce nella volontà di affidare la sua scrittura a nuovi lettori.

Trasformare una raccolta di testi in una pubblicazione significa affrontare un percorso nel quale ogni elemento deve trovare il proprio posto.

Il progetto editoriale de I doni di Safor è stato curato integralmente da L’ArteCheMiPiace, che ha seguito le diverse fasi della realizzazione: dall’editing alla progettazione grafica, dall’impaginazione fino alla pubblicazione.

Un lavoro che, soprattutto nel caso della poesia, richiede particolare attenzione. La pagina non deve imporsi sulla parola, ma accompagnarla. La struttura del volume, la successione dei testi e l’impianto grafico diventano parte di un unico progetto, costruito per restituire alla raccolta una forma editoriale coerente e rispettosa della sua identità.

È in questo passaggio che le poesie di Saverio Forciniti lasciano la dimensione privata per entrare in quella pubblica del libro.

La pubblicazione di un’opera dopo la scomparsa del suo autore porta inevitabilmente con sé una dimensione particolare. Ma un libro non vive soltanto della storia che lo ha generato.

Vive soprattutto delle parole che contiene e dello sguardo di chi, aprendolo, decide di leggerle.

I doni di Safor offre oggi questa possibilità: incontrare la scrittura di Saverio Forciniti senza che la sua vicenda personale diventi l’unica chiave di lettura. Le poesie possono essere accolte per ciò che sono, con la loro voce, le loro immagini, le loro emozioni e il loro personale modo di interrogare l’esistenza.

A caratterizzare la raccolta è innanzitutto una scrittura fortemente attraversata dal sentimento. L’amore occupa uno spazio centrale, non come semplice tema poetico, ma come disposizione dello sguardo: verso le persone, verso gli affetti, verso ciò che nella vita assume un significato particolare.

Accanto ai testi dedicati all’amore trovano posto quelli nei quali emergono il desiderio di libertà, il rapporto con il mare, inteso anche come immagine di apertura e di orizzonte, e una sensibilità particolarmente attenta alle relazioni.

Significativa, in questo senso, è la presenza della sezione delle dediche. Più che una semplice raccolta di versi rivolti a persone care, queste pagine restituiscono il tratto di un autore incline a esprimere con generosità il proprio coinvolgimento affettivo. La dedica diventa così una forma poetica di prossimità: un modo per riconoscere nell’altro un luogo significativo della propria esperienza.

Particolarmente toccanti sono le due poesie rivolte ai genitori, nelle quali il sentimento assume una tonalità più intima e raccolta. Qui la parola poetica sembra farsi più essenziale, lasciando emergere il valore del legame familiare senza bisogno di sovraccaricarlo di spiegazioni.

La raccolta restituisce così un autore capace di muoversi tra dimensione personale e sentimento universale, affidando alla poesia esperienze e affetti che acquistano, nella pagina, una forma condivisibile.

Dietro ogni libro esiste una storia editoriale, ma talvolta esiste anche una storia umana che merita di essere raccontata con discrezione.

Quella de I doni di Safor è anche la storia di un gesto che ha saputo trasformare una raccolta privata in una possibilità di condivisione.

Un gesto che non si esaurisce nella conservazione dei testi. Significa riconoscere a quelle poesie una possibilità ulteriore: quella di uscire dalla sfera personale per diventare patrimonio di lettura e incontrare persone che non hanno conosciuto il loro autore.

È forse questo il significato più autentico di una pubblicazione postuma: non fermare una voce nel tempo, ma permetterle di entrare nuovamente nel presente e rimanerci.

Con I doni di Safor, L’ArteCheMiPiace conferma il proprio impegno nel campo dell’editoria culturale, affiancando alla propria attività di informazione e promozione dell’arte la progettazione e realizzazione di libri e pubblicazioni.

Ogni progetto editoriale nasce da una storia diversa. Può trattarsi di una raccolta poetica, di un catalogo d’arte, di un libro fotografico o di un’opera che raccoglie e valorizza un percorso personale. Ciò che accomuna esperienze così diverse è la necessità di dare ai contenuti una forma capace di rappresentarli.

Editing, progettazione grafica, impaginazione e pubblicazione diventano quindi parti di un unico processo, nel quale la cura editoriale accompagna il contenuto fino alla sua forma definitiva.

I doni di Safor è il risultato di questo incontro: una raccolta poetica rimasta inedita, una scelta dettata dalla vicinanza all’autore e un progetto editoriale che ha trasformato quelle pagine in un libro.

Un libro postumo, sì, ma soprattutto un libro di poesia e amore.

E forse è proprio questo il modo più giusto per consegnarlo ai lettori: non come l’ultima pagina di una storia, ma come l’inizio di un nuovo incontro con una voce che, attraverso la parola scritta, può ancora essere ascoltata.

Leggi Ancora
Le nostre Pubblicazioni

I doni di Safor. Poesie, pensieri e racconti del poeta errante

Pubblicazioni

Passo 1 di 3

Copertina Flessibile
Prezzo: 18,00 €

 

 

I doni di Safor raccoglie la voce poetica di Saverio Forciniti, autore che affida ai versi una scrittura attraversata dall’amore, dagli affetti, dal desiderio di libertà e dalla passione per il mare. La raccolta comprende poesie e dediche nelle quali emerge una particolare sensibilità verso le persone care, con pagine dedicate anche ai genitori, in un percorso intimo e sincero attraverso sentimenti, legami e immagini dell’esistenza.

Nato dalla volontà della nipote Isabella Eugenia Falcone e della cara amica Valeria Aloe di raccogliere e valorizzare la sua produzione poetica, il volume restituisce alla lettura una voce rimasta inedita, accompagnandola verso nuovi lettori attraverso un progetto editoriale curato integralmente da L’ArteCheMiPiace.

 

 

Leggi Ancora
Rubrica "I libri non scadono"

QUANDO TUTTO CROLLA o della letteratura come creatura senziente.

Rubrica I libri non scadono

“I libri non scadono” è una rubrica mensile dedicata ai libri che il tempo ha ingiustamente lasciato indietro: titoli dimenticati, usciti troppo presto o semplicemente abbandonati dal ciclo promozionale.

Ogni articolo riscopre un libro che non ha data di scadenza, provando a restituirgli spazio, contesto e nuove possibilità di lettura.

La rubrica nasce nell’ambito della collaborazione tra “L’ArteCheMiPiace” e “Inchiostro – Comitato nazionale per la promozione della buona lettura“, fondato dal “Chiosco Letterario dell’Università Sapienza” e dal “Centro Culturale Connessioni“, realtà impegnate nella diffusione della lettura e nella creazione di spazi di confronto tra autori, critici e lettori.

La rubrica accoglie contributi di scrittori, critici, studiosi e lettori, nel tentativo di costruire uno spazio di riscoperta e confronto intorno a libri che non smettono di parlarci anche quando scompaiono dagli scaffali delle librerie.

 

di Nicola Argenti  

 

Non tutti i romanzi sono romanzi. Alcuni appartengono ad una specie piuttosto rara, in via d’estinzione, non componimenti di parole e frasi strutturate, bensì creature cartacee senzienti, multiformi, un confine tra luce e ombra. Dalle rovine di Luciano Funetta appartiene a questa specie, un romanzo – per convenzione chiamiamolo così – di quelli che partoriscono i luoghi nei quali le storie possono accadere, costruendo laddove non c’è nulla se non terra vergine, generando quei figli dispersi che diventeranno personaggi e che popoleranno le fondazioni della narrazione, le atmosfere in divenire, coaguli di nebbia e alienazione, screziature di luce in un lungo, lunghissimo tempo di buio. Lampi in lontananza.

Un Noi narrante, oscuro e serpentile si annoda nella scrittura, non personaggio, non entità esterna, non voce lontana, bensì arcaico e avvolgente linguaggio, che non racconta, bensì crea, modella, e poi accompagna. Il primo ad essere avvolto da questa moltitudine narrante è Rivera, un uomo chiuso, spezzato, separato, che continua a vivere nel mondo senza esserne veramente più parte. Non è un eremita, non è un folle, non è nemmeno un misantropo nel senso consueto del termine. Partecipa al vivere comune, ma come chi osservi la propria esistenza attraverso un vetro. Rivera abita nella città di Fortezza, la cui pianta urbana è modellata sull’inganno e il disorientamento e il nome è una eco funesta. È una metropoli desertica che pullula di vite brulicanti dietro serrande chiuse, è fatta di interminabili viali brumosi, di porte sbarrate, di confini interminabili, è inespugnabile e al contempo luogo di partenze. Fortezza è una città, certo, ma è anche Rivera. È la sua condizione interiore resa forma materiale, trasformata in architettura. Una fortezza è fatta per difendere qualcosa, ma anche per impedire che qualcos’altro entri o esca.

Rivera ha una casa. Varcando l’uscio, si ha la sensazione di entrare lentamente in un ambiente matrioska, una stanza, poi in un’altra più piccola, poi in un’altra ancora, poi tutto diventa transizione, ci si muove seguendo il lento trascinarsi del nostro, fino a scoprire che tutte le stanze convergono in una e una soltanto, epicentro della deriva. Rivera vive con dei serpenti, numerosi serpenti, alcuni rari, procurati in maniera clandestina, custoditi nelle loro teche, raccolti in una stanza-cuore di quella casa-organo. Sono il suo legame con qualcosa che ancora appartiene alla vita. Ma è un legame curioso, perché avviene attraverso una sorta di regime di separazione: Rivera può guardarli, toccarli, nutrirli, lasciarsi attraversare dal loro corpo sinuoso, e tuttavia quei suoi bizzarri coinquilini sono rinchiusi in uno spazio limitato. Si incontrano, si permeano l’un l’altro, poi l’uomo torna nella sua (non) dimensione e i serpenti scivolano nuovamente nel loro piccolo vivarium. Rivera instaura con i suoi rettili un rapporto indecifrabile, tanto da domandarsi se non sia una convivenza, una relazione tra un uomo e i suoi animali, oppure l’incontro tra due specie che si studiano reciprocamente. Quello scrigno di plexiglass li contiene e contemporaneamente li protegge. Li separa dal mondo permettendo loro di continuare a esistere. Anche Rivera è separato dal mondo, dalla città, poi dai serpenti, che a loro volta sono separati da Rivera, dalla casa, dalla città e dalla vista di altri uomini, e poi separati anche da Rivera.

La trama che segue non servirebbe neanche saperla, non perché non sia importante, ma perché in una certa letteratura, non è fondamentale, si costruisce man mano. Eppure c’è sempre un inizio, una scaturigine:

Dopo aver filmato una singolare e perturbante esperienza con i suoi animali, Rivera entra quasi casualmente nel mondo della pornografia e, tramite il vecchio proprietario dell’unico cinema a luci rosse di Fortezza, incontra Jack Birmania, produttore e figura carismatica di una piccola comunità di personaggi ai margini. Birmania non definisce il porno come farebbe chiunque si approcci al genere, registi e produttori inclusi. Ne ha una visione quasi mistica, distante dal sesso e più vicina ad una pratica ascetica contemporanea. Dal momento del loro incontro, Rivera viene trascinato in un universo sempre più ambiguo, popolato da registi, attrici, inquietanti tuttofare e uomini scavati dal tempo. Non mancano vecchi amici-nemici dello stesso Birmania, come Klaus Traum, con il quale ha un rapporto che rimanda alla coppia Herzog-Kinski, ma più antico, più viscerale (“Traum è un sogno”). Alcuni personaggi sono volutamente ombre, accompagnatori, comparse talvolta, altri sono una marcatura a fuoco, una lacerazione e poi una cicatrice permanente, un segno profondo e indelebile, presenze persistenti che gravitano intorno a quel mondo pornografico, ma per le quali cinema, sesso e desiderio diventano soltanto la superficie di qualcosa di più oscuro, un tramite, un veicolo e, al contempo, il messaggio stesso. L’incontro con Alexandre Tapia e con il suo misterioso progetto apre infine nuove crepe nella realtà di Rivera, trascinandolo in un viaggio dove i confini tra vita, rappresentazione, memoria e allucinazione diventano progressivamente sempre più incerti.

Tentando ancora una nuova definizione, un sinonimo per questo “romanzo”, a costo di sembrare esagerato – ma fatevene una ragione – l’ho definito una soglia, un portale. E ogni strada che porti verso e attraverso un confine è costellata di ambienti liminali – soglie anch’esse – e rituali, sogni lucidi, e simboli. Tanti simboli quanti i mattoni gialli verso la Città di Smeraldo. E Funetta,  non traghettatore, bensì esperto onironauta, padrone di una scrittura rigorosa e pulita – il cui periodo diventa verso tagliente, il cui tratto è netto e marcato, le parole sono incisioni che generano matrici, scavano la pagina, trapassano le fibre di cellulosa per sbucare in un’altra dimensione – riesce a creare una simbologia enorme e tentacolare, nascosta tra le crepe dei muri, nelle contrazioni dei muscoli e dei genitali, nei tumulti dei vicoli di Barcellona, tra i piedi delle persone, o tra le scaglie dei serpenti, tra un orgasmo ora asettico, ora cosmico, tra le interferenze di un video a bassa risoluzione e le ombre di un patibolo, nei sogni alcolici o tra le pagine di un vecchio manoscritto:

Jack Birmania è un re e un custode. Ha costruito un regno di immagini e persone, interpreta il mondo, è un uomo che comprende la forza delle storie, eppure finisce per essere inghiottito da un enigma indicibile dall’ineffabile; il suo eterno rivale e unico amico, Klaus Traum è un uomo di dolore e tenacia. È vecchio ma ancora feroce. È sempre pronto a morire; Alexandre Tapia è un essere frantumato. Ha vissuto tempi ormai cancellati, fotografie, voci, urla, l’Argentina, la fuga, la violenza. La vita di Tapia ci arriva come ci arrivano i sogni: in frammenti indecifrabili e che svaniscono in un attimo. Ha vissuto qualcosa. Tapia è ossessionato dalla decadenza e dalle rovine. È parte delle rovine. E poi i corpi come passaggi, come “finestre”; il desiderio sessuale come volontà di uscire da sé stessi; gli orgasmi che non sono più unione, bensì emblema della solitudine; i bagliori del porno, che illuminano ma anche accecano; Barcellona, la seconda teca dopo Fortezza, nella quale Rivera si contorce e si agita, una nuova e dolorosa nascita; chiese in rovina, che diventano santuari, reliquie di un passato mai esistito, triste cenotafio della memoria di chi non vuol morire. 

Tutto questo immaginario di segni e metafore in continua espansione, si traduce in un concetto semplice, che necessita di tutte le cautele del caso, capace – parafrasando l’indimenticabile Jack Burton – di far tremare i pilastri del cielo: Letteratura.

Oggi, se dovessi definire un testo “letterario”, prenderei senza dubbio in prestito una parte delle teorie formaliste, dunque un testo è letterario non per ciò che racconta, ma per il modo in cui si organizza il linguaggio e come costruisce l’esperienza del lettore. Non la storia, che non va demonizzata chiaramente, bensì per il procedimento del raccontare. L’arte della parola, per dirla con la voce di Šklovskij.

E proprio lui, con la sua ostranenie, ci ricordava che nella vita quotidiana, ormai, le persone tendono ad automatizzare la percezione (forse per un meccanismo di autodifesa? Oppure un corale annebbiamento, l’assuefazione all’orribile, al diverso, all’anormalità, all’eccezionalità?). Gli oggetti, le persone e le situazioni diventano tutte familiari, fin troppo. Si smette di “vedere”. L’arte – della parola – interviene proprio su questo: rompe l’abitudine. Scuote dall’anestesia. Infrange la luce con il buio, avvolge l’oscurità con lo splendore. 

Tutto questo lo troviamo nel lavoro di Funetta. La scrittura diventa trasformazione, la lettura diventa trasmigrazione. Essa non raggiunge mai una sola conformazione e, soprattutto, non termina mai veramente, perché arrivati all’ultima pagina, al punto finale, tutto è già mutato, le percezioni sono rinnovate e nuovamente vive, le pareti della teca sono più sottili, l’opera non ha cambiato solo noi, ha rimodellato ciò che è intorno a noi. Non siamo più dove eravamo prima, siamo altrove.   

Dalle rovine non racconta soltanto del decadimento: racconta ciò che viene dopo, ciò che resta. O meglio, ciò che continua a vivere quando qualcosa è già crollato. Funetta è un narratore discreto ma febbricitante, lavora sul non detto e sul non visto – o non visibile –  e dunque non ci mostra mai davvero le cose come sono. Sembra così di trovarsi di fronte al Kurtz di Cuore di tenebra (anche lui conserva gli spettri di una foresta), o in compagnia dell’enigmatico replicante Roy Batty di Blade Runner, finanche alla corte del Giudice Holden, nello spietato Meridiano di Sangue, con il potere di espungere le cose del mondo dalla memoria umana, solo scrivendo il nome e bruciandolo. È come il cuore citato da Geremia, Funetta: Ingannevole. Ma non maligno, perché la letteratura, come la natura, non lo è. Ostica forse, indecifrabile il più delle volte, ma crudele no, mai. 

Sfogliando l’ultima pagina resta vivida quella presenza plurale, quel Noi che continua a restare in disparte e in agguato, mantenendo una premessa non detta, eppure implicita: continuare a osservarci, a suggerire, a sibilare e soffiare il dubbio dietro la nuca.

È forse questa la cosa che più mi rimane addosso dopo aver chiuso Dalle rovine: non i serpenti, non il porno, non la morte, non la città senza uscita, non gli incubi o l’abbandono. Mi rimane la sensazione di essere stato osservato durante tutta la lettura, di esserlo ancora e   ne deriva. Di non volermene liberare. Come se, entrando in quelle centosettantacinque pagine, avessi vissuto dentro un terrario. Ma anche uscendone, penso: non siamo tutti quanti, forse, dentro una teca?

Nota personale: durante un incontro sul “Corpo in Letteratura”, chiesi a Luciano come interpretasse l’elemento corpo, appunto, nella sua scrittura, aggiungendo che – secondo me – lui parlava del non-corpo, ovvero ne parlava non ponendolo come elemento essenziale della costruzione narrativa. Mi rispose più o meno così – e mi perdonerà se il ricordo non è preciso, ma la memoria è come la luce, tende a essere soffocata dalle tenebre: “Non scrivo mai del corpo, né di qualcosa in particolare. Scrivo di ciò che emerge dal buio e che entra nella luce, di ciò che si mostra, perché penso che voglia essere raccontato e sento di volerlo raccontare.”

FINE (?)

 

Cliccando sulla copertina, verrai reindirizzato alla pagina di acquisto del libro.

Nicola Argenti

Nicola Argenti, vive e lavora a Roma. Dal 2000 al 2002 è stato caporedattore di un giornale indipendente romano, KR, sul quale scriveva articoli di attualità, cultura e disegnava vignette. Nel 2003 ha fondato, con altri artisti, un collettivo poetico, organizzando letture di poesie in diversi locali di Roma e nell’ambito di numerose manifestazioni culturali. Nello stesso periodo ha pubblicato alcune raccolte autoprodotte di poesia e narrativa. Ha partecipato, inoltre, a pubblicazioni collettive con piccoli editori indipendenti e fanzine.
Dopo una lunga pausa, nel 2019 torna a partecipare ad alcuni concorsi letterari indetti da editori e associazioni culturali, ai quali seguiranno alcune pubblicazioni in antologie poetiche e, nel 2021, la pubblicazione della silloge poetica La rosa nel magma, Montag Edizioni.
Nel 2022 torna a dedicarsi maggiormente alla prosa, pubblicando il suo secondo lavoro, una raccolta di racconti brevi, brevissimi e microstorie, dal titolo Di uomini e mostri – Brevi cronache dal mondo, Les Flaneurs Edizioni.
Nel 2022 è cofondatore del Gruppo Letterario Palinuro e de Il Chiosco Letterario, uno spazio culturale sito a Roma, all’interno della Facoltà di Ingegneria dell’università Sapienza, dedicato a diverse attività, quali booksharing, cross booking, servizi bibliotecari e presentazioni letterarie con autori e case editrici.
Suoi lavori di narrativa e poesia sono apparsi su diversi blog, riviste e inserti culturali, quali L’incendiario, Grado Zero, la Bottega della Poesia (Repubblica-Bari, a cura di Vittorino Curci), Thétis (pagina Facebook) e Incontriamoci in Biblioteca (pagina Facebook).Dalla fine degli anni ‘90 ad oggi si dedica alla poesia e alla narrativa, in un intenso e articolato percorso personale.

Leggi Ancora
ArteSegnalazione Eventi

SoeVe – L’essenza della forma. Oltre 200 persone al Castello Ducale di Corigliano per la mostra d’arte contemporanea

SoeVe – L’essenza della forma al Castello Ducale di Corigliano: oltre 200 persone all’Opening Experience della mostra dedicata a Sonia Quercia.
Al Castello Ducale di Corigliano oltre duecento persone per l’Opening Experience della mostra collettiva d’arte contemporanea.
Il percorso espositivo prosegue fino al 20 settembre 2026.

È stata una serata di grande partecipazione quella di sabato 12 settembre al Castello Ducale di Corigliano, dove oltre duecento persone hanno preso parte all’Opening Experience di SoeVe – L’essenza della forma, promosso da SoeVe – Veronica Martino e L’ArteCheMiPiace di Giuseppina Irene Groccia, in collaborazione con l’Associazione Culturale White Castle e con il patrocinio del Comune di Corigliano-Rossano. Un appuntamento dedicato a Sonia Quercia, artista e anima di SoeVe, nel quale arte, musica, parola, abiti e immagini hanno trovato una propria unità espressiva.

L’ampia partecipazione del pubblico e i numerosi riscontri ricevuti al termine della serata hanno accompagnato un progetto costruito nel corso di mesi di lavoro, organizzazione e collaborazione. L’Opening Experience ha unito la dimensione performativa alla successiva apertura della mostra collettiva, in un’atmosfera resa particolarmente suggestiva dagli spazi del Castello, dalla luce e dalle note del pianoforte.

La scelta del Castello Ducale non è stata casuale: è proprio qui che SoeVe aveva presentato il suo ultimo abito prima dell’interruzione del percorso artistico. Tornare nello stesso luogo ha significato riprendere un filo rimasto sospeso e trasformarlo in una nuova esperienza.

In questo passaggio assume particolare rilievo la presenza del Maestro Lorenzo Bevacqua, legata a SoeVe da una precedente esperienza artistica. Durante l’ultima serata del Glissando Chamber Music Festival, manifestazione ideata e realizzata dallo stesso Bevacqua, SoeVe lo aveva omaggiato con Dumka, un abito creato appositamente per quell’occasione.

Particolarmente apprezzato è stato il programma pianistico di rilievo proposto nel corso della serata, che ha trovato uno dei suoi momenti più suggestivi nel tema tratto da Lo Schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij, nella trascrizione per pianoforte di Michail Pletnëv. L’esecuzione, accolta dal pubblico con grande attenzione e partecipazione, ha conferito alla serata la dimensione di un’autentica esperienza concertistica, con il pianoforte al centro di un programma capace di accompagnare l’Opening Experience con la forza e l’eleganza della grande musica.

Il fulcro dell’Opening Experience è stato l’incontro tra gli abiti-scultura di SoeVe, realizzati da Veronica Martino, e i quadri di Giuseppina Irene Groccia. Ogni abito è stato accostato a un’opera, costruendo una relazione visiva tra forma, materia e immagine.

A guidare la lettura del percorso è stato Giuseppe De Rosis, con un’interpretazione filosofica degli abiti e dei quadri. Alla sua lettura si sono affiancati i momenti poetici di Lella Persiani e Placido Bonifacio, che hanno accompagnato l’ingresso di ciascun abito.

Ad aprire la serata è stata Tonia Mingrone, con un’intensa interpretazione teatrale di una poesia di Sonia Quercia, restituita con sensibilità, in un inizio intimo e raccolto, attraversato da una delicata nota di malinconia.

Particolarmente significativo l’intervento di Assunta Scorpiniti, che ha dato voce a Sonia attraverso un testo scritto in prima persona, restituendone la presenza con parole che sembravano arrivare direttamente da lei, come un racconto affidato alla sua stessa voce.

Per l’apertura ufficiale della mostra, si è quindi saliti al piano delle sale espositive, dove Chiara Milito, Mariel Cetera, Martina Scrivano, Beatrice Scopato, Maria Rosaria Cozza, Martina Diacono, Bina Papparella, Claudia Spataro, Achiropita Bosco e Francesca Attadia si sono affiancate ai rispettivi quadri, ricomponendo nello spazio espositivo la connessione tra abito e opera già sviluppata nella performance.

Tonia Mingrone, con alcuni passi di danza, ha quindi aperto il corteo verso le sale. Una visione d’insieme di particolare suggestione: tutte le modelle, accostate alle rispettive opere, componevano lungo il corridoio un’unica sequenza sospesa, accompagnando lo sguardo verso le sale espositive.

La serata inaugurale ha visto inoltre la presenza e l’intervento del Vicesindaco con delega alla Cultura Giovanni Pistoia, insieme alla critica e storica dell’arte Mariateresa Buccieri, che ha curato l’aspetto curatoriale della mostra. Agli artisti presenti sono stati quindi consegnati il catalogo ufficiale, l’attestato di partecipazione e la fotografia di rito, a suggellare la partecipazione a questa particolare esperienza espositiva. La serata è stata documentata dal fotografo ufficiale Ercolino Ferraina.

La mostra riunisce 54 artisti, tra presenze che hanno già condiviso esperienze con SoeVe e nuove sensibilità artistiche. Accanto agli artisti, cinque figure hanno ricevuto un riconoscimento speciale come Presenze d’Autore: Lorenzo Bevacqua, Mariateresa Buccieri, Giuseppe De Rosis, Assunta Scorpiniti e Tonia Mingrone, ciascuno portatore di un contributo specifico sul piano musicale, critico, filosofico, letterario e performativo. A ciascuno è stata dedicata una creazione di Alteolab di Francesco Minnicelli, accompagnata dall’Attestato di riconoscimento e di merito consegnati da Liliana Zangaro.

All’interno del percorso espositivo, una sala è interamente dedicata a Sonia Quercia, con una selezione che ne ripercorre le diverse espressioni artistiche: pittura, installazioni e abiti-scultura in carta firmati SoeVe.

L’allestimento della sezione antologica e della collettiva è curato dalla critica d’arte Mariateresa Buccieri, che ha dato armonia alla presenza delle opere negli spazi del Castello, valorizzando la lettura d’insieme della mostra e il legame con lo spirito del progetto.

 

Uno degli aspetti più caratterizzanti della serata è stata la scelta delle organizzatrici, Veronica Martino e Giuseppina Irene Groccia, di mantenere una presenza volutamente discreta, lasciando che fossero le diverse forme artistiche e performative a occupare il centro della scena. Musica, abiti, opere, parole e luce hanno così costruito il racconto del progetto, secondo un format nel quale ogni elemento ha trovato il proprio spazio espressivo. Solo nella parte conclusiva, affidata alla voce fuori campo che ha accompagnato la serata, le due organizzatrici hanno scelto di spiegare il senso di questa scelta e le ragioni di una regia affidata alle opere e alle diverse sensibilità artistiche coinvolte.

A completare il progetto, il catalogo ufficiale “SoeVe – L’essenza della forma”, con la cura editoriale di Giuseppina Irene Groccia, realizzato e pubblicato da L’ArteCheMiPiace. Il volume racconta la genesi del progetto e ne raccoglie tutti i protagonisti attraverso contributi e testimonianze. In copertina, come omaggio, è riprodotta un’opera di Sonia Quercia, a cui è dedicato l’intero progetto: dalla mostra al catalogo, fino alla serata inaugurale e alle diverse iniziative che ne hanno accompagnato la realizzazione.

Per chi fosse interessato ad acquistare il catalogo, è possibile richiederlo direttamente all’editore scrivendo a info@lartechemipiace.com.

La mostra prosegue fino al 20 settembre 2026.

Sarà possibile visitare l’esposizione e conoscere le opere dei seguenti artisti:

Loredana Fiammetta Aino | Aurora Amato | Maria Teresa Bevacqua | Mauro Benvenuto | Andrea Biffi | Gianfranco Caliò | Alfonso Caniglia | Diva Caputo | Matilde Cervino | Luigi Cinquegrana | Oriana Cimino | Liliana Condemi | Mariella Costa | Maria Rosaria Cozza | Nilo Domanico | Ercolino Ferraina | Guglielmo Ferrari | Rosellina Formoso | Santo Fortugno | Mimma Galtieri | Domenico Grosso | Ornella Imbrogno | Enzo Labonia | Rosario La Seta | Imma Lavorato | Francesca Lo Celso | Patrizia Lo Feudo | Carmela Mafrica | Rita Mantuano | Nadia Martorano | Maria Teresa Mazzei | Roberto Mendicino | Antonella Milito | Eliana Noto | Lorenza Parrotta | Mariella Perrotta | Luigi Patitucci | Luca Policastri | Ida Proto | Maria Pia Risuleo | Pierluigi Rizzo | Maria Romeo | Pino Savoia | Rosa Scalise | Riccarda Stabile | Luigi Tarantino | Enza Tassitani | Fabiana Patricia Vega | Giovanni Vescio | Antonella Vincenzo | Liliana Zangaro.

 

Un progetto nato dall’incontro tra persone, esperienze e linguaggi artistici diversi, nel segno di una continuità che trova nell’arte la propria forma più naturale. La sua realizzazione è stata resa possibile dalla disponibilità di Agata Febbraro, direttrice del Castello, e dal patrocinio del Comune di Corigliano Rossano, con il particolare sostegno della dott.ssa Maria Razzanelli, che ha accolto e sostenuto l’iniziativa. Un percorso costruito attraverso il contributo degli artisti, dei professionisti e delle diverse figure coinvolte, sotto il coordinamento di Veronica Martino e Giuseppina Irene Groccia.

Leggi Ancora
Arte

Arte contemporanea e relazioni internazionali. Il percorso di Alessio Musella a Dubai

Alessio Musella, arte contemporanea e networking tra Italia e Dubai

Alessio Musella si è distinto a Dubai per aver fondato e diretto la Star Home Gallery, un progetto espositivo innovativo pensato per promuovere l’arte contemporanea internazionale nel contesto dinamico del mercato mediorientale.

Attraverso questa galleria, ha introdotto il concetto di home gallery, uno spazio intimo e accogliente che supera la rigidità dei tradizionali spazi espositivi per integrare l’arte in ambienti domestici, facilitando un legame più personale ed esclusivo tra le opere e i collezionisti.

Accanto a questa iniziativa, ha aperto “The Bridge“, una galleria classica concepita appositamente per valutare il reale impatto con il pubblico su strada. Per potenziare la strategia di comunicazione e la promozione delle proprie attività nella metropoli emiratina, ha creato una partnership con Ur Dream Media ed è attivo come direttore e referente di ContempoArte Magazine a Dubai.

Sul fronte della divulgazione e della comunicazione con il pubblico italiano, si è inoltre distinto partecipando come ospite alle dirette social di Alessia Zuppicchiatti, in cui ha raccontato come viene vissuta l’arte negli Emirati e ha affrontato il tema della pseudo-crisi legata alla guerra, oltre alla presenza settimanale su Radio Libertà, ospite del conduttore Antonino D’Anna, dove ha parlato di arte e fotografia a 360 gradi insieme a ospiti residenti e lavoratori negli Emirati.

Nelle vesti di curatore e art advisor, ha coordinato mostre di successo come la rassegna inaugurale intitolata “Habibi“, portando negli Emirati le creazioni di numerosi artisti italiani e internazionali, tra cui Lorenzo Marini, Moreno Bondi, Mariella Rinaldi e Giuseppina Irene Groccia.

Musella ha infine esteso la sua visione estetica al di fuori della galleria tradizionale, collaborando alla valorizzazione artistica di spazi commerciali, ristorativi e residenze private, e affermandosi così come un importante punto di riferimento culturale e di networking tra l’Italia e Dubai

Leggi Ancora
Segnalazione Eventi

GENI COMUNI 2026: ARTE, MEMORIA E IDENTITÀ AL MUSEO DEL PRESENTE DI RENDE

Geni Comuni 2026 – Arte contemporanea al Museo del Presente di Rende

Al via la nuova edizione del progetto artistico nazionale curato da Luigi Le Piane e Mariateresa Buccieri. In programma le opere di 50 artisti da tutta Italia e due attesissime sezioni speciali dedicate a Bud Spencer, con l’artista e autrice Cristiana Pedersoli, e all’antica arte degli scalpellini di Altilia.

RENDE (CS) – Il Museo del Presente di Rende si prepara ad accogliere, a partire da venerdì 18 settembre 2026, la XIV edizione di “Geni Comuni”, uno dei progetti artistici nazionali più dinamici e articolati del panorama contemporaneo. Ideata e organizzata da Luigi Le Piane, che ne cura la direzione artistica insieme a Mariateresa Buccieri, la manifestazione riunisce 50 artisti provenienti da diverse regioni d’Italia all’interno di un percorso multidisciplinare che abbraccia pittura, scultura e fotografia.

L’edizione 2026 si presenta con una formula rinnovata e ricca di contenuti: ad anticipare ed affiancare il grande salone centrale vi saranno due sezioni speciali pensate per far dialogare l’arte contemporanea con il cinema, la memoria storica e le tradizioni del territorio.

“BUD SPENCER – Oltre l’icona”: tra cimeli, arte e ricordi di famiglia

La prima sezione speciale rende omaggio a una delle figure più amate della cinematografia internazionale: Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer. L’esposizione “BUD SPENCER – Oltre l’icona” supera la celebrazione del personaggio cinematografico per offrire un viaggio intimo nella vita dell’uomo e dell’atleta, attraverso un’accurata selezione di fotografie, cimeli e materiali di set.

Ospite d’eccezione dell’inaugurazione sarà la figlia Cristiana Pedersoli, artista e curatrice d’arte, che presenterà il suo libro “Bud, un gigante per papà”. L’incontro offrirà al pubblico un ritratto inedito dell’attore, arricchito da una sezione espositiva dedicata alle opere pittoriche e scultoree della stessa Cristiana Pedersoli. Al termine della presentazione si terrà il firmacopie.

“Scalpellini Art Lab”: la memoria diventa esperienza laboratoriale

Curata da Inside The Stone project, la seconda sezione speciale pone al centro l’identità e il sapere artigianale del territorio, accendendo i riflettori sulla secolare tradizione degli scalpellini di Altilia.

L’iniziativa si propone di superare la semplice dimensione espositiva: la sezione ospiterà infatti un laboratorio aperto al pubblico e alle scuole, dove studenti e visitatori potranno vivere un’esperienza diretta a contatto con la lavorazione della pietra. Un vero e proprio ponte tra memoria e contemporaneità, volto a trasformare un antico mestiere in occasione di confronto, formazione e creatività per le giovani generazioni.

Il grande Salone Principale: 50 linguaggi a confronto

Il cuore pulsante della manifestazione rimane il grande salone espositivo, dove le opere dei 50 artisti selezionati si confronteranno all’insegna della pluralità dei linguaggi espressivi. Un’ampia panoramica che valorizza le singole identità artistiche costruendo uno spazio comune di confronto culturale. Tra le presenze di rilievo di questa edizione si segnala la partecipazione della nota scultrice romana Chicca Savino.

L’Inaugurazione

L’inaugurazione ufficiale si terrà venerdì 18 settembre 2026 alle ore 18:00 presso il Museo del Presente di Rende (CS), alla presenza dei curatori, delle autorità e di Cristiana Pedersoli. L’ingresso all’evento inaugurale e alla mostra è gratuito.

 

 

Evento:

GENI COMUNI 2026 – Arte, memoria e identità

Ideazione e Organizzazione:

Luigi Le Piane

A cura di:

Luigi Le Piane e Mariateresa Buccieri

Dove:

Museo del Presente – Via R. Kennedy, Rende (CS)

Inaugurazione:

Venerdì 18 settembre 2026, ore 18:00

Ingresso:

Libero e gratuito

Leggi Ancora
Segnalazione Eventi

AL-TER Mostra personale di ROSARIO OLIVA

AL-TER Mostra personale di ROSARIO OLIVA
Intervento critico di Giulia Bonetti
A cura di Carla Pugliano
Presso CathArt Gallery di Varese – Dal 19 al 30 settembre 2026 Inaugurazione: sabato 19 settembre 2026, ore 17:30
Performance: sketch live, sabato 26 settembre, ore 17:30

E se la nostra immagine fosse diventata più reale di noi?

Abbiamo affidato agli schermi il nostro volto. Abbiamo imparato a costruire una versione di noi stessi, a modificarla, selezionarla, esporla. Siamo costantemente connessi e, nello stesso tempo, lontani dall’esperienza autentica dell’incontro: le relazioni passano attraverso uno schermo, mentre emozioni e fragilità vengono ricondotte a una grammatica sempre più sintetica, fatta di icone, simboli e segni. Non mostriamo semplicemente chi siamo: costruiamo l’identità che scegliamo di consegnare allo sguardo degli altri.
È qui che affiora un senso di alienazione, una distanza sottile da noi stessi. Sotto questo flusso incessante sembra allora risuonare una voce che chiede una pausa, uno spazio per tornare a ciò che siamo in maniera autentica.

È in questa zona inquieta e vulnerabile del nostro tempo che si colloca la poetica di ROSARIO OLIVA.

Dal 19 settembre, la CathArt Gallery di Varese apre le porte ad AL-TER, la personale di Rosario Oliva, artista dalla distintiva cifra autoriale e dal percorso espositivo di respiro internazionale. La mostra, visitabile fino al 30 settembre 2026, è curata da Carla Pugliano, con intervento e testi critici di Giulia Bonetti, storica dell’arte e curatrice.

Il nucleo della mostra nasce dalla frattura tra identità e autorappresentazione, interrogando il rapporto sempre più ambiguo tra individuo e dispositivo digitale e il modo in cui questo ridefinisce le dinamiche interpersonali e la nostra esperienza dell’altro, fino a mettere in discussione la stessa percezione di sé. È questa tensione che Oliva trasferisce sulla tela, traducendola in gesto e forma. I volti affiorano attraverso sovrapposizioni, slittamenti e perdita di definizione; i lineamenti rimangono riconoscibili e, nello stesso tempo, sembrano sottrarsi. In questa oscillazione tra precisione e dissoluzione, Oliva costruisce una pittura capace di tenere insieme esperienza digitale, dimensione emotiva e fisicità della materia. Ne emerge un linguaggio sospeso tra figurazione e astrazione, nel quale rigore compositivo e impulso espressivo convivono senza risolversi l’uno nell’altro. L’attualità di questa ricerca trova un significativo riscontro nel recente approfondimento critico dedicato a Identity, opera presentata presso il Padiglione Nazionale di Grenada nell’ambito della 61ª Biennale Arte di Venezia, a cura di Daniele Radini Tedeschi. Il lavoro di Oliva è inoltre documentato nell’Atlante dell’Arte Contemporanea 2026, edito da Giunti, nell’edizione speciale MoMA.

Il percorso espositivo non rimane confinato all’universo dello schermo. AL-TER si apre infatti a una visione più rarefatta attraverso una serie di luoghi sospesi, nei quali il rumore della contemporaneità sembra progressivamente arretrare. Echi urbani, orizzonti dilatati e oggetti dimenticati compongono spazi mentali nei quali l’elemento umano appare soprattutto attraverso ciò che ha lasciato dietro di sé. Così, una sedia solitaria, traccia muta di ciò che non è più, si fa testimone di un’assenza irrisolta. Se nelle opere legate alla comunicazione digitale l’individuo è immerso nell’eccesso della visibilità, qui Oliva compie il movimento opposto: dirada il visibile, rallenta il tempo, lascia spazio alla quiete. A questo registro appartengono anche i lavori a carboncino, nei quali l’artista riduce il linguaggio al rapporto primario tra segno e superficie. Il nero si addensa e si rarefà; forme e tratti emergono dal bianco per poi nuovamente disperdersi. È un processo condotto per sottrazione, nel quale ciò che rimane non è tanto la rappresentazione quanto la sua traccia.

È nel dialogo tra questi tre linguaggi — la sovraesposizione dell’immagine digitale, il silenzio dei luoghi sospesi e l’essenzialità del carboncino — che AL-TER si compie. In ognuno, qualcosa si trasforma: l’identità, il luogo, lo sguardo. Dal latino alter, “l’altro”, il termine richiama il doppio, l’alter ego, l’alterità, ma anche l’alterazione e il mutamento. AL-TER supera il solo tema dei social e si apre a una riflessione più ampia sulla condizione del presente e sul nostro modo di abitarlo.

Sabato 26 settembre, alle 17:30, Rosario Oliva sarà protagonista di uno sketch live, una performance che offrirà al pubblico l’opportunità di assistere direttamente al processo creativo dell’artista.

L’intervento critico è affidato a Giulia Bonetti, pittrice, curatrice e storica dell’arte, dalla formazione interdisciplinare e dalla consolidata esperienza in ambito museale e curatoriale. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e presso l’Université Paris 8 Saint-Denis, dedicandosi inoltre al Cinema e al Teatro contemporaneo e conseguendo il titolo di Maestra mosaicista. Da oltre quindici anni lavora come guida museale ed educatrice didattica, affiancando alla pratica artistica l’attività di ricerca e critica d’arte. Ha curato due esposizioni dedicate a Rosario Oliva: DIALOGO A DUE (2023), presso la Galleria Ess&rre di Roma, e APEIRON (2025), presso la Galleria Medina di Roma. Con AL-TER torna a confrontarsi con l’artista, accompagnandone criticamente questa nuova fase.

La mostra è curata da Carla Pugliano, artista, fondatrice e direttrice artistica di CathArt Gallery e Consulente Artistica dell’Atlante dell’Arte Contemporanea, edito da Giunti. Nel 2020 ha conseguito un Master Accademico internazionale con il Maestro Roberto Ferri. Il suo percorso artistico si è affermato attraverso importanti contesti istituzionali ed espositivi, nazionali e internazionali. Attiva nell’ambito della curatela, ha sviluppato diversi progetti espositivi dedicati all’arte contemporanea, tra cui Soglie Invisibili (2026), esposizione collettiva presso il Museo Diocesano e Capitolare di Terni, in collaborazione con Start Edizioni.

Approfondimenti:

ROSARIO OLIVA

Rosario Oliva nasce a Napoli nel 1965. Si forma presso l’Istituto d’Arte della sua città e successivamente allo IED – Istituto Europeo di Design di Roma, dove si specializza in illustrazione. A Roma collabora con importanti agenzie pubblicitarie e case di produzione italiane ed europee. Realizza illustrazioni, storyboard, shooting board e animazioni per campagne di importanti marchi, tra cui Nissan, Alitalia e Telecom. Nel 1997 amplia la propria attività alle nuove possibilità della creatività digitale, dedicandosi all’illustrazione digitale, al fotoritocco, alla grafica tridimensionale e all’animazione. È direttore creativo e artista, prima presso Olivastudio e oggi presso Pixelheads Studio, oltre a essere docente di Digital Animation presso la NABA – Nuova Accademia di Belle Arti. Dopo anni trascorsi nel mondo dei pixel, Oliva torna progressivamente alla pittura, recuperando il rapporto diretto con supporto, colore e gesto. Non un ritorno alla tradizione come rifugio, ma una trasformazione del proprio linguaggio, nella quale la cultura dell’immagine maturata nel digitale confluisce nella pratica pittorica. La sua sperimentazione attraversa oggi figurazione e astrazione attraverso tecniche diverse — acrilico, olio, acquerello e carboncino — mantenendo una costante tensione tra controllo e impulso, definizione e dissoluzione.

Nel 2026 Oliva è protagonista di un approfondimento con presentazione critica presso il Padiglione Nazionale di Grenada, curato da Daniele Radini Tedeschi nell’ambito della 61ª Biennale Arte di Venezia, con una sinossi dedicata a Identity. Nello stesso anno il suo linguaggio viene pubblicato nell’Atlante dell’Arte Contemporanea 2026, edito da Giunti, nell’edizione speciale MoMA.

Tra le esperienze espositive più significative: la personale APEIRON, presso la Galleria Medina di Roma nel 2025, e DIALOGO A DUE, presso la Galleria Ess&rre di Roma nel 2023, entrambe a cura di Giulia Bonetti; la partecipazione alla V Biennale d’Arte di Barcellona presso il MEAM – Museu Europeu d’Art Modern, oltre alle esposizioni presso il Palazzo della Cancelleria Vaticana di Roma, la Biennale della Creatività di Ferrara, il Museo Benedetto Robazza di Rocca Priora e la collettiva internazionale Orizzonti presso Palazzo Sponza a Dubrovnik.

Per saperne di più sull’artista:
https://rosariooliva.com

INFORMAZIONI

Durata dell’evento: 19 – 30 settembre 2026
Inaugurazione: sabato 19 settembre 2026, ore 17:30
Sketch live, sabato 26 settembre, ore 17:30

Orari di apertura:
Martedì – Venerdì : 16:30 – 18:30
Sabato: 10:30 – 12:00 / 15:30 – 18:30
Domenica: 15:30 – 18:30

Luogo:
CathArt Gallery, Piazza Giovanni XXIII, 11 – Varese (ingresso da Via Salvo D’Acquisto)

Ingresso: Libero

Per info e contatti
+39 392 8081554
Facebook: CathArt Gallery
Instagram: @cathart_gallery
Sito: https://carlapuglianoartist.com/cathart-gallery/ Email: cathartgallery@gmail.com

Leggi Ancora
1 2 3 … 12
Page 1 of 12