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Fabio Tolu… la luce, la materia e l’arte senza confini

 L’ArteCheMiPiace – Interviste










Fabio Tolu


la luce, la materia e l’arte senza confini




di Giuseppina Irene Groccia |01|Aprile|2025|



Fabio Tolu si distingue per un approccio materico e luminoso all’arte contemporanea. La sua formazione nel settore edile e nella cartellonistica ha affinato una sensibilità tecnica che lo ha portato a esplorare le possibilità espressive di materiali industriali come plexiglass, polistirolo e LED. Il risultato è una produzione che coniuga scultura, installazione e light art, dando vita a opere capaci di trasformare lo spazio attraverso il dialogo tra materia e percezione visiva.

La sua ricerca si muove in una dimensione fluida, non vincolata a uno stile definito. Il suo lavoro si inserisce nel solco della Pop Art e dell’estetica fantasy, ma se ne distacca per un approccio istintivo, svincolato dalla necessità di una progettazione preliminare. L’elemento luminoso non è solo un mezzo tecnico, ma una componente concettuale che amplifica il carattere immersivo delle sue opere.

Un momento significativo del suo percorso è rappresentato da “Batman Night and Day“, prima opera in cui la luce diventa parte integrante della narrazione visiva. Con “La Magia di Franchino D.J.“, l’artista porta avanti questa ricerca, lavorando sulla stratificazione tra pittura e illuminazione per evocare suggestioni legate alla musica elettronica.

La sua partecipazione a mostre e concorsi nazionali e internazionali evidenzia un costante interesse per il confronto e la crescita artistica. La sua produzione si configura come un’indagine aperta, in cui la sperimentazione materica e luminosa diventa un mezzo per ridefinire i confini tra arte e design.









In questa intervista, Fabio Tolu racconta il suo percorso artistico, le ispirazioni che guidano il suo lavoro e il ruolo centrale della luce nelle sue creazioni. Attraverso le sue parole, emerge una visione dell’arte come continua evoluzione e sperimentazione, dove tecnica e intuizione si intrecciano per dare vita a opere uniche e inaspettate.










Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso l’arte?


Il mio percorso artistico è iniziato in modo piuttosto naturale, grazie alle mie esperienze nel settore delle insegne luminose e nella lavorazione di materiali diversi. Ho sempre avuto una passione per la creatività e, mentre lavoravo con materiali come plexiglass e polistirolo, ho cominciato a vedere il potenziale artistico in ciò che mi circondava.

Un momento chiave è stato quando ho realizzato una piccola installazione per un progetto di lavoro. Ho utilizzato luci e forme tridimensionali, e la reazione delle persone è stata incredibile. Questo mi ha fatto capire che potevo unire la mia esperienza pratica con la mia passione per l’arte, creando opere che non solo fossero visivamente accattivanti, ma che avessero anche una dimensione interattiva.


Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?


Non ho un tema predefinito, le mie opere sono molto diverse tra loro sia come soggetti che come stile.

Amo realizzare ciò che mi viene in mente senza dover progettare prima, affidandomi completamente all’ istinto.

Quando realizzo un’ opera il mio obbiettivo è quello di stupire gli interlocutori senza dover necessariamente comunicare alcun tipo di messaggio. 







Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è evoluto nel corso del tempo?


Il mio stile artistico è caratterizzato da un approccio versatile e adattabile, che si è evoluto nel tempo grazie all’influenza di diverse correnti e tecniche. Inizialmente, mi concentravo su forme più tradizionali e realistiche, ma con il passare del tempo ho iniziato a esplorare stili più astratti e concettuali. Questa evoluzione è stata guidata dalla mia curiosità e dalla voglia di esprimere emozioni e idee in modi sempre nuovi.



La tua esperienza nel settore edilizio e della cartellonistica ti ha dato una ottima conoscenza dei materiali. Come scegli quali materiali combinare nelle tue opere e c’è stato un esperimento che ti ha particolarmente sorpreso nei risultati?


Quando si tratta di scegliere i materiali da combinare, mi piace considerare vari aspetti, come la compatibilità tra i materiali, l’estetica finale e la facilità di montaggio. Ogni progetto ha le sue peculiarità, quindi è importante trovare il giusto equilibrio.

Un esperimento che mi ha particolarmente sorpreso è stato l’uso della luce, come nel caso del quadro per il concorso “La Magia di Franchino D.J.”. Questo lavoro è un vero e proprio viaggio psichedelico, ricco di colori e atmosfere che continuano a ispirarmi e a farmi scoprire nuove possibilità. È incredibile come la luce possa trasformare e dare vita ai materiali, creando effetti sorprendenti e coinvolgenti!



Le tue creazioni sembrano fondere arte e design, con un forte uso della luce per giocare con la percezione. Come nasce l’idea di integrare l’illuminazione nei tuoi lavori e cosa vuoi trasmettere attraverso questo elemento?


L’ idea di integrare l’illuminazione nei miei lavori nasce dalla volontà di esplorare come la luce possa trasformare e arricchire l’esperienza visiva. La luce non è solo un elemento funzionale, ma diventa un mezzo espressivo che può influenzare l’atmosfera e la percezione di un’opera. Attraverso il gioco di ombre e riflessi, cerco di creare un dialogo tra l’arte e lo spazio circostante, invitando lo spettatore a interagire e a vedere le cose da diverse angolazioni. Volevo trasmettere un senso di meraviglia e introspezione, mostrando come la luce possa rivelare dettagli nascosti e trasformare la realtà in qualcosa di magico.






La tua ispirazione dal mondo fantasy e dalla Pop Art suggerisce un forte legame con l’immaginario collettivo e la cultura di massa. Qual è il messaggio che vuoi lasciare a chi osserva le tue opere e c’è un’opera che consideri particolarmente rappresentativa del tuo percorso?


La mia ispirazione dal mondo fantasy e dalla Pop Art riflette un desiderio di connettermi con l’immaginario collettivo e la cultura di massa, elementi che spesso influenzano le nostre esperienze quotidiane. Il messaggio che voglio trasmettere attraverso le mie opere è che l’arte può essere un mezzo per esplorare e celebrare la fantasia, la creatività e l’individualità. 


Un’opera che considero particolarmente rappresentativa del mio percorso è quella che partecipa a questo concorso perché è un progetto che unisce un soggetto contemporaneo  alla cultura pop. Questa creazione non solo incarna il mio stile, ma rappresenta anche la mia evoluzione artistica, mostrando come riesco a mescolare colori vivaci, forme audaci e luci per creare un’esperienza immersiva.




Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro? Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato particolarmente la tua visione?


Le mie principali fonti di ispirazione provengono da una combinazione di artisti, movimenti e esperienze personali. Sono profondamente influenzato dalla Pop Art, con il suo uso audace di colori e immagini iconiche, che celebra la cultura di massa e la vita quotidiana. Artisti come Andy Warhol hanno avuto un impatto significativo sul mio modo di vedere l’arte come un mezzo per comunicare messaggi universali.

Inoltre le mie esperienze personali, come viaggi e incontri con diverse culture, hanno arricchito la mia visione artistica. Ogni nuova esperienza mi offre spunti e idee che si traducono nelle mie opere, rendendo il mio lavoro un riflesso delle mie passioni e delle mie scoperte. In questo modo, cerco di creare un dialogo tra il mio mondo interiore e quello esterno, invitando gli altri a partecipare a questo viaggio creativo.




C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

Un’opera che considero particolarmente significativa per me è “Batman night and day” con cui ho partecipato al concorso Artista d’ Europa a Milano. Questo lavoro è il primo che ho realizzato utilizzando l’ illuminazione, è nato in un momento dove  sentivo la necessità di esplorare nuovi orizzonti. L’opera rappresenta una sorta di evoluzione per me, perché è stato il punto in cui ho imparato a spingere i confini del mio linguaggio artistico, mescolando Plexiglass, pellicole, sculture 3D e luci. Il suo significato risiede non solo nell’aspetto finale, ma nel viaggio che ha comportato la sua realizzazione.






Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?


Vedo l’arte nella società contemporanea come un potente strumento di riflessione, comunicazione e trasformazione. L’arte non è solo una forma di espressione estetica, ma anche una forza che stimola il pensiero critico e, soprattutto, offre uno spazio per la visione e l’immaginazione.

Il mio lavoro, in quanto artista contemporaneo cerca di portare qualcosa di nuovo, qualcosa che possa provocare e far riflettere chi guarda. 





Quali sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai superate?


Le difficoltà che ho affrontato come artista sono varie e, in qualche modo, inevitabili. Ogni artista, credo, si trova a fare i conti con ostacoli durante il proprio percorso. Trovare il giusto equilibrio tra rimanere fedele a me stesso e, allo stesso tempo, riuscire a comunicare in modo efficace con chi osserva, è una sfida costante.

In generale, credo che ogni difficoltà sia un’opportunità di crescita. 


Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?


La cosa che mi ha spinto ad iscrivermi a questo evento è la parola “ricerca” intesa come percorso artistico, infatti l’ opera con cui partecipo è il frutto dello studio che porto avanti da mesi sulla luce applicata all’ arte. Partecipare a Everland Art è per me una grande opportunità di confronto, di visibilità e di crescita e rappresenta una buona occasione per mettermi in evidenza.

Le mie aspettative riguardo a questa esperienza sono molteplici. Prima di tutto, spero che questa mostra mi permetta di esplorare nuove modalità di interazione con il pubblico, per capire come le mie opere vengano percepite e interpretate. Ogni feedback, ogni reazione che riceverò sarà fondamentale per capire se sono riuscito a comunicare il messaggio che desideravo trasmettere e, al contempo, come posso migliorare il mio lavoro.




In che modo hai deciso di presentare la tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso di esse?


Per questa esposizione a Everland Art, ho scelto l’ opera “La Magia di Franchino D.J.”, realizzata in collaborazione con una giovane artista Rachele Cialdini, 17 anni che si è occupata di dipingere il volto del personaggio in maniera magistrale. 

Ho scelto D.J. Franchino perché per me è stato un’ icona, D.J., vocalist e produttore di musica elettronica-house che ha fatto ballare intere generazioni. Ho voluto raffigurare la “Magia” che tanto decantava sulle console di tutta Italia. 

Il processo creativo che ha guidato la realizzazione di questa opera è stato istintivo, mi sono concentrato sull’idea di come potesse essere raffigurata la “Magia” e spero che il risultato finale abbia centrato l’ obiettivo. 





Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi
ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

 

Per il futuro, ho diversi progetti che mi stimolano e mi
motivano, da un mese circa provo nuovi prodotti per la realizzazione di effetto
marmo e di effetto pietra spaccata con buoni risultati.  In questi giorni infatti ho iniziato un’
opera commissionata che vorrei realizzare con queste tecniche e sono molto
fiducioso perché conferiscono una texture unica, ma potrebbero anche aggiungere
una dimensione sensoriale interessante, specialmente quando combini
l’illuminazione per enfatizzare determinati dettagli.

Obiettivi non ne ho e non me ne voglio dare, preferisco
rimanere aperto a nuove possibilità e che l’ispirazione arrivi nel momento
giusto. Questo approccio mi consente di rimanere flessibile e di adattarmi alle
opportunità e alle sfide che il percorso artistico mi presenta.

Contatti

Email info@fabiotolu.it

Sito Web Fabio Tolu

Tik Tok Fabio Tolu


Instagram fabio_tolu_creator_of_ideas

Facebook Fabio Tolu

You Tube Fabio Tolu

Fabio Tolu nasce a Pisa il 6 maggio 1980, dove attualmente risiede. Di professione impresario nel settore dell’edilizia e della cartellonistica luminosa, ha sviluppato una profonda conoscenza dei materiali, che ha saputo trasformare in un linguaggio artistico personale e innovativo.

Avvicinatosi al mondo dell’arte negli ultimi due anni, Tolu sperimenta con plexiglass, polistirolo, LED e altre superfici industriali, dando vita a opere che uniscono materia e luce in un dialogo continuo tra forma e percezione. Le sue creazioni spaziano da sculture tridimensionali a installazioni luminose, con richiami alla Pop Art e a immaginari fantastici. La sua ricerca è guidata dall’istinto e dalla volontà di sorprendere, senza vincolarsi a un unico stile o messaggio.

Il suo talento è stato riconosciuto attraverso la partecipazione a prestigiosi concorsi d’arte, tra cui il Premio Internazionale Artista d’Europa 2023 (Milano), il Concorso GM Mostre 2024 (Napoli), il Premio Artista Nella Storia 2024 (Roma) e il Premio Top Selection 2024 (New York).



































©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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Andrea Scardigli L’anima della fotografia musicale

  L’ArteCheMiPiace – Interviste







Andrea Scardigli

L’anima della fotografia musicale






di Giuseppina Irene Groccia |30|Marzo|2025|

Andrea Scardigli, nato a Roma nel 1972, è un fotografo con un percorso artistico ricco e sfaccettato. Dopo una carriera nel teatro come attore e mimo acrobata, ha trovato nella fotografia un nuovo linguaggio espressivo, trasformando la sua sensibilità scenica in immagini capaci di catturare emozioni autentiche. Diplomato presso la Scuola Permanente di Fotografia Graffiti Express, ha esplorato diversi generi, dal ritratto al nudo artistico, fino a specializzarsi nella fotografia musicale, un ambito che unisce la sua passione per l’arte visiva e per la musica jazz.

Con uno stile spontaneo e fortemente incentrato sul reportage, Scardigli riesce a cogliere l’essenza dei suoi soggetti, lasciando che siano le loro emozioni a guidare lo scatto. La sua opera “L’Insostenibile Leggerezza”, scelta per la mostra Everland Art, ne è un perfetto esempio: un’immagine nata in un momento critico di luce, ma capace di immortalare un’atmosfera irripetibile.

Attraverso il bianco e nero, la pazienza e un’attenta osservazione del ritmo musicale, Andrea Scardigli continua a esplorare il potere della fotografia come mezzo di comunicazione artistica, portando il pubblico dentro la magia della musica dal vivo.






Vi invito a scoprire direttamente dal protagonista come la sua arte si è evoluta nel tempo e quale messaggio cerca di trasmettere attraverso le sue fotografie.



Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso
artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso
l’arte?

Sono diplomato in liceo artistico e ho sempre avuto la
passione per Arte e la Fotografia… sin da piccolo disegnavo e fotografavo.

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di
comunicare attraverso le tue opere?

Semplicemente tramite anima e emozioni del soggetto che
scatto davanti, soprattutto in questo ambito musicale che i soggetti tutti
spontanei senza una regia.

 



Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo?

Il mio stile artistico e prevalentemente reportage senza un
programma, ovviamente con il tempo il mio stile si è sempre concentrato
sull’anima ed emozione nell’ ambito della fotografia musicale.

 

In che misura l’ambiente artistico in cui sei cresciuto, con
genitori avvocati ma una forte connessione con l’arte, la pittura e
l’architettura, ha influenzato la tua evoluzione come fotografo, in particolare
nel ritratto e nella moda?

I miei genitori mi hanno trasmesso Arte e pittura e
Architettura, sono un nipote D’arte di un famoso Architetto del 900 (Arch.
Mario Marchi) anche lui mi ha trasmesso passione in tutto perfino la
fotografia. Come tutti i fotografi iniziano a lavorare nel campo del reportage
per poi passare al tipo di stile e genere fotografico adatto alle loro
esigenze.

Io sono stato molto fortunato a lavorare in vari generi
contemporaneamente, ritratto, nudo artistico e matrimonio…
per poi dedicarmi completamente al genere musicale jazz  per via che da piccolo ho suonato 2 strumenti, Clarinetto e Sax.

 

Dopo il tuo infortunio che ti ha costretto a ritirarti dal
mondo del teatro, come hai trovato la tua nuova strada nella fotografia? Ci
sono elementi della recitazione e dell’espressione teatrale che porti nel tuo
lavoro fotografico? In che modo il tuo background nel mimo e nella recitazione
ti aiuta a interagire con i soggetti e a raccontare storie attraverso le tue
fotografie?

Certamente, anche dopo un infortunio mi ero trovato senza
sentire nulla e quindi quel silenzio che avevo nell’ udito ho dovuto trovare un
modo di comunicare agli altri con la fotografia. Certo non è stato tutto facile
ma con il tempo mi ha dato forza anche dopo aver fatto un delicatissimo
intervento di impianto cocleare e ho potuto riacquistare buona parte del mio
udito, mi ha permesso di potenziate le mie capacità artistiche con la fotografia.

Gli elementi che porto con me sono: la pazienza; la
perseveranza sul mio lavoro. Soprattutto in questo genere di fotografia
musicale che devi ascoltare e controllare emozioni del musicista e il ritmo
musicale.

Grazie alla mia breve carriera artistica di mimo e attore,
mi ha permesso di sfruttare la mia capacità anche nella fotografia.

 

Quali tecniche fotografiche preferisci utilizzare per
catturare l’essenza dei tuoi soggetti, e come le hai sviluppate nel corso degli
anni?

Uso la macchina fotografica reflex scatto in modo naturale a
colori, poi le convertisco in bianco e nero in post- produzione.

Unica caratteristica essenziale per catturare i miei
soggetti in modo significativo è quella di avere molta pazienza e osservare il
soggetto tramite occhiello del corpo macchina e aspettare il momento giusto per
poi scattare la foto.

 

Che ruolo ha la tecnologia (fotocamere, software di
post-produzione) nel tuo processo creativo e nella realizzazione delle tue
opere fotografiche?

Non ha nessun ruolo, uso il necessario delle attrezzature
tecnologiche di post-produzione come ogni fotografo deve usare per lavorare e
mettere in risalto le proprie foto.



 

Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue
opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?

Io lavoro esclusivamente in bianco e nero.

Il Bianco e nero mette in risalto espressività dal soggetto,
emozione del soggetto.

 

Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che modo
il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

Il mio lavoro incide con avere degli ottimi rapporti con la
direzione artistica del teatro e in particolare il manager oppure il leader del
gruppo musicale per poter avere l’accredito ufficiale per poter eseguire e
scattare durante il concerto.



 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri
particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

Si la foto “L’insostenibile leggerezza” che sarà esposta
nella mostra Everland Art.

 

Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea?
Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

E’ una domanda da 1000 euro… scherzi a parte – la considero un
valore aggiunto nell’arte contemporanea, visto che la fotografia è considerata come un mezzo di comunicazione artistica e visiva.

Spero che il pubblico apprezzi il mio contributo, la mia
arte, soprattutto il genere di fotografia che sto rappresentando (fotografia
musicale).

 



Quali sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come
artista e come le hai superate?

Le difficoltà sono sempre tante e non finiscono mai,
dobbiamo andare a pari passo con le nuove tecnologie, come per i concorsi
fotografici…

 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

Conosco molto bene associazione, ho partecipato precedentemente a due mostre a Salerno.

Spero di poter arricchirmi sempre di più con la visibilità e
partecipando alle mostre collettive degli artisti.

Soprattutto far conoscere al pubblico il bello della
fotografia musicale.

 



In che modo hai deciso di presentare la tua arte all’interno
di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi
raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro realizzazione e se
c’è un significato o un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso
di esse?

La foto “L’Insostenibile Leggerezza” è una delle mie preferite. Nel progetto ho presentato diverse immagini, e sono felice che abbiano scelto proprio quella che ho sempre ammirato.

L’opportunità di esporla è stata anche frutto di un pizzico di fortuna: lo scatto è avvenuto in un momento critico dal punto di vista dell’illuminazione scenica, che era già molto debole e stava per spegnersi del tutto. Sono riuscito a catturare gli ultimi istanti prima che tutto sprofondasse nel buio.

 

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi
ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

Cercare di valorizzare sempre meglio le foto jazz, mostrare
il lato umano e le emozioni che trovo osservando e ascoltando la musica tramite
la macchina fotografica.


Contatti


Email andreafotografo1972@gmail.com

Instagram scardigliandrea





Andrea Scardigli nasce a Roma il 25 ottobre 1972. Sin da giovane, sviluppa una forte passione per l’arte, che lo porta a intraprendere una carriera nel mondo del teatro come attore e mimo acrobata dal 1992 fino al 2023. La sua esperienza artistica nel campo della recitazione e del mimo lo aiuta a sviluppare una sensibilità unica verso l’espressione emotiva e la comunicazione non verbale, che diventeranno fondamentali nel suo approccio alla fotografia.

Nel 2005, Andrea si diploma in fotografia presso la Scuola Permanente di Fotografia Graffiti Express di Roma, decidendo di dedicarsi completamente alla fotografia. L’anno successivo, inizia a organizzare workshop di fotografia digitale, ritratto, moda, glamour e nudo artistico, sia in studi che in location di prestigio nella regione Lazio. Sempre nel 2006, apre il suo studio fotografico personale, Arte del Fotografare, dove si specializza in matrimoni, cerimonie, ritratti privati e foto di scena per il cinema e il teatro.

Nel 2013, Andrea si avvicina alla fotografia musicale, un settore che diventa il cuore del suo lavoro. Dopo aver seguito un corso di formazione specifico, inizia a concentrarsi sulla fotografia di concerti di musica jazz, un campo che rispecchia la sua passione per la musica, essendo lui stesso un ex musicista che ha suonato il clarinetto e il sax. Questo incontro tra arte visiva e musicale arricchisce il suo stile, portando la sua fotografia a esplorare le emozioni spontanee dei musicisti e l’intensità dei concerti dal vivo.

Il suo stile si distingue per un approccio reportage, dove la spontaneità e l’autenticità del momento sono al centro di ogni scatto. Le sue opere più significative sono caratterizzate da una forte carica emozionale e dalla capacità di catturare l’anima dei soggetti, spesso attraverso l’uso del bianco e nero. Andrea ha sviluppato una tecnica che si concentra sulla pazienza e sull’osservazione attenta, aspettando il momento giusto per immortalare l’emozione del soggetto o la magia del concerto.

Nonostante un infortunio che lo ha costretto a ritirarsi dal mondo del teatro, Andrea ha trovato nella fotografia un nuovo modo di comunicare con il mondo. Dopo aver superato un delicato intervento di impianto cocleare che gli ha restituito una parte dell’udito, ha potuto potenziare la sua capacità artistica, continuando a raccontare storie attraverso l’arte della fotografia.

Attualmente, Andrea è tra gli artisti selezionati per la mostra Everland Art – Percorsi di Ricerca organizzata dall’associazione culturale Athenae Artis. Il suo lavoro continua a evolversi, con un focus particolare sulla fotografia musicale, nella quale spera di trasmettere la bellezza e l’intensità dell’esperienza del jazz, facendo conoscere al pubblico le emozioni che nascono dall’ascolto della musica attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica.

































©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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L’Acquerello come Metafora della Vita – Gabriella Zanchi

 L’ArteCheMiPiace – Interviste 

L’Acquerello come Metafora della Vita







di Giuseppina Irene Groccia |26|Marzo|2025|


Nata e cresciuta tra le fornaci di Murano, in una famiglia di maestri vetrai, Gabriella Zanchi ha respirato fin dall’infanzia un’atmosfera intrisa di creatività e artigianalità. Nonostante ciò, la sua formazione, si è sviluppata in modo autonomo e istintivo, portandola a esplorare il linguaggio dell’acquerello come espressione più autentica del suo sentire.

L’acqua, elemento primario della sua tecnica, diventa nella sua ricerca pittorica il simbolo di un equilibrio tra controllo e libertà. Il pigmento che si diffonde sul foglio, in un gioco di trasparenze e imprevedibilità, rievoca il flusso stesso dell’esistenza: impossibile da governare del tutto, ma sempre capace di sorprendere. In questo senso, l’artista abbraccia l’imperfezione e il caso come parte integrante del processo creativo, accogliendo la trasformazione del colore durante l’asciugatura come un’eco della mutevolezza della vita stessa.

Dipingere è per lei un atto istintivo e meditativo, un dialogo continuo tra l’idea e la materia, tra la visione interiore e la sua manifestazione sul foglio di carta cotone. I dettagli finali – miche metallizzate, acrilico e inchiostri – conferiscono identità alle sue “creature”, come se ogni opera fosse una sorta di alchimia visiva, un ponte tra la dimensione spontanea dell’acquerello e la necessità di definizione del segno.

Se la sua infanzia è stata segnata dalla solidità del vetro e dalle tensioni di un carattere forte in un ambiente familiare altrettanto intenso, la sua esperienza in montagna ha rappresentato un punto di svolta: immersa nella natura incontaminata, ha trovato nell’acquerello la via per tradurre sulla carta la bellezza mutevole del mondo circostante. 

Nel suo percorso artistico, l’acquerello diventa anche filosofia di vita, un dialogo costante tra istinto e materia, tra caso e intenzione. Ed è proprio da qui che nasce il suo universo creativo, che ora esploriamo più da vicino attraverso le sue parole.




Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso
artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso
l’arte?

 

Disegno da quando ho memoria di me stessa, da bambina uno
dei miei passatempi preferiti era fare dei disegni che poi nella mia mente,
univo in incredibili storie che inventavo solo per me, mentre le disegnavo;
quindi credo si possa dire che non ci sia stato un momento particolare che mi
ha avvicinato all’arte, ma piuttosto che questa passione per l’arte mi ha
accompagnato fin da sempre.

 

Con l’acquerello la mia avventura è iniziata qualche anno fa
ed è stato subito amore; 
ho finalmente trovato la tecnica pittorica che più mi si
addice.

 


 

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di
comunicare attraverso le tue opere?

 

Spero sempre che il messaggio che possa arrivare
all’osservatore sia qualcosa di positivo, di gioioso, un messaggio di
spensieratezza e serenità. 
Dipingere mi fa provare queste sensazioni; è la mia uscita
d’emergenza dalla frenesia del mondo, dal peso della vita..e quindi spero che i
miei dipinti trasmettano leggerezza, un’energia buona, che faccia bene allo
spirito delle persone anche per un solo attimo.

 


 

Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo?

 

Attualmente nel punto in cui mi trovo del mio percorso
artistico, in riferimento al mio modo di fare arte contemporanea, mi definirei
borderline tra il surrealismo e l’astrattismo… non saprei bene dove collocarmi
con le mie illustrazioni. 

Sono pochi mesi che i miei lavori hanno intrapreso questa
direzione; prima ho avuto un periodo di qualche anno in cui dipingevo
illustrazioni di volti con velleità art-nouveau, prima ancora dipingevo alberi
in stile tendente al naif…

Questo cambio di direzione verso ciò che creo adesso è nato
da un bisogno di una libertà d’espressione meno controllata, più istintiva, che
mi possa dare una più ampia possibilità di ricerca e sperimentazione, una
possibilità totale di uscire dagli schemi.




L’acquerello, con la sua imprevedibilità, sembra riflettere
la sua visione della vita. C’è stato un momento in cui questa caratteristica
dell’acquerello l’ha aiutata a vedere o affrontare una situazione personale in
modo diverso?

 

Che la vita sia imprevedibile è una delle uniche certezze
che ho, oltre al fatto che un giorno dovrò morire; ed è proprio questa
eventualità che ho dovuto prendere in considerazione l’estate scorsa, quando ho
avuto dei problemi di salute che mi hanno messa davanti al fatto che il mio
tempo su questa terra, per me forse sarebbe giunto al termine a breve, che
questa possibilità mi ha regalato una visione diversa dell’esistenza in sé. 
L’imprevedibilità dell’acqua, il muovere il pigmento di
colore facendolo scivolare, cercando di sfumarlo, portarlo dove l’ispirazione
vorrebbe creare una forma, cercare un controllo, una simbiosi con questo
elemento imprevedibile e affascinante, che comunque ha sempre l’ultima parola
nell’asciugatura che rivelerà un qualcosa di diverso, di vicino a ciò che
abbiamo creato ma diverso, è qualcosa di magico e di metaforico; m’insegna a
lasciar andare, lasciar che sia, accettare che come nella vita, non posso avere
il controllo su tutto.

Accettare l’imperfezione del mio essere umana e in perpetuo
mutamento.

Il mio modo di fare arte cambiò; tutto ciò che stava
accadendo nella mia vita si rifletteva nel mio rapporto con l’acquerello, nella
mia ricerca continua, nei miei tentativi di evoluzione, perché la mia arte è
imprevedibile e imperfetta, e mutogena, è fuori controllo come un acquerello,
come lo sono io… come lo è la vita.

 



Essendo cresciuta in una famiglia di Maestri Vetrai a
Murano, crede che l’arte del vetro abbia influenzato in qualche modo il suo
approccio alla pittura ad acquerello, magari nel modo di percepire la luce, la
trasparenza o i colori?

 

No, non credo che il vetro abbia influenzato il mio modo di
dipingere. Sicuramente sono cresciuta in un ambiente molto stimolante
artisticamente parlando. 
Sono stati più che altro i miei dipinti a suggerire una
collaborazione con mio fratello nel reinterpretare certe forme, creando
sculture in vetro tratte dalle mie illustrazioni; questo è un progetto ancora
in fase di sviluppo ma che mi entusiasma molto. 
Vedere le mie creature prender forma tridimensionalmente
nella materia che è il vetro, nascere dalle magiche mani di Fabiano, è molto
emozionante per me.

 


 


Parla di un processo istintivo e di un’evoluzione continua
nella sua ricerca artistica. C’è un tema ricorrente o un’emozione specifica che
sente di voler esplorare sempre di più nei suoi lavori futuri?

 

Riconosco la mia poca tecnica nel dipingere, io non sono
un’acquerellista nel senso stretto del termine; non possiedo la maestria
tecnica di questo tipo di pittura. 
Ciò nonostante ambisco ad acquisire sempre più padronanza
per poter aver più possibilità di espressione, ma sono molto più attratta dalla
sperimentazione, dal farmi guidare dall’istinto e dall’emozione che mi dà
dipingere; per me è liberatorio e estasiante a tratti, una sorta di forma
meditativa che mi permette di staccarmi da tutto il resto. Quindi pur essendo
consapevole delle mie lacune, della mia poca tecnica, non sento la necessità di
apprendere in modo scolastico.

Questo è il mio percorso, in questi anni ho imparato molto
da sola sperimentando e continuerò a farlo, perché anche se imperfetto, questo
è il mio modo, questa è la mia arte, questa sono io e non voglio assomigliare a
nessun altro che a me stessa.

Amo visceralmente la natura in tutte le sue forme, la
considero la forma più alta e sublime di bellezza; m’ispiro alla flora, alla
fauna, all’Universo e alla meraviglia di tutto il Creato! Non amo gli artifici,
il finto, il falso… amo la Luce e cerco di stare nel bello, di trasmettere il
bello, non nel senso stretto del termine, la bellezza è soggettiva; intendo
trasmettere una sensazione di gioia, di serenità, di purezza, di pulito e
onesto, nella semplicità e nell’imperfezione, sempre!

Il mondo ha bisogno di Luce e di buone energie, e io non dipingo
la tristezza, il dolore, la paura… anche nei momenti difficili in cui magari
provo tristi emozioni, soprattutto se le provo non le voglio dipingere ma cerco
la Luce, per non far spazio alla negatività e non darle nutrimento.

 


 

Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue
opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?

 

Quando inizio un nuovo lavoro non ho bene in mente che cosa
andrò a dipingere; a volte ho idea dei colori che vorrei usare, di una
particolare sensazione, uno stato emozionale e niente altro. Dipingo una forma,
ne aggiungo un’altra, e così via… il risultato finale è una sorpresa in realtà,
e molto spesso mi racconta qualcosa di me, di ciò che sto vivendo magari… a
livello subconscio spesso fa emergere delle chiavi di lettura che mi aiutano
poi a comprendere qualcosa di personale. Altre volte no, semplicemente sono
illustrazioni che mi guardano dal foglio, e io guardo loro.

Amo dipingere in solitudine, ascoltando musica di ogni tipo
e a volte mi accorgo che può essere anche la musica stessa a guidarmi nel
creare.

A volte canto mentre dipingo… altre volte sono talmente
immersa che mi accorgo che non mi stacco da ciò che sto creando da troppo
tempo, perché magari sono ore che dipingo e non ho pranzato, o semplicemente
capisco che è ora di smettere perché mi bruciano gli occhi o si è fatto buio.

Oltre alla base in acquerello, i miei lavori sono ricchi di
dettagli che dipingo con miche metallizzate, inchiostri, acrilici… e quindi
diventa un viaggio infinito di particolari finché quel che vedo mi piace da
poterlo definire finito, completo.

Dipingere mi catapulta in una dimensione in cui tutto è
senza peso e mi sento libera e parte di un mondo inaccessibile agli altri, un
mondo parallelo solo mio.

 


 


Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

 

Ho deciso di mettermi in gioco, di proporre i miei lavori
affacciandomi in questo mondo a me sconosciuto delle esposizioni. Ho sempre
dipinto per me stessa, non ho mai pensato veramente che le mie creazioni
potessero suscitare l’interesse di molti. Ma negli ultimi mesi, la mia arte è
stata molto apprezzata inaspettatamente; diverse opere hanno trovato casa in
America, qualcosa mi è stato commissionato in Italia… e quindi ho pensato che
forse è giunto il momento di prender coraggio e uscire allo scoperto.

Questa è la seconda esposizione collettiva a cui partecipo,
la mia prima è stata l’anno scorso a dicembre a Venezia; un’esposizione del
piccolo formato con cui ho partecipato con due illustrazioni, riscontrando
feedback positivi.

Mi sono imbattuta per caso nel bando di questa esposizione
internazionale e ho provato a partecipare alle selezioni.

Non ho molte aspettative a dire il vero, sono molto felice
di partecipare e ciò che m’interessa di più è il parere di persone esperte
nell’ambito dell’arte, riguardo la mia pittura; credo che questo mi potrà
aiutare a credere un po’ più in me stessa, ad alzare un po’ la mia autostima e
a darmi un po’ di coraggio nel propormi, se otterrò un buon riscontro.

Spero che la mia opera possa suscitare un’emozione
nell’osservatore.

Sono una goccia in un oceano di artisti incredibili, di
opere meravigliose, e sono fiera di portare il mio piccolo contributo nel mondo
dell’Arte, con gratitudine a chi mi dedicherà del tempo, all’osservatore che si
soffermerà per un momento e al quale spero con tutto il cuore di poter donare
un’istante di bellezza.

 


 

In che modo hai deciso di presentare la tua arte all’interno
di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi
raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella realizzazione e se c’è
un significato o un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso di
esse?

 

Presenterò un’illustrazione su carta cotone 76x56cm, tecnica
mista di acquerello, acrilico, miche metallizzate e inchiostro.

L’opera che espongo si chiama AMAMORFIA ed è ispirata alla
creazione. Una sorta di camera gestazionale, un improbabile grembo materno;
reti di cellule, fascie muscolari ibridate a una botanica aliena, neuroni
abbozzati su figure mordide dai colori nei toni del rosa, del carnale..il tutto
in una continuità armonica che suggerisce l’espansione.

Credo il tutto mi sia stato suggerito dal fatto che sto per
diventare zia; io non ho figli e non ho vissuto la maternità. La gravidanza
della compagnia di mio fratello è la prima che mi capita di vivere da vicino,
il pensiero di come si stia formando giorno dopo giorno mia nipote, credo mi
sia stata d’ispirazione subconsciamente, nella creazione di quest’opera.

 


 

 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi
ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

 

Devo seguire il mio corpo, mi sto riorganizzando la vita per
poter invecchiare e degenerare nel miglior modo possibile. Attualmente sono
un’artigiana vetraia, ma non potrò continuare a fare questo lavoro per molto
ancora. Entro la fine di quest’anno attuerò dei cambiamenti che mi
permetteranno di avere molto più tempo da dedicare alla pittura, che è la cosa
che mi dà più gioia e entusiasmo in assoluto!

Mi sto riavvicinando alla mia famiglia, che mi sta aiutando
molto in questo cambiamento.

Sono felice, non vedo l’ora di aver più tempo per
l’arte… non tutti i mali vengono per nuocere, e io mi sento molto fortunata!

Per il resto, nella mia arte, nella mia vita, mi lascerò
trasportare dagli eventi, cercherò di evolvere ed esplorare, di creare e di
sperimentare, cercando di essere fluida come acqua, di lasciare che tutto
scorra… come acquerello su un foglio di carta cotone!




 



 

Contatti


Email zanchigabriella@gmail.com








Gabriella Zanchi

Nata a Venezia nel 1979, [Nome dell’Artista] proviene da una famiglia di artigiani vetrai da più generazioni e cresce immersa nella creatività di una fornace di vetri artistici a Murano. Suo padre e suo fratello sono Maestri Vetrai, e quest’ultimo è particolarmente noto a livello internazionale. Pur non lavorando direttamente nella produzione in fornace, il suo ruolo si concentra sulla progettazione, sul disegno e sulle fasi di lavorazione del vetro pre e post produzione.

La passione per il disegno l’accompagna sin dall’infanzia, diventando una costante nel suo percorso. Spirito libero e indipendente, a 18 anni lascia la casa di famiglia per intraprendere una serie di esperienze che la portano a esplorare nuovi orizzonti. Tra queste, un periodo di quattro anni vissuto in montagna, immersa nella natura più autentica, segna una svolta profonda nella sua vita e nel suo rapporto con l’arte. È proprio in questo contesto, tra paesaggi incontaminati e cieli stellati, che si avvicina all’acquerello, trovando in questa tecnica la forma espressiva più affine alla sua sensibilità.

L’acquerello diventa per lei non solo un mezzo artistico, ma una vera e propria filosofia: il dialogo tra l’acqua e il pigmento, tra il controllo e l’imprevedibilità, riflette la sua visione della vita. Il processo di asciugatura, che trasforma e sorprende l’artista stessa, diventa una metafora dell’accettazione dell’inaspettato. Dipinge in modo istintivo, lasciandosi guidare dalle emozioni e dai colori, costruendo le sue opere strato dopo strato, fino a dare forma a pensieri e suggestioni che emergono sul foglio di carta cotone.

I dettagli finali – miche metallizzate, acrilico e inchiostri – arricchiscono le sue creazioni, donando loro un’identità più definita. La sua ricerca è in continua evoluzione, spinta dal desiderio di scoprire e trasmettere bellezza ed emozione, condividendo con il pubblico frammenti del suo mondo interiore attraverso la delicatezza dell’acquerello.
























©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.


Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.



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“Full Immersion” di Matteo Sarro: dopo il successo di Roma, la mostra approda in Belgio

 



“Full Immersion” di Matteo Sarro: dopo il successo di Roma, la mostra approda in Belgio


Dopo l’esordio di successo a Roma, Full Immersion di Matteo Sarro, a cura di Maria Marchese, avrà una continuazione in Belgio.

La mostra dell’artista beneventano Matteo Sarro, a cura di Maria Marchese, presso lo Spazio Valeriani, in quel di Roma, ottiene grandi consensi da parte del pubblico presente. Un esordio tanto promettente non poteva non avere un proseguo: mentre ancora siamo nel vivo dell’esperienza espositiva, Sarro ha iniziato una produzione inedita per un’”immersione totale” in terra belga.

 

Il 14 Marzo è stata inaugurata “Full Immersion” , la prima mostra personale di Matteo Sarro : un’immersione totale tra le opere e tra i consensi del pubblico presente, intervenuto numeroso presso lo Spazio Valeriani, che ne decretano il successo. Con – geniale l’allestimento ideato dall’artista e dalla curatrice Maria Marchese , dove l’apposizione di specchi tra le opere ha sortito l’effetto desiderato, ossia di azzerare il confine tra le persone ed i manufatti, tra la vita quotidiana e l’arte, tra pensiero e materia. Sono  14 le opere presenti in mostra – tele, sculture ed oggetti di design – che raccontano il percorso artistico di Sarro, dagli esordi ad oggi. Esse convincono innanzitutto per la cifra distintiva dell’artista, che denota una personalità “esotica”, intesa come squisita capacità di esplorare e sperimentare l’inconsueto, traducendolo, poi, in creazioni che seducono esteticamente e psicologicamente. Affascinano, infatti, le grandi tele come Lembo” ed “Oltre, che raccontano un importante e profondo legame con il luogo d’origine, Benevento, conla famiglia e la tradizione, dai colori terrosi su fondi immacolati, ma dalle forme incerte, tanto quanto le tele più piccole, le ultime della produzione “sarriana” , come “Purity” e “Légerecomme unpierre”, contraddistinte da un’approfondita indagine nella sfera del colore, tradotta in nuances ricercate, a volte riflessive altre “audaci”. Tra le prime e le seconde si intende chiaramente un distacco rispetto ai principi che sono stati fondamento giammai, però, rinnegati dall’artista, bensì ri – dimensionati, ossia  hanno acquisito un peso diverso, nel contesto della sua crescita.






L’esperienza di Matteo Sarro, sia esistenziale che artistica, testimonia un rapporto “partenza/tornanza” alle origini che evolve, invertendo i valori, via via che la propensione alla scoperta di altre terre, insita nell’artista da sempre, e la sua inclinazione naturale alla sperimentazione, lo conducono altrove. Tutta la sua produzione si contraddistingue per la mescita della farina, simbolo dei legami ancestrali, con le resine acriliche, portavoce di esplorazioni nell’ignoto; questo stesso connubio muta, nelle sue stagioni, nelle proporzioni: la presenza della farina diminuisce esponenzialmente, lasciando spazio alle “azioni” delle resine, determinando una serie di interessanti variazioni morfologiche delle sue pietre.






Durante la serata erano presenti Mario Tacinelli, curatore d’arte, direttore artistico, con l’artista Luisa Valeriani, di Spazio Valeriani, che ha ospitato “Full Immersion, e molte altre personalità di spicco nel panorama artistico italiano, tra cui Gino Rossi, art dealer, Laura Mantovi, jewelery designer, la stylist Giuseppina Lauria, lo scrittore Ruggero Capone, le artiste Irene Malish e Anastasia Chaikovskaia… 

Questo esordio così promettente dell’artista non poteva non avere un seguito: dal 3 Luglio al 3 Ottobre 2025, sarà lAlof Brussels Shuman di Bruxelles ad ospitare la mostra a cura di Maria Marchese.





Full Immersion sarà Visitabile fino al 24 Marzo 2025.































©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 





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L’arte di Patrizia Nigro è un sussurro della natura, un viaggio tra materia, sogno e rinascita

  L’ArteCheMiPiace Interviste

L’arte di Patrizia Nigro è un sussurro della natura, un viaggio tra materia, sogno e rinascita

di Giuseppina Irene Groccia |25|Marzo|2025|


Patrizia Nigro è un’artista che intesse un dialogo intimo con la natura, l’umanità e il mondo spirituale, dove ogni opera diventa un racconto silenzioso delle sue esperienze e riflessioni. La sua arte, che spazia dalla scultura in legno di recupero alla pittura, è una risposta rispettosa e poetica ai temi della fragilità e della bellezza del nostro ambiente. La scelta di lavorare con il legno trovato, un materiale già modellato dalla natura, rispecchia la sua visione di un mondo che offre costantemente spunti di rinascita, ma che necessita di essere ascoltato e protetto.

Le sculture di questa artista sono molto più di semplici oggetti; essi sono frammenti di storie di vita, modellate dal tempo e dalla forza degli elementi. La sua tecnica, che unisce il figurativo e il fantastico, è un invito a fermarsi e a guardare il mondo con occhi nuovi, più attenti e consapevoli. Il legno, nelle sue mani, diventa simbolo di resilienza, e ogni sua opera, dai vortici che richiamano alla protezione della terra agli omaggi alla bellezza della quotidianità, è un messaggio di speranza. L’artista, infatti, non cerca solo di far riflettere, ma di suggerire la possibilità di un cambiamento positivo, con il potere che ogni piccolo gesto umano può avere sul futuro del nostro mondo.

Attraverso la sua partecipazione a mostre e il continuo impegno nella ricerca, l’artista riesce a comunicare con l’osservatore, cercando allo stesso tempo di crescere, di esplorare nuovi orizzonti creativi. Il suo percorso è una testimonianza del valore dell’arte come linguaggio universale, capace di unire e di risvegliare sensibilità condivise. 





Lacrime di
rugiada  
80×100 acrilio su tela


Nel dialogo che segue, Patrizia Nigro racconta con profondità e sensibilità il suo percorso artistico, le ispirazioni che guidano la sua creatività e il messaggio che desidera trasmettere attraverso le sue opere





Puoi raccontarci come hai
iniziato il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento
particolare che ti ha spinto verso l’arte?

L’amore
per l’arte lo nutro sin da piccola, è sempre stato il linguaggio a me più
congeniale per comunicare con gli altri. All’inizio ho espresso questa passione
con i disegni, poi con le matite colorate e, dopo diverse esperienze, attualmente
anche con i colori ad olio e quelli acrilici. Successivamente, mi sono
appassionata alla scultura del legno di recupero, un materiale caldo, che
possiede già una sua storia e che non inquina.

Mi
sono diplomata al Liceo Artistico di Eboli e, nel corso degli anni, ho frequentato
corsi privati di pittura ad olio, acrilico, seta e scultura.

L’amore
e il rispetto verso la natura, gli animali e l’essere umano, con le sue
fragilità, sono diventati i temi della mia arte.



Qual è il tema o il
messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?

Essendo amante
della natura, cerco di interpretare quello che essa mi offre, come ad esempio i
piccoli legni che raccolgo sulla riva del mare o dei fiumi, e comunico la loro
bellezza. Si tratta per me di “objet trouvè”, ovvero oggetti che hanno in sé
una loro storia e un enorme  fascino.

Con essi realizzo
sculture, con le quali cerco di trasmettere quanto riescono a emozionare e
farci riflettere sull’importanza di valorizzare e proteggere il nostro ambiente
naturale.



Come descriveresti il tuo stile artistico e
come si è evoluto nel corso del tempo?

Io ho usato la
mia arte per comunicare, elemento fondamentale per me. Ho studiato scuola
classica e, dopo aver sperimentato diversi stili e tecniche, sono arrivata ad
avere un mio stile personale, che potrei definire figurativo, fantastico e in
parte surreale; tuttavia, la ricerca e lo studio continuano sempre.


Il soffio della foresta – scultura in legno
riciclato dalla montagna e mare 45x20x60

 




Nei tuoi sogni trovi risposte come sussurri
del vento. C’è stato un sogno in particolare che ha influenzato profondamente
una tua opera? Se si, come si è trasformato poi in arte?

Si, questo
avviene spesso, a volte non proprio durante il sonno, ma durante un riposo a occhi
chiusi.

Uno tra i più
recenti è avvenuto in un momento doloroso della mia vita. Sono scivolata sul
ghiaccio e ho rotto il polso destro e io sono destrorsa.

Stavo riposando
sul divano ed è lì che questa immagine mi è apparsa.

Quando mi sono
destata, l’immagine era lì precisa, ma non sapevo come disegnarla sul taccuino;
con fatica ci sono riuscita, anche se era così confuso da poterlo riconoscere.

Si è trasformato
in un’opera d’arte quando, dopo un paio di mesi, mi è arrivata una richiesta
per partecipare a una collettiva, che aveva un tema libero.

Nel frattempo, era
scoppiata la guerra in Ucraina e, stando in convalescenza, vedevo tutti i
giorni scene orrende con donne che fuggivano dalla guerra. Così è nato “Lacrime
di rugiada”, un telo di un metro e novanta per uno e quaranta, acrilico su
tela. Per me era un urlo di aiuto, un invito a riflettere su cosa era più
importante, le cose o le persone, ma anche un suggerimento di speranza e una
risposta, data dalla figura della donna, che ritengo rigeneratrice in tutti i
sensi.


Soffio – 90×70 olio e acrilico
su tela



Lavori con il
legno di recupero, dando nuova vita a materiali già modellati dal tempo e dalla
natura. C’è stato un pezzo di legno che ti ha particolarmente colpita per la
sua storia o la sua forma, ispirandoti a creare qualcosa di speciale.

Da molti anni recupero
pezzi di legni che ritengo interessanti e belli, in passato realizzavo oggetti
decorativi per il giardino e per la casa; dopo ho trovato alcuni legni, nei
quali intravedevo già una donna che voleva essere ripulita e portata al suo
splendore. Ad esempio, Lidia, la dama dal cappellino rosso, Virginia ecc. Un
pezzo di legno che mi ha colpito particolarmente, di recente, è stato un
vortice che avevo visto in un sogno, nel quale c’erano tanti vortici che
risucchiavano al loro interno tutto quello che trovavano sul loro cammino.

Quest’ estate, andando
in spiaggia, ho notato un pezzo di legno di un certo volume, che assomigliava
ad un vortice.

Prelevato,
ripulito, pitturato e assemblato è diventato un vortice molto voluminoso, dove
ho posto al centro animali in via di estinzione, sempre in legno di recupero e
scolpiti da me.

Un vortice che
vuole porre l’attenzione sulla fragilità della nostra terra e tutto ciò che ne
fa parte. Le mie opere, però, suggeriscono sempre un filo di speranza; infatti,
ho posto al centro un bambino dipinto d’oro, con un drappo che andava al centro
del vortice come fosse un cordone ombelicale, suggerendo la rinascita.

L’uomo ha sempre
la possibilità di apportare un contributo positivo su tutto.



La tua arte è un
invito a riscoprire la bellezza del mondo con occhi attenti e consapevoli. Qual
è il messaggio più importante che speri di trasmettere a chi osserva le tue
opere?

Quello che mi
piacerebbe trasmettere è l’amore per una vita più sana e rispettosa del mondo e
di tutto ciò che contiene.



Quadro “Ariel” olio su tela 80 x60                             Scultura  legno riciclato 45x18x35                                                               


Qual è il
processo creativo che segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o
rituali a cui sei particolarmente affezionata?

La mia formazione
classica e figurativa mi guida nella realizzazione dei miei quadri, ma quello
che per me è fondamentale sono i piccoli pezzi di legno che trovo per “caso” in
giro; dopodiché continuo a operare in una forma bidimensionale con il quadro,
dove applico le tecniche, olio, acrilico e china ecc., ma cercando sempre modi
sperimentali e contemporanei.



Preferisci
lavorare su tela in solitudine o trovi ispirazione anche da contesti
collettivi, come workshop o eventi d’arte?

Di solito, lavoro
da sola nel mio studio o in giardino, sia scolpendo il legno che dipingendo.
Dal mio punto di vista, non sono importante io come artista, ma la mia opera,
anche se, essendo un insegnante, comprendo l’esigenza dello spettatore di conoscere
il mio modo di creare. Infatti, quando mi è stata assegnato il compito di dipingere
un murales con i ragazzi/e, ho lavorato davanti a tutti ed è stato piacevole.


Scultura in legno riciclato dal mare “Giulia” 20x10x49




Come vivi il rapporto tra arte e pubblico? In
che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

Sono convinta che
un’opera d’arte si completi con lo sguardo di chi l’osserva.

Quindi, ha molta
importanza il parere dello spettatore, ma, personalmente, non mi lascio
condizionare da pareri poco concreti; colgo stimoli costruttivi come conferme o
spunti per migliorarmi. Nell’ultima mostra personale, ho avuto modo di
osservare come le persone fossero incuriosite dai personaggi creati con le
sculture in legno riciclati e dai colori dei quadri; ciò che più destava il
loro interesse era capire la relazione scultura-quadro e, alla fine, entravano
anche loro in relazione con l’opera che ammiravano, creando una sinergia quasi
magica.


Scultura in
legno riciclato dalla montagna e il mare “Cappellino rosso” 8x9x34


C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato,
che consideri particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua
storia?

Da premettere che
tante opere da me realizzate hanno sempre un significato importante per me. Ma
se devo raccontarne una, quella è la scultura “La bellezza che caratterizza
ogni istante”, una donna che va a spasso con il cagnolino. Si tratta di legni
riciclati dal mare e dalle campagne, che apparentemente sembravano poco affascinanti
e belli, ma che invece assemblati hanno dato vita a me stessa. Io, infatti, ho
sempre avuto dei cani sin dalla nascita, amici di sempre, che rendono bella la
quotidianità e la vita.


La bellezza che
caratterizza ogni istante” scultura in legno riciclato  7x45x12




Come vedi il
ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro
contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

L’arte unisce i
cuori e gli animi di tutti, ha un linguaggio universale; è per questo che mi
lascio emozionare da qualsiasi forma di vera arte.

La mia arte nasce
dalle emozioni e suggerisce riflessioni su temi attuali; mi auguro che possa
avere un piccolo ruolo nella società attuale.


Quadro
“Annalisa” 60×80  olio su terla      Scultura in legno riciclato dal mare 14x14x50

 




Quali sono le
maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai affrontato e
come le hai superate?

Nel mondo
dell’arte esistono tanti bravissimi artisti e tanti stili; è difficile entrarci
e fare in modo che si venga presi in considerazione.

Il mercato
dell’arte è sempre imprevedibile, io punto sulle persone che conosco e di cui mi
fido e cerco canali che non mi illudano, ma che aiutino a sponsorizzare le mie
opere.



Vortice – olio, acrilico e china 108×64



Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

La spinta viene
dalla voglia di farsi conoscere come artista e scelgo sulla base delle mie conoscenze.
Ho conosciuto, infatti, Maria Di Stasio in una recente mostra a Salerno: una
persona splendida, empatica, umile e molto professionale con la quale si è
creato subito un bel rapporto. Poi la dott.sa Bognolo, che era il critico della
mostra, una persona sensibile e con una grande professionalità; mi ha
emozionata la critica alle mie sculture, perché ha colto esattamente il senso
di quello che volevo trasmettere. Da questa mostra mi aspetto visibilità nella
città di Roma, un luogo che celebra l’arte da sempre. Ogni mostra è un
arricchirsi di esperienze e relazioni, conoscenza di nuovi artisti, la cui arte
mi spinge a confrontarmi e migliorarmi.



In che modo hai deciso di presentare la tua
arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere ha scelto di
esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro
realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi
trasmettere attraverso di esse?

Ho scelto due
opere, un dipinto ad olio 60×80 e una scultura in legno riciclata dalla
montagna 8x9x32, perché una completa l’altra e insieme vogliono suggerirci una
riflessione sul rapporto che l’uomo ha con la natura e gli animali, un rapporto
che deve basarsi sul rispetto dell’ambiente e l’amore verso ogni essere
vivente.

La scultura è
stata la musa ispiratrice del quadro; ho trovato quel piccolo pezzo di legno
durante una passeggiata con i miei cagnolini, in primavera, su una montagna
vicino casa mia, Monte Cavallo. Immediatamente, ho pensato all’essere vivente
in esso contenuto, una donna che corre sulle vette innevate e si lascia
avvolgere dalla natura ricoperta da quel candido manto nevoso, in compagnia di
chi vive in quei luoghi, un furetto. Nel dipinto ho voluto illustrare anche la
stagione della primavera, con i bucaneve che colorano quel bianco e una luce
dal fondo che li fa brillare.

Il messaggio che
ho voluto trasmettere è l’importanza di imparare a godere di tutto quello che
ci circonda, la natura e gli esseri animali, perché ci trasmettono la gioia di
vivere.


Cappellino rosso – 60×80 olio, acrilico e china su tela 



Quali progetti o obiettivi hai per il futuro?
Ci sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti esplorare?

I mie progetti
sono semplici: riuscire a fare ciò che mi piace fare, continuare a dialogare
con le mie opere e riuscire a sperimentare nuovi ambiti. Nell’arte vi sono
tanti mondi da esplorare e a me piace conoscerli.

 

 



 

Contatti


Email patriziaorgin@gm,ail.com

Facebook Patrizia Nigro

Instagram patrizia_nigro_artist

Patrizia Nigro – Biografia

Nata nel 1959 ad Altavilla Silentina (Salerno), Patrizia Nigro vive da oltre quarant’anni a Vipiteno, dove ha sviluppato e consolidato il suo percorso artistico. Diplomata al Liceo Artistico di Salerno, ha inizialmente intrapreso la carriera di maestra d’asilo, senza mai abbandonare la sua passione per l’arte. Nel corso degli anni, ha sperimentato e affinato diverse tecniche, spaziando dalla pittura alla scultura, fino alla creazione di scenografie teatrali.

Profondamente ispirata dalla natura, dagli animali e dalla dimensione spirituale, Nigro realizza sculture in legno di recupero, trasformando materiali plasmati dal tempo e dagli elementi in opere d’arte cariche di significato. La sua ricerca artistica si esprime anche attraverso la pittura, che utilizza per arricchire le sue creazioni di profondità e dettagli evocativi.

Oltre alla produzione artistica, ha condotto corsi di pittura e disegno per bambini e adulti, trasmettendo la sua sensibilità e il suo sapere a nuove generazioni. Ha partecipato a numerose mostre in tutta Italia, ricevendo riconoscimenti per la sua capacità di raccontare, attraverso l’arte, il delicato equilibrio tra uomo e natura. Il suo lavoro è un invito a riscoprire la bellezza del mondo con occhi attenti e consapevoli, celebrando la possibilità di trasformazione e rinascita insita in ogni frammento di vita.


























©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.


Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.



Invia la tua candidatura alla seguente email: gigroart23@gmail.com


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Al Confine tra Istinto e Materia Carmela Tulino

L’ArteCheMiPiace – Interviste

Al Confine tra Istinto e Materia


Carmela Tulino




di Giuseppina Irene Groccia |24|Marzo|2025|

Carmela Tulino non si lascia definire da etichette, né da accademiche imposizioni. La sua arte nasce da un atto di ribellione quieta, come un’onda che scivola senza fretta, ma con una forza tutta propria. È un viaggio fatto di materia e sentimenti, una danza fra le emozioni più intense e le superfici che le ospitano. Ogni suo quadro non è solo una rappresentazione, ma una trasformazione – come la polvere ceramica che plasma, come il colore che si fa vivo, che si infila nelle fessure lasciate dalla vita.

Nel suo mondo, la forma non è mai solo forma, e il colore non è solo colore. C’è sempre un racconto dietro ogni pennellata, una memoria che si affaccia senza svelarsi completamente, perché ogni opera è come una pelle, una superficie irregolare che respira. È la sintesi di un’esplorazione interiore, che non cerca risposte, ma pone domande, invitando l’osservatore a tuffarsi nel suo tumulto silenzioso, nella tensione fra razionale e irrazionale, fra ciò che si mostra e ciò che si nasconde.

Se le sue radici affondano nel restauro e nella valorizzazione culturale, Carmela riesce a mescolare l’arte del recupero con quella della creazione. Ogni strato di colore che sovrappone, ogni segno che lascia sulla tela, è un richiamo al passato, ma anche un atto di rinnovamento. Non si ferma mai alla superficie: sotto ogni gesto c’è la volontà di far emergere qualcosa di profondo, di misterioso. Le sue influenze, distanti eppure intime, spaziano da Schiele a Bacon, da Burri all’immaginario vittoriano, ma è nella sua materia che trova la vera voce.

E quando dipinge, tutto in lei diventa un atto fisico, quasi primordiale. Non c’è schema, né progetto: la tela è una zona di sperimentazione, dove l’istinto trova spazio per esprimersi. La musica che accompagna il suo gesto non è solo un sottofondo, è parte di quel silenzio interiore da cui sgorga ogni opera. Ogni quadro che nasce è come un piccolo universo, in continua espansione, che non smette di svelarsi.

L’arte di Carmela Tulino è un invito a un incontro intimo, senza parole, fatto di forme, colori e silenzi. Ogni opera è una chiave, ma non c’è una sola porta da aprire. La sua arte è un riflesso che si moltiplica, sempre differente per chi la guarda. E in questo, forse, risiede la sua forza: nell’offrire uno specchio che non restituisce mai la stessa immagine.

In questo contesto di continua evoluzione artistica, abbiamo avuto l’opportunità di dialogare direttamente con Carmela Tulino, per scoprire più a fondo il suo percorso, le sue influenze e il processo che guida la sua creatività. Ecco cosa ci ha raccontato.


Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo
percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha
spinto verso l’arte? 



Il mio percorso artistico è nato quasi per gioco.
Non provengo da una famiglia di artisti, quindi l’arte per me è sempre stata
più una scoperta personale che una tradizione da seguire. Ho frequentato il
Liceo Artistico P.A. De Luca di Avellino, dove ho iniziato a esplorare diverse
tecniche e materiali, ma il vero punto di svolta è arrivato quando mi sono resa
conto che l’arte mi permetteva di esprimere ciò che le parole non riuscivano a
dire. Non c’è stato un evento preciso, ma piuttosto una serie di momenti: le
esperienze nei laboratori artigianali, i progetti di valorizzazione culturale a
cui ho partecipato, e persino il restauro di mobili antichi — tutti tasselli
che mi hanno avvicinata sempre di più a questa dimensione creativa. Ogni volta
che dipingo, è come se stessi traducendo emozioni e pensieri in qualcosa di
tangibile, lasciando che il colore e la materia parlino al posto mio. 


Qual è il
tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue
opere?
 


Il cuore delle mie opere risiede nell’esplorazione delle emozioni
umane e nella trasformazione di queste in forme e colori. Non seguo regole
accademiche precise: il mio approccio è istintivo, quasi viscerale. Ogni opera
nasce da un’esigenza interiore, spesso legata a esperienze personali o
riflessioni più profonde sulla condizione umana. Il tema principale è la lotta
tra ragione e sentimento, tra ciò che mostriamo al mondo e ciò che custodiamo
dentro di noi. Mi affascina rappresentare quella tensione emotiva, il conflitto
tra identità personale e condizionamenti sociali. Opere come “Intolleranze
sentimentali” ne sono un esempio: il volto distorto e il gesto esasperato
raccontano l’esplosione di emozioni trattenute troppo a lungo. Non voglio
imporre un significato preciso; lascio volutamente aperta l’interpretazione,
perché chi osserva possa trovare il proprio riflesso nell’opera, instaurando un
dialogo intimo e personale con essa. Per me, l’arte non deve dare risposte, ma
suscitare domande. 




Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo? 


Descriverei il mio stile come una fusione
tra istinto ed emozione, tradotta attraverso tecniche miste e stratificazioni
materiche. Uso spesso lavaggi di colore e materiali come stucco o polvere
ceramica per creare superfici vive, quasi tattili. Ogni strato aggiunto è come
una traccia del processo interiore che accompagna la creazione dell’opera.
Inizialmente il mio lavoro era più legato alla figurazione classica,
influenzato dalla mia formazione in conservazione dei beni culturali e
restauro. Col tempo, però, ho sentito la necessità di rompere con quella struttura
e lasciare più spazio all’improvvisazione e all’intuito. Ho iniziato a
sperimentare con texture più materiche e colori più liberi, cercando non tanto
di rappresentare una realtà esterna, quanto di dare forma a quella interna —
fatta di contrasti emotivi e riflessioni personali. Il mio stile, quindi, è in
continua evoluzione, proprio come il mio modo di sentire e vivere l’arte. Ogni
opera è un punto di passaggio, mai un punto d’arrivo. 


La sua esperienza spazia
dal restauro alla decorazione, dalla scenografia all’interior relooking. Qual è
il filo conduttore che unisce tutte queste espressioni artistiche nel suo
percorso e come hanno arricchito la sua identità professionale? 


Il filo
conduttore che lega tutte queste esperienze è senza dubbio la trasformazione.
Che si tratti di restauro, scenografia o interior relooking, il mio obiettivo è
sempre stato dare nuova vita a qualcosa — che sia un oggetto, uno spazio o
un’idea. Il restauro mi ha insegnato il valore del passato e la responsabilità
di rispettarlo, ma anche come riportare alla luce ciò che sembrava perduto. La
scenografia, invece, mi ha dato la libertà di creare ambienti che raccontano
storie, dove lo spazio stesso diventa un linguaggio visivo. L’interior
relooking mi ha mostrato quanto l’estetica possa influenzare il modo in cui
viviamo e percepiamo gli ambienti quotidiani. Tutte queste esperienze hanno
arricchito la mia identità artistica, portandomi a sviluppare una visione più
completa e versatile. Ogni tecnica e disciplina ha lasciato qualcosa nel mio
modo di creare: il restauro mi ha dato precisione e pazienza, la scenografia ha
amplificato la mia capacità narrativa, e il relooking mi ha insegnato a
guardare oltre l’apparenza. Questo bagaglio si riflette nelle mie opere, dove
il contrasto tra materia e colore non è mai casuale, ma frutto di una ricerca
continua tra memoria e rinnovamento. Alla fine, credo che ogni trasformazione —
di un oggetto, di uno spazio o di un’emozione — racconti sempre, in qualche
modo, una rinascita. Ed è proprio questo il concetto che porto con me in ogni
mia creazione.

 


Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro?
Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato
particolarmente la tua visione? 


Le mie principali fonti di ispirazione
nascono da una combinazione di esperienze personali ed esplorazioni artistiche.
Più che seguire uno specifico movimento, mi lascio guidare dall’emozione e
dalla materia, ma inevitabilmente alcune influenze hanno lasciato un segno profondo
nel mio percorso. Dal punto di vista artistico, mi sento vicina
all’espressionismo per la sua capacità di trasformare l’interiorità in forme
viscerali e colori intensi. Artisti come Egon Schiele e Francis Bacon mi
affascinano per la loro rappresentazione cruda e disturbante dell’animo umano.
Allo stesso tempo, la ricerca materica di Alberto Burri e l’uso delle superfici
vive e “ferite” mi hanno spinto a sperimentare con texture e
materiali diversi, come la polvere ceramica e lo stucco. Sul piano personale,
le esperienze legate al restauro e alla valorizzazione del patrimonio culturale
hanno plasmato la mia sensibilità verso la materia e il tempo. Ogni oggetto
antico, ogni superficie logorata dal tempo racconta una storia, e questo
concetto di “memoria tangibile” si riflette nei miei lavori, dove le
stratificazioni di colore e materia cercano di trasmettere una sensazione di
vissuto, quasi archeologica. Infine, la mia tesi sugli illustratori vittoriani
di Alice nel Paese delle Meraviglie ha aggiunto un altro livello di
ispirazione: il loro modo di giocare con la deformazione della realtà e con
l’ambiguità visiva ha influenzato il modo in cui rappresento i corpi e le
espressioni nei miei dipinti. In sintesi, la mia arte nasce da una continua
fusione tra emozione, memoria e sperimentazione materica. Ogni opera è una
sorta di viaggio personale, ma aperto a chi la osserva, affinché possa
ritrovare qualcosa di sé in quelle forme e in quei colori. 


Qual è il processo
creativo che segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a
cui sei particolarmente affezionato? 


Il mio processo creativo è
piuttosto istintivo e raramente lineare. Di solito tutto parte da un’emozione o
da una riflessione che sento il bisogno di tradurre in materia e colore. Non parto
quasi mai da un disegno preparatorio dettagliato: preferisco lasciarmi guidare
dal gesto e dalla sensazione del momento. La prima fase è molto fisica: preparo
la superficie — che sia tela o tavola — lavorandola con stucco, polvere
ceramica o altri materiali che mi permettono di ottenere una base materica,
irregolare e viva. Questo passaggio è fondamentale, perché crea una sorta di
“pelle” dell’opera, con asperità e segni che diventano parte
integrante del risultato finale. Poi passo ai colori, che applico a strati,
usando lavaggi e velature. Amo vedere come il colore si infiltra tra le crepe
della materia, creando effetti imprevedibili. Spesso alterno pennellate rapide
e gestuali a momenti di pausa, in cui osservo l’opera e cerco di capire dove
vuole andare. È quasi un dialogo tra me e il quadro: non sempre vinco io. Non
ho veri e propri rituali, ma c’è una cosa a cui sono affezionata: prima di
iniziare, mi piace stare in silenzio per qualche minuto davanti alla tela
bianca. È un momento in cui mi svuoto dei pensieri quotidiani e cerco di
entrare in uno stato d’animo più profondo, quasi meditativo. E poi c’è la
musica. Non sempre, ma quando sento di dover liberare un’emozione forte, metto
brani intensi, spesso strumentali, che mi aiutano a lasciar andare il controllo
e dipingere più istintivamente. In definitiva, il mio processo creativo è un
dialogo continuo tra istinto e riflessione, tra materia e colore. Ogni opera è
il risultato di questo equilibrio, sempre in bilico tra controllo e
improvvisazione. Alla fine, il quadro mi dice quando è finito. Spesso è una
sensazione più che una decisione razionale. Se sento che l’opera
“respira”, che trasmette quel tumulto interiore da cui è nata, allora
so che è arrivata a compimento. 



Preferisci lavorare su tela in solitudine o
trovi ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte? 


Generalmente, il mio processo creativo si svolge in solitudine, dove
posso concentrarmi completamente sulla mia ricerca e lasciare che le emozioni e
le intuizioni fluiscano liberamente. La tela diventa un luogo intimo in cui
posso esprimere me stessa senza distrazioni, e la solitudine mi permette di
ascoltare meglio ciò che l’opera sta cercando di comunicare. La mia arte nasce
da un’esigenza personale, e quel silenzio è fondamentale per arrivare a una
connessione profonda con il mio lavoro. Tuttavia, non disdegno completamente
l’aspetto collettivo dell’arte. Anche se la mia pratica è più introspettiva,
eventi come workshop, mostre o incontri con altri artisti sono momenti che
possono rivelarsi stimolanti e arricchenti. Il confronto con altre realtà
artistiche, la possibilità di osservare altre tecniche o prospettive, mi aiuta
a rimanere aperta e a esplorare nuove idee. È come se il dialogo con gli altri,
pur non essendo diretto nella creazione, potesse influenzare in modo sottile la
mia visione. In sintesi, la solitudine è la mia scelta preferita per lavorare,
ma i contesti collettivi mi offrono occasioni di crescita e di stimolo, che poi
interiorizzo e porto nel mio processo creativo. 


Come vivi il rapporto tra
l’arte e il pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone
influenzano il tuo lavoro? 


Il rapporto tra arte e pubblico è per me un
elemento fondamentale, ma anche complesso. Quando creo, il mio obiettivo è
trasmettere un’emozione, una riflessione, ma lascio sempre spazio
all’interpretazione individuale. L’arte non è mai statica: diventa viva e
prende una nuova forma ogni volta che entra in contatto con chi la osserva. Il
feedback del pubblico è, quindi, una parte importante del processo, ma non
influenze dirette sul lavoro che sto realizzando in quel momento. Per me, la
reazione delle persone è come una sorta di “specchio” che riflette la
loro percezione dell’opera e può far emergere sfumature che non avevo
considerato. A volte, mi colpisce sentire come un’opera venga letta in modi che
non avrei mai immaginato, ma trovo che questo arricchisca la mia visione. Non
nego che alcune critiche o osservazioni possano farmi riflettere, ma non permetto
che cambino la direzione che sto prendendo, a meno che non arrivi una
comprensione più profonda, che stimoli una nuova ricerca. Il mio approccio,
quindi, resta sempre molto personale e istintivo, ma il dialogo con il pubblico
mi aiuta a comprendere meglio come l’opera venga percepita e vissuta. In
definitiva, il pubblico è una parte integrante dell’esperienza artistica, ma la
mia visione rimane saldamente radicata nel mio mondo interiore. L’arte, per me,
deve essere un dialogo, ma senza mai perdere la sua autenticità. 


C’è un’opera,
tra quelle che hai realizzato, che consideri particolarmente significativa per
te? Puoi raccontarci la sua storia?


Una delle opere che considero
particolarmente significativa per me è “Intolleranze sentimentali”.
Non solo perché è una delle mie opere più complesse, ma perché incarna una
riflessione profonda su temi che mi sono molto cari: il conflitto tra ragione e
sentimento, l’identità smarrita e la lotta interiore. Questa opera è stata
creata in un momento di grande fermento emotivo, dove mi sentivo in bilico tra
la necessità di “contenere” le emozioni e il desiderio di liberarle.
La figura centrale, distorta e esasperata, rappresenta il culmine di una lotta
emotiva che tutti, credo, conosciamo. L’uso della tecnica mista, con lavaggi di
colore e velature, ha permesso di ottenere una superficie materica e sensoriale
che quasi “trattiene” il conflitto, ma allo stesso tempo lo esprime.
Ogni strato di colore, ogni movimento nel dipingere è stato una sorta di esorcismo
per me, come se stessi cercando di dare forma a un caos interiore. L’opera si è
evoluta durante il processo, e ogni correzione, ogni modifica, mi ha portato
più vicino a comprendere qualcosa di profondo su me stessa. Ma ciò che rende
“Intolleranze sentimentali” davvero significativa è la sua capacità
di comunicare qualcosa di universale. Quando le persone mi parlano di
quest’opera, spesso mi dicono che riconoscono in essa le proprie emozioni, i
propri conflitti, e questo è il potere dell’arte: dare voce a sentimenti che,
altrimenti, rimarrebbero nascosti. In un certo senso, quest’opera rappresenta
non solo un pezzo della mia ricerca artistica, ma anche un momento di crescita
personale. 




Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che
il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo? 


Il ruolo
dell’arte nella società contemporanea è più che mai centrale, anche se a volte
sembra essere messo in discussione o sminuito. Viviamo in un mondo saturato di
immagini e stimoli, ma l’arte ha ancora il potere di fermarci, farci riflettere
e risvegliare una consapevolezza più profonda su di noi e sul nostro tempo. In
un’epoca in cui l’informazione è immediata e spesso superficiale, l’arte rimane
una forma di resistenza, un mezzo per entrare in contatto con l’interiorità,
con le emozioni e con questioni universali che riguardano tutti. Penso che
l’arte possa essere uno strumento di critica sociale, di esplorazione delle
nostre identità e delle nostre paure, ma anche di speranza e trasformazione. In
particolare, le opere che affrontano il conflitto, la perdita, l’introspezione
e la riconciliazione, come molte delle mie, riescono a parlare di ciò che non
viene sempre detto, a dare voce a chi si trova in difficoltà a esprimere le
proprie emozioni. L’arte ha il potere di scuotere, di mettere in discussione la
normalità e di stimolare un cambiamento nel modo in cui vediamo noi stessi e il
mondo. Il mio lavoro, sebbene molto personale, cerca proprio di affrontare
tematiche universali e di aprire uno spazio di riflessione. Cerco di tradurre
le emozioni e le esperienze di ogni individuo in forme visive che possano
toccare qualcosa di profondo, senza voler imporre un’interpretazione univoca.
Questo credo che possa contribuire al ruolo dell’arte nella società contemporanea:
non come una semplice decorazione, ma come una finestra che invita a guardare
dentro di noi, a confrontarci con la nostra umanità più autentica. 




Quali sono
le maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai superate? 


Le difficoltà che ho affrontato come artista sono molteplici, ma una
delle principali è stata sicuramente la gestione dell’incertezza e del senso di
insoddisfazione che spesso accompagna il processo creativo. A volte, il non
riuscire a tradurre un’idea nella forma che avevo in mente o il vedere che
un’opera non si evolve come immaginato può essere frustrante. In quei momenti,
la tentazione di abbandonare o di sentirsi “bloccati” è forte. La
difficoltà più grande è stata imparare a convivere con questa incertezza e a
non giudicare troppo severamente il mio lavoro. Un’altra difficoltà è stata
quella di trovare un equilibrio tra il mio percorso artistico personale e le
aspettative del pubblico o del mercato dell’arte. Come artista emergente, c’è
sempre il rischio di sentirsi sotto pressione nel cercare di soddisfare
richieste che non corrispondono alla propria visione. Superare questa sfida è
stato possibile solo mantenendo salda la mia autenticità, restando fedele alla
mia ricerca e non adattandomi alle tendenze o alle mode del momento. La
consapevolezza che il mio lavoro è un percorso in continua evoluzione mi ha
aiutato a non farmi paralizzare dalla paura di non piacere o di non essere
abbastanza “commerciale”. Inoltre, come artista che lavora spesso in solitudine,
ho affrontato la difficoltà di non avere un dialogo costante con altri colleghi
o professionisti del settore, con il rischio di rimanere isolata nella propria
visione. La soluzione è stata cercare il confronto attraverso mostre, workshop
e collaborazioni che mi permettessero di arricchire la mia pratica e di
metterla in discussione. Infine, la difficoltà di conciliare l’arte con altre
responsabilità professionali e personali è stata una sfida. Il tempo è sempre
limitato, e trovare momenti dedicati completamente alla creazione è complicato.
Ma, alla fine, ogni difficoltà mi ha insegnato qualcosa di nuovo: che la
crescita artistica non avviene solo nei momenti di facilità, ma spesso proprio
attraverso le difficoltà. L’importante è non arrendersi, imparare da ogni passo
del percorso e continuare a credere nel valore del proprio lavoro. 




Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

Partecipare a Everland Art – Percorsi di ricerca rappresenta per me
un’opportunità stimolante di confronto e crescita. Essere selezionata per un
evento che raccoglie artisti impegnati nella ricerca e nell’innovazione è
un’occasione unica per presentare il mio lavoro a un pubblico più ampio e
interagire con altre realtà artistiche. Mi ha spinto la volontà di mettere alla
prova la mia arte, di esplorare nuovi modi di dialogare con lo spettatore e di
confrontarmi con altre voci che, come la mia, cercano di esprimere emozioni e
riflessioni profonde. Le mie aspettative sono quelle di vivere un’esperienza
che non solo mi arricchisca dal punto di vista professionale, ma anche umano.
Spero di entrare in contatto con altri artisti e con il pubblico, in modo da
poter cogliere nuove sfumature della mia stessa ricerca. Un confronto diretto
con altre pratiche artistiche potrebbe portarmi a scoprire nuovi linguaggi o
ispirazioni che arricchiranno il mio lavoro. Inoltre, eventi come questi sono
occasioni per valutare come il mio lavoro viene percepito in contesti diversi,
lontani dalla mia dimensione più intima, e per ricevere feedback che, seppur
distanti dalla mia visione iniziale, possono aprire nuovi spazi di riflessione
e crescita. Sono convinta che questa esperienza possa contribuire al mio
percorso artistico, non solo come momento di visibilità, ma come una tappa
fondamentale nel processo di evoluzione creativa. 


In che modo hai deciso di
presentare la tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere
hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha
guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o un messaggio
particolare che volevi trasmettere attraverso di esse? 


Per Everland
Art – Percorsi di ricerca, ho scelto di esporre alcune delle opere che meglio
riflettono il mio percorso artistico e che credo possano stimolare un dialogo
profondo con il pubblico. Le opere selezionate sono “Intolleranze
sentimentali” e “Occhio non vede, cuore non duole”, entrambe
rappresentative di tematiche legate al conflitto interiore, alla perdita di
identità e alla lotta emotiva. Queste opere sono state realizzate con tecniche
miste e cromatismi che vogliono trasmettere la frenesia emotiva e la tensione
tra ciò che si percepisce e ciò che si nasconde. Il processo creativo che mi ha
guidato è stato molto istintivo e riflessivo. In “Intolleranze
sentimentali”, ad esempio, la figura centrale distorta esprime il culmine
di una lotta tra ragione e sentimento. Ogni strato di colore è stato pensato
per rivelare il conflitto interiore, con lavaggi di colore e velature che
rappresentano le emozioni complesse che non si riescono a esprimere a parole.
Ho cercato di dare una forma visibile alla frustrazione e alla confusione che
spesso accompagnano momenti di grande stress emotivo, creando un’opera che
potesse “parlare” senza bisogno di spiegazioni verbali. In
“Occhio non vede, cuore non duole”, la tecnica mista materica, con
l’uso della polvere ceramica, ha permesso di dare una qualità tattile
all’opera, come se l’emozione fosse quasi palpabile. L’idea centrale era quella
di rappresentare l’illusione che ciò che non vediamo non ci colpisca, ma in
realtà tutto ciò che ignoriamo o rifiutiamo ci accompagna nel profondo. Il
contrasto tra l’aspetto visivo e quello emotivo nell’opera vuole comunicare
questa dicotomia. L’obiettivo che ho cercato di raggiungere con entrambe le
opere è quello di suscitare una riflessione intima e personale nel pubblico.
Voglio che chi osserva possa riconoscere qualcosa di sé, delle proprie emozioni
e conflitti, e che l’arte diventi una via per affrontare e riflettere su queste
tematiche universali. In questo percorso espositivo, ho voluto mantenere una
forte coerenza tra le opere e la mia ricerca artistica, puntando a creare
un’atmosfera che stimoli il pubblico a entrare in contatto con i propri
sentimenti più profondi, proprio come è stato per me nel realizzarle.  




Quali
progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che
vorresti esplorare? 


Per il futuro, uno dei miei principali obiettivi è
quello di continuare a evolvere come artista, ampliando il mio linguaggio
visivo e sperimentando nuove tecniche e materiali. Mi piacerebbe esplorare
maggiormente l’aspetto tridimensionale nelle mie opere, integrando sculture o
installazioni che possano interagire con lo spazio e con il pubblico in modo
ancora più diretto. La mia ricerca sul conflitto interiore e l’identità
potrebbe aprirsi a nuove dimensioni, creando opere che non solo “si
vedono”, ma che “si vivono”, in un’esperienza immersiva.
Inoltre, sto pensando di approfondire l’aspetto delle emozioni collettive, come
quelle legate ai cambiamenti sociali, culturali o ambientali. Mi interessa
esplorare come le nostre emozioni si intrecciano con l’ambiente che ci
circonda, con la società e con le problematiche globali. Vorrei sviluppare
progetti che affrontino tematiche legate alla memoria storica collettiva e alla
trasformazione del nostro rapporto con la natura e il mondo che abitiamo. Un
altro progetto che ho in mente è quello di ampliare la mia partecipazione a
eventi e mostre internazionali, per poter confrontarmi con altre realtà
artistiche e culturali. Credo che l’esposizione in contesti più ampi possa
arricchire ulteriormente il mio lavoro, portandomi a scoprire nuove influenze e
ispirazioni. Infine, spero di dedicarmi sempre di più alla creazione di un
dialogo continuo con il pubblico, affinché l’arte non rimanga solo una forma di
espressione privata, ma diventi un’esperienza condivisa, che possa stimolare
riflessioni e connessioni tra le persone. La possibilità di avviare progetti
partecipativi o collaborativi potrebbe essere una delle vie per continuare a
crescere e ad affrontare nuove sfide creative.







Contatti


Email carmela.tulino82@gmail.com

Facebook Carmela Tulino

Instagram tulino.carmela








Carmela Tulino – Tra emozione
e materia

Nata a Nola, in provincia di Napoli, il 13 febbraio 1982,
Carmela Tulino ha intrapreso un cammino artistico lontano dai percorsi
tradizionali, lasciandosi guidare più dall’istinto che dalle regole
accademiche. Il suo rapporto con l’arte nasce come un gioco, un’esplorazione
personale che si è trasformata nel tempo in una ricerca profonda e intima.

La sua formazione ha radici solide: ha studiato presso il Liceo
Artistico P.A. De Luca di Avellino, con indirizzo in conservazione dei beni
culturali, dove ha affinato la sua sensibilità attraverso laboratori artistici,
esperienze di scavo, restauro e catalogazione. Ha poi conseguito un master in
Storia dell’Arte Sacra presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia
Meridionale e sta attualmente completando la sua laurea in Storia e
conservazione dei beni culturali, per poi continuare e diventare storica e
Critica d’Arte, presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, con una
tesi dedicata agli illustratori vittoriani di Alice nel Paese delle Meraviglie,
sotto la guida del Prof. Stefano Causa.

Parallelamente, Carmela ha costruito una carriera nel restauro e
nel restyling di mobili e la decorazione, avviando un’attività con la sorella
nel settore vintage e antiquariato, collaborando con aziende danesi,
piemontesi, inglesi. Ha inoltre lavorato con l’associazione culturale Meridies per
la valorizzazione del patrimonio locale, contribuendo alla promozione del
Villaggio Preistorico di Nola, museo diocesano e archeologico, sotto la
supervisione di Tonia Solpietro, direttrice del Museo Diocesano di Nola.

La sua arte riflette un’anima in continuo movimento: tecnica
mista materica, velature e lavaggi di colore si fondono per dare vita a opere
che trasformano emozioni e pensieri in immagini tangibili. Dipinti come
“Occhio non vede, cuore non duole”, “Pudica” e “Intolleranze
sentimentali” raccontano il conflitto tra ragione e sentimento, invitando
l’osservatore a un dialogo personale e profondo con l’opera.


Per Carmela Tulino, l’arte resta un viaggio aperto, una continua scoperta dove
la materia si intreccia all’anima, lasciando spazio a chi guarda di trovare la
propria verità tra i colori e le forme.  L’arte è un’esperienza aperta, un
dialogo tra artista, opera e fruitore: la creazione non si conclude con il
pennello, ma si realizza pienamente solo quando chi osserva vi proietta il proprio
vissuto. Ogni quadro è una possibilità, una porta socchiusa che invita a
trovare la propria verità, in una conversazione intima tra immagine e anima.

 






























©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.


Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.



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Il MuPa di Ginosa accoglie “Percorsi” – Grande successo per la sua inaugurazione

 

Il MuPa di Ginosa accoglie Percorsi


Grande successo per la sua inaugurazione 

di Redazione  |23| Marzo|2025|

Ieri sera, tra le suggestive mura del MUPA – Museo Multimediale di Ginosa, si è respirata un’atmosfera appassionata e densa di emozioni. L’inaugurazione della mostra “Percorsi” ha rappresentato un vero e proprio viaggio tra idee, visioni e connessioni artistiche che hanno sorpreso e coinvolto un pubblico numeroso e attento.


Ad accogliere gli ospiti, il direttore del museo Piero Giannuzzi, che con parole precise e appassionate ha introdotto l’evento e anche la filosofia che anima il MUPA: un luogo dinamico, in continuo dialogo con l’arte e la contemporaneità. 

Poi, la scena è passata nelle mani di Mirella Bitetti, artista e curatrice, che ha svelato il senso di Percorsi e la sua esperienza nel nuovo ruolo di organizzatrice, lasciando trasparire la passione e l’impegno dietro ogni scelta espositiva. 

Nel suo intervento, ha inoltre voluto ringraziare per la collaborazione l’artista Giuseppina Irene Groccia, sottolineando il suo contributo all’evento sia come espositrice che come supporto organizzativo.

Ha quindi presentato gli artisti presenti al vernissage, dando loro spazio per raccontare personalmente il significato delle loro opere: Olga Marciano e Gaetano Carriero hanno condiviso la loro ricerca artistica con il pubblico, instaurando un dialogo diretto e coinvolgente. Inoltre, Mirella Bitetti ha introdotto anche il fotografo Diego Salvador e Rosellina Iacovelli, assenti alla serata ma parte integrante della mostra con i loro lavori.


Tra i ringraziamenti e le presentazioni, il testimone è passato a Giuseppina Irene Groccia, artista e founder del Blog “L’ArteCheMiPiace“, che ha condiviso con entusiasmo il suo duplice ruolo in questa avventura. Da un lato, come espositrice, ha presentato una nuova serie di opere in arte digitale; dall’altro, ha offerto un prezioso supporto all’organizzazione dell’evento in qualità di media partner e contribuendo alla selezione degli artisti attraverso il suo Blog e il magazine “ContempoArte“. Grazie al suo impegno, tre artisti da lei proposti hanno trovato spazio in mostra: Teresa Saviano, Enzo Forgione e il duo artistico formato da Christine Selzer e Katerina Dramitinou, che ha avuto modo di presentare personalmente all’inizio dell’evento, introducendo il pubblico alle loro opere e al loro percorso artistico.





In questa occasione, quattro delle sei sale del MUPA, dedicate a grandi personalità dell’arte italiana – Caravaggio, De Filippo, Fellini, Fracci, Morricone e Alighieri – si sono trasformate in spazi di ampia suggestione. Qui, opere differenti per stile ma accomunate da una forte identità artistica hanno dato vita a un dialogo visivo intenso e non verbale, capace di coinvolgere lo spettatore oltre le parole. 

Due artisti per ogni ambiente, in una mini personale che ha dato loro l’opportunità di presentare un ampio numero di opere, andando oltre la forma tradizionale di collettiva. Un intreccio di segni e colori che ha invitato i visitatori a immergersi in una dimensione di esplorazione e scoperta.

Olga Marciano, Gaetano Carriero e Giuseppina Irene Groccia hanno raccontato personalmente le loro opere, instaurando con il pubblico un confronto vivo e stimolante, mentre gli altri artisti hanno lasciato che le loro creazioni parlassero da sole, rivelando dettagli e significati nascosti a chi si fermava a osservare con attenzione.

L’entusiasmo dei visitatori si è fatto sentire: in tanti si sono fermati a dialogare con gli artisti, incuriositi dai percorsi creativi e dalle tecniche utilizzate. Una partecipazione attiva, segno che l’arte, quando incontra lo spettatore giusto, genera domande, emozioni, connessioni.


La serata si è conclusa con un rinfresco offerto dal MUPA, un momento di condivisione che ha permesso di prolungare il piacere dell’incontro e delle riflessioni nate davanti alle opere.


Il MuPa si è confermato ancora una volta come un punto di riferimento culturale, un luogo in cui l’arte incontra il pubblico in un dialogo diretto e coinvolgente. Custodito tra le mura di un magnifico palazzo settecentesco sapientemente restaurato, questo museo è l’esempio perfetto di come tradizione e innovazione possano intrecciarsi, dando vita a nuove esperienze artistiche.


“Viviamo in un tempo in cui la cultura rischia di scivolare nell’ombra. Il MuPa nasce per riportarla al centro, per dare spazio all’arte e permetterle di parlare direttamente alle persone, in un percorso immersivo e sensoriale,” ha concluso il direttore Piero Giannuzzi.


Per chi non ha potuto partecipare all’inaugurazione, la mostra “Percorsi” rimarrà visitabile fino al 20 aprile, ogni giorno dalle 17 alle 21

Un’occasione da non perdere per chi desidera lasciarsi trasportare in un viaggio artistico emotivamente sorprendente.






📍 MuPa – Palazzo Multimediale, Via Giunchiglie 10, Ginosa (TA)

📅 22 marzo – 20 aprile 2025

🕗 Orari di apertura: tutti i giorni dalle 17:00 alle 21:00

🎟️ Ingresso gratuito





Contatti


phone +39 3802670907 

e-mail info@mupapuglia.it

























©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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Oltre la Forma Il Mondo Artistico di Anna Matrosova

 

Oltre la Forma

Il Mondo Artistico di Anna Matrosova





di Giuseppina Irene Groccia |20|Marzo|2025|


Anna Matrosova è un’artista e scultrice che fonde la precisione ingegneristica con una profonda espressione artistica. La sua arte rappresenta un “ponte” tra il materiale e l’effimero, un tema ricorrente nelle sue opere, dove la ricerca dell’intensità emotiva e la bellezza nell’imperfezione diventano protagonisti. Ispirata alla filosofia del wabi-sabi, Anna Matrosova valorizza la semplicità e la ruvidità delle forme, integrando il minimalismo con una profondità sensoriale che invita lo spettatore a un dialogo interiore.

La sua formazione internazionale, che spazia da New York a Londra, Berlino e Firenze, le ha permesso di sviluppare uno stile molto personale che mescola la profondità filosofica della cultura russa con la leggerezza e la sensualità della tradizione artistica italiana. Le sue opere sono spazi che generano atmosfere capaci di suscitare emozioni e riflessioni, creando ambienti che influenzano il nostro stato d’animo.

Il suo approccio creativo è fortemente introspettivo, incentrato su un processo di flusso che le consente di dialogare con il materiale in un’atmosfera di silenzio e concentrazione. Tuttavia, è anche consapevole dell’importanza del pubblico e del feedback, pur rimanendo fedele alla propria visione artistica senza adattarsi alle aspettative esterne.

Anna Matrosova crea amabilmente e si impegna a trasmettere un messaggio di eternità, laddove ogni opera diventa un’esperienza, un’opportunità per dare significato all’ambiente che ci circonda. 

Per comprendere appieno l’approccio e la visione artistica di Anna Matrosova, è interessante esplorarlo direttamente dalla sua voce, attraverso le risposte che ha dato in questa intervista. 

In questa conversazione, l’artista rivela le radici della sua passione, il suo processo creativo e il modo in cui la sua arte si evolve, offrendo uno sguardo approfondito sulle motivazioni che guidano la sua ricerca estetica e filosofica.

·       
Come è iniziato il tuo percorso
artistico? C’è stato un momento particolare che ti ha spinto verso l’arte?

·        
La mia passione per l’arte è
iniziata nell’infanzia. Ho sempre visto il mondo in modo diverso: forme,
colori, texture mi sembravano parte di una grande sinfonia. Il momento decisivo
è stato quando ho capito che attraverso l’arte potevo non solo esprimermi, ma
anche creare spazi pieni di significato, energia ed emozioni.


·       
Qual è il messaggio principale
che vuoi trasmettere con le tue opere?

·        
Cerco di trasmettere una
sensazione di eternità e profondità. La mia arte è un dialogo con lo spazio,
con la persona, con il momento. Creo non solo dipinti e sculture, ma veri e
propri ponti tra il visibile e l’invisibile, tra il materiale e lo spirituale.
È un’opportunità per sentire l’energia del momento, accoglierla nella propria
vita e dare significato alla casa.







·       
Come descriveresti il tuo stile
artistico e come si è evoluto nel tempo?

·        
Il mio stile è una fusione tra
minimalismo, wabi-sabi, moderno e boho. È un equilibrio tra semplicità e
profondità, leggerezza e struttura. Nel tempo ho capito che l’arte non deve
sovraccaricare – deve offrire spazio per il pensiero, le sensazioni e le
emozioni.

·       
Parli di un ‘ponte tra il
visibile e l’invisibile’. Come traduci questa idea nelle tue opere?

·        
Lavoro con texture, colori,
spazi vuoti e forme per creare una sensazione di transizione – dal materiale
all’effimero. A volte si tratta di tonalità delicate che sembrano dissolversi nello
spazio, altre volte di linee nette che conducono verso l’ignoto. L’obiettivo
principale è offrire allo spettatore la sensazione che davanti a lui non ci sia
solo un oggetto, ma qualcosa di più grande, capace di risuonare con il suo
mondo interiore.

·       
Unisci pittura e scultura,
ispirandoti al minimalismo e al wabi-sabi. Come trovi il giusto equilibrio tra
semplicità della forma e profondità del significato?

·        
Il wabi-sabi insegna a vedere
la bellezza nell’imperfezione, mentre il minimalismo si concentra sulla purezza
della forma. Nelle mie opere creo un ritmo visivo in cui ogni dettaglio ha un
senso. Può essere una superficie ruvida, una sfumatura di colore appena
percettibile o uno spazio vuoto che diventa importante quanto le linee stesse.






·       
Come la cultura russa e quella
italiana hanno influenzato il tuo stile?

·        
La Russia mi ha dato
profondità, ricerca di significato e filosofia. L’Italia mi ha dato leggerezza,
sensualità, il gioco di luce e ombra. Ho preso il meglio di entrambi i mondi:
l’intensità emotiva e l’estetica essenziale. Questo mi ha permesso di creare
opere che non sono semplici decorazioni, ma diventano parte dello spazio,
creando un’atmosfera di accoglienza e stile.

·       
Qual è il tuo processo
creativo? Hai dei rituali particolari?

·        
Il processo inizia con un’idea
che prima vive dentro di me. Posso portarla con me per un po’ prima di
realizzarla. Quando inizio a lavorare, cerco di entrare in uno stato di flusso
– massima concentrazione, silenzio, energia del momento. Spesso creo più opere
contemporaneamente, lasciandole nascere naturalmente, senza forzare la forma.

·       
Preferisci lavorare in
solitudine o trovi ispirazione in un ambiente collettivo?

·        
Amo la solitudine nella
creazione. È il mio modo per concentrarmi e dialogare con il materiale. Ma
l’arte è anche interazione, quindi mostre, incontri e dialoghi con
collezionisti e pubblico sono importanti per me.





·       
Come vivi il rapporto con il
pubblico? Il feedback delle persone influenza il tuo lavoro?

·        
La mia arte non vive solo
dentro di me – continua negli occhi di chi la osserva. Apprezzo il feedback, ma
non mi adatto alle aspettative. Creo ciò che nasce dentro di me, e per me è
importante quando questo trova risonanza nelle persone.

·       
C’è un’opera che per te è
particolarmente significativa?

·        
Ogni opera rappresenta una fase
del mio percorso. Ma se dovessi sceglierne una, sarebbe ‘Marrakesh’. Questa
opera è ispirata all’armonia e alla profondità dei colori e delle texture del
Marocco. Evoca calore, mistero e un senso di viaggio senza tempo.






·       
Qual è il ruolo dell’arte nella
società contemporanea?

·        
Oggi l’arte non è solo
decorazione, ma un modo per creare ambienti che influenzano il nostro stato
interiore. Nel caos dell’informazione e del rumore, diventa un’isola di
silenzio e consapevolezza.





·       
Quali difficoltà hai affrontato
nel tuo percorso?

·        
La difficoltà più grande è
stata imparare a dare valore alla mia arte e non avere paura di farmi
conoscere. È importante capire che l’arte non è solo un processo creativo, ma
anche un business, e bisogna imparare a gestirlo.

·        Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

·        
Questa mostra è un’opportunità
per far conoscere la mia arte a un nuovo pubblico, incontrare persone che
condividono la mia visione. Sono sicura che sarà un passo importante nel mio
percorso creativo.

·       
Quali opere presenterai in
questa mostra? Quale messaggio vuoi trasmettere attraverso di esse?

·        
Alla mostra presenterò
‘Antiquity’, un’opera che incarna il fascino del passato e la sua connessione
con il presente. Questa creazione riflette l’estetica wabi-sabi, trovando
bellezza nelle imperfezioni e nel trascorrere del tempo.



 


·       
Quali sono i tuoi progetti per
il futuro?

·        
Voglio espandere i confini
della mia arte, partecipare a mostre internazionali, creare installazioni
artistiche di grande scala. E soprattutto rendere l’arte più accessibile,
affinché le persone possano portare nelle loro case un’energia unica attraverso
le mie opere.

 

 

Contatti

·Instagram: @baibika_art_  /baibika_art  

  Facebook: Anna Matrosova

· Email: amatrosova776@gmail.com








Anna Matrosova è un’artista e scultrice la cui pratica unisce precisione ingegneristica e profondità espressiva, creando opere caratterizzate da un dialogo intimo con lo spazio. La sua arte è un “ponte” tra il visibile e l’invisibile, tra il materiale e l’effimero, un tema che guida la sua ricerca creativa. Ispirata dalla filosofia giapponese del wabi-sabi, Matrosova trova la bellezza nell’imperfezione e nel passare del tempo, riuscendo a trasformare ogni scultura e dipinto in un’esperienza che coinvolge profondamente lo spettatore. Il suo stile, un equilibrato mix di minimalismo, texture ricche e intensità emotiva, è una riflessione sulla semplicità e sul significato che ogni dettaglio visivo può trasmettere.

Matrosova ha studiato nelle principali istituzioni artistiche internazionali, perfezionando la sua tecnica e la sua visione. Tra le sue esperienze formative si annoverano la New York Academy of Art, dove ha partecipato a una Masterclass su texture e tecniche miste (2023), il Royal College of Art di Londra (2021), il Berlin Art Institute (2019-2020), e la Florence Academy of Art (2017-2018). La sua formazione e la sua crescita professionale sono stati influenzati dalla fusione di diverse tradizioni culturali, con l’intensità emotiva della cultura russa e la leggerezza e sensualità della tradizione artistica italiana.

Le opere di Anna Matrosova sono state esposte in numerose mostre collettive e personali in tutta Europa, partecipando a eventi prestigiosi come il tour intercontinentale della Fondazione Effetto Arte (Dubai, Pechino, New York, Monaco, Venezia), e mostre come “Dantébus” (Italia, 2025) e “Essenza minima” (Bologna, 2022). La sua arte è parte di collezioni private in Europa, e nel 2024 presenterà una mostra personale a Salerno.

Membro attivo dell’Associazione Italiana degli Artisti d’Arte, Matrosova continua a espandere i confini della sua ricerca artistica, puntando a un futuro in cui l’arte diventa un mezzo per influenzare e arricchire gli spazi della nostra vita quotidiana, portando un’energia unica nelle case e negli ambienti che abitiamo.



































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Rinascere attraverso l’arte Il viaggio di Adriana Finazzi

 

Rinascere attraverso l’arte

Il viaggio di Adriana Finazzi

di Giuseppina Irene Groccia |20|Marzo|2025|


Adriana Finazzi è una figura poliedrica che, nonostante il lungo percorso tortuoso della vita, ha trovato nella pittura la propria autentica espressione artistica. La sua biografia, segnata da sfide personali significative – tra cui un grave incidente che ha cambiato irreversibilmente la sua vita – è testimonianza di una resilienza fuori dal comune. Questa forza di volontà si riflette anche nella sua evoluzione come artista.

Per Adriana, l’arte è un processo di trasformazione, un viaggio che non riguarda solo il perfezionamento tecnico, ma anche la metamorfosi dell’animo umano. La sua pittura non cattura la realtà, ma diventa un mezzo di trasfigurazione, un atto in grado di elevare l’essere umano e di dare una nuova vita ai sentimenti e alle esperienze. La sua è una ricerca che non si ferma alla superficie estetica, ma si spinge verso un’indagine più intima, un desiderio di comprendere la complessità dell’anima, soprattutto quella femminile. Nei suoi quadri, i volti delle donne emergono come simboli di storie segrete, intrise di significato e intenzioni che solo l’artista è capace di svelare. Non si tratta semplicemente di immagini, ma di vere e proprie voci, che comunicano emozioni, verità e messaggi nascosti, dando vita a un linguaggio che attraversa la materia stessa dei colori e delle forme.

La sua visione artistica è camaleontica, sempre in evoluzione, e le sue opere sono frutto di un’‘onnivora’ curiosità stilistica, che abbraccia diverse tecniche a seconda dell’espressione che vuole raggiungere. Questo approccio fluido, che non si ferma ad una sola forma d’arte, riflette una continua ricerca e un impegno nel perfezionamento che va oltre la sola esecuzione tecnica, e si spinge verso una interazione più sentita con il suo pubblico.

Adriana ha vissuto una vera e propria rinascita artistica, e la consapevolezza di essere un’artista non le è stata data dall’esterno, ma nasce dal suo stesso riconoscimento del valore della propria arte. Per lei, l’artista è colui che crea senza utilità pratica, ma con il puro intento di comunicare attraverso l’opera. E in questo viaggio, in cui l’arte diventa anche una forma di cura e di recupero del sé, Adriana Finazzi ha trovato la sua vera identità. La sua arte è una testimonianza di trasformazione, di lotta e di speranza.

In questa intervista, Adriana Finazzi ci racconta il suo straordinario percorso di trasformazione personale e artistica, svelando come la pittura sia diventata per lei non solo un atto creativo, ma un mezzo di riscatto e di profonda connessione con l’animo umano.




Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso artistico? C’è
stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso l’arte?

Sono sempre stata attratta dal mondo artistico, seguivo
corsi d’acquerello, partecipavo a mostre, andavo a conferenze, ma il mio
avvicinarmi all’Arte fu dovuto ad una città – Firenze – e ad una persona in
particolare che mi ha insegnato prima a dipingere e poi mi ha chiamato artista,
dicendomi tu Adriana non sei una restauratrice – ero giunta a Firenze
per seguire una triennale di restauro, nella quale ebbi subito grandi problemi
fisici – sei un’artista.

Fu quello l’inizio perché è stato per me come un
Battesimo. Da allora io stessa mi sono vista tale ed ho pensato che per essere
artisti non bisogna sia un critico od un gallerista a dirlo, basta anche una
persona che sappia cosa dice ed abbia la competenza per farlo.

Si tratta di quella che era la mia insegnante di
disegno, Martina, in arte Marti. Ed è la persona a cui devo la consapevolezza
della mia ignorata capacità e della volontà, che da allora provo, di poter
rendere la mia vita un’esistenza in cui io possa parlare non solo con le parole
scritte, ma anche con le immagini viste.

 

Vorrei a questo punto trattare dell’argomento: chi
può definirti artista? Sono gli altri che devono dirtelo o sei tu stesso che
devi avere questa coscienza?

Questa è la mia risposta: Io credo che chiunque
produca un’opera creata con le proprie mani, che sia per puro piacere estetico
e non sia utile per un’attività (altrimenti si chiamerebbe artigiano), egli per
me è un’artista o un artista.

L’artista deve avere una propria
consapevolezza in questo senso, non ha bisogno che glielo dica un critico. E
se mi si chiedessi quindi chiunque può esserlo?
Dipende da quale è l’Arte
che porti avanti e quali sono le persone a cui ti rivolgi. Credo che per
vendere un’opera d’Arte ad un intenditore o ad un collezionista si debba avere
delle analisi critiche di un certo calibro. Ma se si intercetta chi ha piacere
di spendere soldi per avere una tua opera d’Arte, ecco l’artista autore ha
ricevuto già il guadagno e non necessitano di questi passaggi formali. L’artista
per me deve avere la consapevolezza di esserlo (un pittore, come un cantante,
come un musicista, come uno scrittore…) L’Arte è la grande madre che ingloba
molti, tanti e costoro devono sentirsi sotto la Sua ala.

 

Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare
attraverso le tue opere?

La mia cifra artistica è l’Uomo.

Pur essendo consapevole del fatto che
l’uomo abbia anche lati negativi e violenti e beceri, non ripresento questo
nelle mie opere d’Arte perché l’Arte per me non è la rappresentazione della
realtà – anche di quella crudele ed umana e violenta – ma Essa ha una forza in
grado di trasfigurare l’uomo, trasformandolo.

In verità la Metamorfosi dell’animo umano è
possibile alla scrittura, che può parlare con potenti megafoni al cuore degli
uomini, ma la sorella minore della scrittura è la pittura che impara a fare lo
stesso da chi c’è da più tempo (la voce arriva prima in ogni essere umano,
sicuramente prima del disegno, e la mia scrittura Parla).

Quindi pongo nelle mie opere volti umani,
soprattutto di donne, di cui voglio far risaltare un preciso intento voluto
dall’autore originale o che ha colpito me in modo personale. Quando porrò le
immagini delle mie opere scriverò anche quale è il messaggio o la particolarità
di ognuna.

Io sono
un’artista che investiga le emozioni visibili nei volti, soprattutto negli
occhi, o nei gesti  e che le ripresenta
comunicandole, spero, allo spettatore.

 




Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è evoluto nel
corso del tempo?

È una domanda ostica perché non saprei cosa rispondere.
Forse posso dire che mi sembra di non avere uno stile mio definito e
determinato, sempre uguale, ma cambia in base a ciò che eseguo.

Posso dire che nelle opere già create da altri mi
sembra di adeguarmi all’artista in oggetto e con Modigliani so essere decisa e
materica, con Delacroix, negli acquerelli, so essere delicata e soffusa, con
Ligabue so essere alla ricerca della sfumatura giusta, con Turner so essere
velata come la lontananza…

Ma anche nelle opere mie, che però creo su ispirazione
di altri o altro, mi atteggio allo stesso modo: se voglio comunicare tenerezza,
scelgo strumenti e modi per realizzarla, affinché traspaia;

per esempio se voglio creare una Sacra famiglia in cui
sia lui a proteggere lei ed il Bambino farò lo sfondo scuro e lui si ergerà
dietro i due abbracciati – lei seduta che tiene in braccio il Bambino
guardandolo dormire, con un bastone per difendere ed una carezza per essere
vicino; se invece desidero comunicare la dolcezza del momento realizzerò un
acquerello delicato con gli stessi personaggi in una diversa situazione.

Il mio stile lo definirei camaleontico. Che si regola
in base a ciò che voglio esprimere (per questo io non uso solo una tecnica, ma
mi piace essere ‘onnivora’ e farne diverse) ed è sempre stato così, non si è
evoluto, se non nella bravura e nella velocità di esecuzione.

 

Hai iniziato riproducendo opere di altri artisti come una sorta di
“cartina tornasole” del tuo percorso. C’è stata un’opera in particolare che ha
segnato il passaggio dalla riproduzione alla creazione di qualcosa di
interamente tuo? E cosa ti ha spinto a fare questo salto?

Poiché nel giorno in cui ebbi il mio Battesimo da
artista, mi fu ventilata anche la possibilità di scrivere un libro sull’Arte
per i bambini, cominciò lì la gestazione di questo mio prodotto-infante-testo
unito al fatto che avrei voluto inserire anche opere mie (dipinte da me) che si
rifacessero ad un certo artista, che avrei trattato nel testo.

È questo il motivo per cui ho realizzato prima opere
del passato. Innanzitutto perché sono convinta sia da lì che si debba imparare,
dal Passato, e poi perché siccome dovevo trattare di un autore preciso, mi
lasciavo suggestionare da una sua opera o da più opere e amavo crearne anch’io
una copia non pedissequa o mutando strumento e supporto, o mutando espressione.

L’opera che rappresenta la prima mia rivisitazione su
larga scala di un’opera del passato fu su una di Blake.

Innanzitutto da precisare che io non riesco a dipingere
opere di altri, se prima non li conosco un po’ come persone e figure artistiche
o esistenziali. Mi ha aiutato anche il mio compito di informarmi per scrivere
il mio libro sull’Arte (per cui non mi sono basata su informazioni trovate in
Internet – anche se vi sono state occasioni in cui per scrivere a proposito ho
usato questa importante risorsa – ma facevo ricerche su molti testi e saggi).

In una di queste mie ricerche – l’argomento era William
Blake – di questo autore realizzai ad acquerello il particolare dell’opera Le
dieci vergini sagge e le dieci stolte
che ben spiegava l’importanza che
Blake dava all’Arte come portatrice e svelatrice della religiosità vera e non
formale. In questi saggi, mi ritrovai di fronte ad un’opera ad acquerello e
china, dove vi erano due angeli che, con in pugno una lancia, erano
circonflessi su di una nuvola al cui interno vi erano parole inglesi
illeggibili ed incomprensibili; sopra di loro vi era un demone sul trono.

Tenni il soggetto degli angeli (anche se li feci
diversi per rappresentare l’intera Umanità) con le lance, tolsi il diavolo e
posi l’occhio di Dio che sempre ci osserva amorevolmente, posi all’interno
della nuvola una frase di mia invenzione: Sognare è vedere, allora sentire è
stringere,
questo per indicare un principio in cui credo molto: se i sogni,
in quanto tali, devono essere effimeri, credo che, a volte, essi vengano
desiderati così tanto da diventare concreti, tanto da poterli toccare.
Realizzai quell’opera nell’aprile 2024 e si intitola Il sogno di Blake, la
realtà di Adfi
e vi sono particolarmente legata perché fu la mia prima
opera personale (composta su ispirazione) ed ha un messaggio potente che mi
auguro si avveri per me e per chi sogna come me.


Il volto umano e l’anima racchiusa negli occhi sono il cuore della tua ricerca
artistica. Cosa cerchi di catturare nei tuoi ritratti? E c’è un volto che hai
dipinto che ti è rimasto particolarmente impresso per il legame emotivo che hai
instaurato con esso?

Nei
miei ritratti mi piace catturare e riportare sul supporto la quotidianità del
soggetto, mi piace riuscire a riprodurre il sentimento con cui si presenta a
me. Cerco la concentrazione se il soggetto è concentrato, l’abbandono se ha
goduto così tanto da abbandonarsi stanca, lo sguardo furbetto di chi lo è,
l’espressione attonita di chi cade da cavallo, la tranquillità di una donna che
cuce e si pulisce gli occhiali, la mestizia di una Madre che guarda il volto
del Figlio morto… Cerco di far rivivere i sentimenti che i soggetti
trasmettevano in origine o in una foto o in un’espressione o in un’opera
originale.

L’opera
a cui mi viene da pensare perché fu la prima che mi comunicò il piacere del
renderla esattamente così concentrata come sicuramente era ed è sempre visibile
ora allo spettatore, fu L’allegoria della pittura di Artemisia Gentileschi.
Anche perché ottenni quel risultato sola, nel maggio 2024, e ne fui
particolarmente soddisfatta. Inoltre, conoscendo la storia di Artemisia mi
rispecchiai tantissimo in lei perché le nostre storie personali sono molto
simili ed entrambe siamo state salvate dall’Arte.


Hai definito Firenze il luogo della tua “personale Epifania”. Cosa ha
rappresentato per te questa città e in che modo ha trasformato il tuo approccio
all’arte, sia nella pittura che nella scrittura?

Firenze è stata per me una città magica per molti
motivi.

Primo: non mi sono mai perduta. Per me, a cui è
impossibile orientarsi minimamente, quella città ha permesso di avere sotto
mano in un’ora di strada tutto il possibile ed il desiderabile. Pochi punti di
riferimento e vie che avevano la stessa piccola conformazione, un fiume al
centro che divideva la città in due. È l’unico posto del mondo che abbia visto
in cui mi sentivo sicura e a casa.

Secondo: in ogni metro c’è un’opera d’Arte, anche nelle
strade, ricca di monumenti meravigliosi di statue visibili a tutti. L’unico
luogo che è un museo a cielo aperto, dove tutti possono distendersi osservando
la Bellezza e facendo solo quello: osservando.

Terzo: io lì ebbi i primi miei rudimenti di Arte. Da
usarsi con quel significato e non come svago o passatempo, come l’avevo fatta
fino ad allora (dal gennaio 2013 cominciai un corso d’acquerello, che seguo
tutt’ora), ma come una possibilità di esprimermi, molto prima di vendere e
guadagnare.

Mi furono insegnate la tecnica all’olio, la pittura con
la china, la sanguigna, il dipingere a pastelli (in modo più professionale
delle produzioni scolastiche con quello stesso strumento), approfondii meglio
la tecnica dell’acquerello. Insomma imparai e poi, tornata a casa nel luglio
2023, dopo un anno e mezzo, misi in pratica tutto ciò che avevo imparato
durante quel periodo.

Per quanto riguarda la mia scrittura posso dire che in
quel luogo fui estremamente ispirata e terminai molti testi incompleti, ne
cominciai uno sull’Arte che sto quasi terminando, mi mancherebbero le vite
degli artisti ed alcune sistemazioni del discorso testuale che riguarda alcuni
paragrafi. Firenze mi ha anche permesso anche di sviluppare maggiormente la mia
sensibilità artistica di scrittrice. La mia scrittura, e quel libro sull’Arte in
particolare, esula da qualunque forma esistente perché abbraccia più generi
letterari (saggistica, letteratura, psicologia, esistenzialismo, teologia,
pedagogia…) La mia scrittura è di un plurigenere non ancora concepito, che non
ha ancora nome. Un genere eclettico.

Quel testo sull’Arte non è un sussidiario. È di più,
molto di più.

 

Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro?
Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato
particolarmente la tua visione?

Il mio artista preferito è Caravaggio anche se mi
ispirano altri artisti e di Caravaggio ho realizzato opere, anche se non
tantissime, anzi posso dire che per ora sono pochi i dipinti caravaggeschi che
ho riprodotto. Io devo conoscere prima l’artista e poi me ne innamoro. Di
alcuni artisti ho solo realizzato l’opera per il mio libro e nulla più perché
mi ispirano poco o per niente. Quelli che invece hanno il mio favore sono
tanti. Non ne ho uno in particolare, sono eclettica.




 

Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue opere?
Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?

Produco opere d’Arte in luoghi silenziosi o durante le
lezioni del corso di acquerello che frequento – dove tutti fanno ciò che faccio
anch’io e quindi non vi è confusione. Ho bisogno di un luogo ritirato, come per
la scrittura. Creo o in casa mia, o in un eremo vicino casa dove vi è tanta
pace, o a lezione. Non ho rituali fissi anche se sono metodica e quindi curo il
luogo in cui lavoro, cioè pulisco, dopo aver lavorato, lo spazio usato e mi
piace andare a letto senza stoviglie in giro o tavolozze e pennelli sporchi.

L’ordine e la pulizia (non esasperata, tendo a
precisarlo) mi da sicurezza e tranquillità.

 



Preferisci lavorare su tela in solitudine o trovi ispirazione
anche da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte?

Solitamente avviene questo: le informazioni che il
mondo esterno mi dà (siano essere mostre, immagini da libri, eventi o persone)
rappresentano essere la mia ispirazione, che poi devo creare sola, magari col
consiglio di una maestra, oppure a lezione con altre persone, però devo essere
sola e nessuno – nemmeno la mia o il mio insegnante – deve fare per me. Io devo
capire e poi fare come ho inteso o come riesco.

Sono aperta anche ai consigli di altri colleghi, ma
dipende come mi vengono rivolti: se tu sei saccente ed arrogante, io ti butto
istantaneamente nel limbo più lontano da me.

 



Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che modo il
feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?

Forse ho già risposto, ma sarò più precisa: per me il
confronto con gli spettatori è importante, purché non si pensi che io sia
un’artista che riproduce le sue opere in serie o a comando.

Preciso: se utopicamente una persona mi dicesse vorrei
questa tua opera, visibile in questa fotografia
, se l’avessi già venduta
potrei proporle di farne un’altra che non sarà sicuramente identica, magari
approfondirò certi aspetti e non altri; in quel caso non accetterei che mi si
dica io volevo esattamente quella e non questa. Gli direi (ed è la
verità a cui credo molto) immagino che lei capisca che un’artista muta nel
tempo, come anche lei cambia, per cui non è possibile io riproduca manualmente
due opere identiche. Se la volesse l’ho realizzata per lei, ma se invece non la
desiderasse, non si preoccupi, troverò chi ha piacere ad averla.

Odio e sono molto critica con chi sputa con commenti
sarcastici o idioti – perché detti da chi non sa e non capisce cosa significa
creare dal nulla – sulla mia Arte. Apprezzo i consigli che devono essere fatti
con toni pacati; ma poiché siamo in un mondo violento, vi è la possibilità che
sui social – raramente di persona, chissà perché… – avanzino critiche becere ed
inconcludenti ed in quel caso finirebbero subito nel cestino.

Non sono disposta ad essere trattata come un fantoccio.
La mia Arte per me conta.

 

C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri
particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?

Vi è un’opera che mi descrive pienamente per molti
motivi, non solo per la mia ‘bravura’ nell’eseguirla, non solo perché
affascinata dalle vicende accadute all’autore, non solo per il fatto che mi
rispecchia pienamente nella mia caratteristica più intima.

Ma per tutte queste cose insieme. È l’unica opera,
almeno per ora, che le ingloba tutte e tre.

La mia copia del Nudo seduto di Modigliani. Ora
spiegherò perché dà risposte a tutti i quesiti possibili e immaginabili.

Innanzitutto mi rispecchia perché per me è sempre stata
importante la fisicità e questa donna non rappresenta solo un nudo, ma è colei
che sembra aver goduto molto ed essere ora pienamente appagata. Modigliani non
ha indicato questo messaggio attraverso scene erotiche palesi, qui si vede solo
il seno (che nella mia opera è meno pronunciato di quello originale, perché io
non sono per niente dotata in quel senso) e neanche il pube, ma vi è quella
ciocca che morbidamente si abbandona sul seno, che a me personalmente ha
colpito molto. È estremamente sensuale, a mio parere. Inoltre, da precisare che
quella donna mi rispecchia perché oltre al mio piccolo seno, possiede anche un
collo piuttosto rosato. Questo perché io, quando sono eccitata o emozionata
capita sovente che vi siano parti del mio corpo (solitamente il collo) che
diventino di quello stesso colore. Indi per cui mi rispecchio in quella donna.

Poi perché, informatami, sia leggendo saggi e testi,
sia ascoltando un podcast avente Modigliani come oggetto, sono rimasta
affascinata da questo autore, che fu il primo che scrissi degli artisti
moderni, nel febbraio 2024. Quindi lo conoscevo bene, cioè più che
nozionisticamente si era instaurata tra noi una perfetta empatia, e, vedendo
questa immagine di uno dei suoi molti nudi, me ne innamorai.

Infine nel realizzarla misi in campo una tecnica della
pittura ad olio che non avevo mai fatto – la sperimentai da sola sul campo – e
che da allora ho provato ed usato più volte. Realizzai il corpo di lei con la
spatola, mentre tutto il resto (sfondo, capelli, poltrona) lo realizzai in un
giorno solo – dopo aver fatto asciugare il corpo – con il pennello.

Fu la prima opera d’Arte che mi fece capire di poter
realizzare qualunque cosa nella pittura. Mi rese Onnipotente e mi fece sentire
di aver varcato una soglia.

 




Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi
che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?

Mi rifaccio a ciò che ho scritto prima, parlando di
cosa sia l’Arte per me, in cui ho detto che l’Arte (quella scritta in
particolare, ma anche quella suonata, dipinta, scolpita) è in grado di mutare
il cuore delle persone. Beh certo in un museo dove ci sono centinaia di opere
d’Arte non si ha la capacità – umanamente parlando –  di prestare a tutte la stessa attenzione.

Forse sarebbe bello che le opere fossero divise in
raggruppamenti – come già sono, ma sono tutte insieme e non puoi capirle bene.
Magari più piccoli i luoghi e con meno opere? Più che gli auricolari che si
concentrano solo su nozioni cronologiche o nozionistiche sarebbe bello
prevedere 10 minuti all’inizio di quella precisa sezione in cui si possa
spiegare (può essere una persona aperta e disponibile a parlare in pubblico),
ciò che poi si vedrà, dando informazioni minime sull’ispirazione e sulla storia
di una o più opere. Ovviamente non si possono fare tutte, ma magari fermarsi su
una un giorno e poi un’altra un altro giorno (così almeno uno non si stanca a
ripetere sempre le stesse cose).

Inoltre le opere trecentesche hanno un’altra
ispirazione rispetto a quelle contemporanee (in questo caso l’autore potrebbe
essere ancora vivo e sarebbe bello intercettarlo o con domande scritte o con
video).

 

Questo per dire che l’Arte pittorica può parlare al
cuore, ma essendo difficile da intendere, chi è interessato è bene possa avere
qualche informazione in più, diverse da quelle che sentirà nella registrazione.
Chi non è interessato può non andarci, non è obbligatorio, ma si spera che
l’Arte possa sempre più parlare alle persone. Io credo molto in questo.

Le mie opere, per esempio anche quelle rivisitate,
hanno l’intento di parlare, che poi ci riescano sempre non è così scontato… In
un dialogo bisogna essere in due. Chi vede deve essere aperto; non tutti però
lo sono, come accade anche nella vita, ma se solo uno o due escono migliorati
da quella esperienza, ecco si è raggiunto lo scopo.

Sarebbe bello che le mie opere fossero fonte di
ispirazione per altri.

 

Quali sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come artista
e come le hai superate?

Allora sarò sincera e le uniche mie difficoltà non sono
state quelle di creare opere d’Arte e nemmeno mi sono arrivate dal minimo
contatto col pubblico che ho avuto, ma sono nate nel momento in cui io ho
voluto mostrarle. I problemi non sono nati con gli spettatori, ma con i
responsabili dello spazio espositivo, attraverso atteggiamenti falsi ed
irrispettosi con mie opere  d’Arte (più
di una volta mi hanno rovinato la chiusura posteriore del dipinto).

Non ho superato quelle difficoltà perché non ho potuto
parlare a voce con chi ha compiuto l’atto, capendo anche e soprattutto il
perché avessero fatto quell’azione; semplicemente io ora so che non vorrò più
averci a che fare. Questo è il mio modo di tutelarmi.

Spero non capitino più simili problemi.




 

Attualmente sei tra gli artisti selezionati per Everland Art – Percorsi di ricerca,
l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di
Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria d’Arte ‘IL
LEONE’.
 Cosa ti
ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative
riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire
il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

         Ho partecipato casualmente a quest’evento, in quanto
mi sono ritrovata di fronte alla pubblicità di Everland Art sfogliando
le pagine di Instagram.

Le mie aspettative sono molto semplici: questa
sarebbe la prima mostra che affronterò sola, lontano da casa (in verità sarebbe
la seconda, in quanto l’ho avuta anche a Firenze, ma lì ero sicura di essere
come a casa, per questo la delusione è stata più cocente). Non vi nego che ho
molta paura a spostarmi sola e a giungere in un luogo così lontano (sono
bergamasca), ma voglio farlo perché – avendo io trovato un albergo nei paraggi
della galleria e non mi muoverò per niente al mondo, perché temo di perdermi –
sarebbe la prima occasione in cui io posso partecipare alla prima mostra
dall’inizio alla fine, mi si leggerà ed immagino mi si darà la mia recensione,
potrei vedere il luogo, le opere degli altri miei colleghi, anche come sta la
mia opera attorniata da quelle degli altri.

Non ho aspettative di crescita perché non vedo come
potrei conoscere qualcuno che poi cosa potrebbe darmi? Un complimento o un suo
giudizio o consiglio? Non ho né la competenza e né la fama per poter evitare di
essere nascosta, come invece sono.

L’unica mia esperienza di mostra ‘autonoma’ è stata a
Firenze e quella è stata un’occasione di buon vicinato e cortesia degli
amministratori che mi hanno parlato il minimo che serviva, per poi farmi capire
di essersi comportati con me con molta superficialità. Da allora so che il
mondo dell’Arte è difficile da iniziare, ma sono convinta che la mia umiltà
verrà apprezzata nel tempo.

 

In che modo hai deciso di presentare la tua arte all’interno di
questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi
raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro realizzazione e se
c’è un significato o un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso
di esse?

Dopo aver letto in Instagram il bando di questo evento
artistico, ho pensato se mi fossi sentita di partecipare in un luogo così
lontano. Mi dissi posso inviare solo le opere, come altre volte ho fatto…
Poi ho pensato di non privarmi di un’opportunità in una città tanto importante
ed ho deciso quindi di partecipare, anche fisicamente.

Successivamente pensai all’opera da portare e scelsi
quasi subito – ero indecisa se portare la mia rivisitazione di La tavola
calda
di Hopper, ma ci rinunciai per disguidi vari – l’Annunciazione più
rivoluzionaria che io abbia mai visto. Si tratta dell’affresco che Jacopo
Carucci, in arte Pontormo, dipinse sulla parete d’ingresso nella Chiesa di
Santa Maria Felicita a Firenze.

È rivoluzionaria perché a differenza della tradizione che
vede l’angelo in alto con lo sguardo rivolto in basso, mentre Maria è con lo
sguardo alzato verso l’angelo; o tutt’al più i due personaggi sono sullo stesso
piano…

Qui ci troviamo in un altro ordine di cose: Maria in alto che
sale le scale, si ferma improvvisamente e si volta di scatto verso destra
perché richiamata dalla voce di qualcuno che la chiama…

Ecco l’Angelo che dal basso le dice Ave piena di grazia!
Il Signore è con te
.

Nella chiesa fiorentina i due personaggi sono divisi da un
tabernacolo che qui non è stato ricreato, viene però ripresentata la stessa
posizione dei personaggi.

Usai nella pittura ad acquerelli di entrambi i personaggi dei
colori molto preziosi e che quindi si usano raramente: per il velo di Maria
usai per rendere il colore intenso e limpido e pregiato il color lapislazzulo,
mentre per realizzare le pieghe ed il tessuto della sua veste il color cinabro.
Lo stesso cinabro, molto più diluito lo usai 
per completare la veste dell’Angelo.

Più che Maria – che fu una donna come me – e quindi umana,
volli creare l’Angelo con tratti del viso e degli arti evanescenti e non
definiti; come se non avesse forma e fosse solo luce.

Fui soddisfatta della mia opera.

Il messaggio che voglio comunicare è che la chiamata di
Dio ti coglie sempre alla sprovvista, avviene nella quotidianità, mentre stai
facendo o sei preoccupato da altre cose, non te lo aspetti mai.

Creai singolarmente le due opere in modo singolo a
distanza di un anno l’una dall’altra e da sei o sette mesi ho deciso di unirle;
in questo modo posso avvicinarmi maggiormente alla mia città preferita col
cuore.



 

Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti
o tematiche che vorresti esplorare?

È una domanda a cui non
penso, generalmente perché poi le ispirazioni non mancano e cerco sempre di
seguire quelle del momento.

Dal punto di vista della
pittura ho ancora 5 opere da terminare per il mio libro sull’Arte, più poi 2 o
3 per lavori autonomi. Dovrò fare quelle prima di dedicarmi ad altro.

Per ora non sento l’esigenza
di cambiare registro, anche perché non mi precludo alcuna tecnica, anche se non
ho mai provato, né voglio cominciare a farlo, l’acrilico, che è il cugino
povero dell’olio e preferisco impratichirmi con esso; per la precisione io non
uso olio in tubetto, ma miscelo l’olio con i pigmenti. Modo di procedere che ho
imparato ad usare nella scuola fiorentina di restauro, di cui ho seguito i
sette mesi del primo anno. So creare opere ad olio solo in questo modo, che mi
sembra sia il più raffinato.

Per questo non desidero
sperimentare altro, anche se sono aperta al nuovo. Ma la verità è che ho capito
che in tutte le tecniche che ho imparato, fondamentale è la pratica.

Quella non mancherà mai nella
mia vita.








Contatti


Email adri.finazzi@gmail.com

Instagram adfi_1978

Sono Adriana Finazzi, nacqui a
Seriate (BG) il 06 novembre 1978.

Ho sempre vissuto in campagna,
vivendo una vita semplice e quotidiana. Ho sempre desiderato essere
un’insegnante; infatti seguii la scuola magistrale ‘Paolina Secco Suardo’ dove mi
diplomai nel luglio 1996. Dopo aver fatto l’anno integrativo ed aver tentato a
Milano la frequenza dell’Università Statale per un anno ed un solo esame,
cominciai a lavorare in un asilo come insegnante.

Il 4 giugno 2000 accadde un
incidente molto grave che mi portò a vivere un periodo di coma di due mesi e
mezzo. Cominciai la riabilitazione (molte erano le mie fratture ed ebbi anche
un trauma cranico che mi lascerà per sempre una parlata ‘da cartoni animati’) e
mi ristabilii in parte, tant’è che volli cominciare ancora l’università, giunta
qui a Bergamo, dove mi laureai nella facoltà quinquennale di ‘Culture Moderne
Comparate’ il 21 marzo 2013.

Stetti 4 anni a vegetare nel limbo
della vita, finché nel novembre 2017 cominciai a lavorare nelle scuole elementari,
come insegnante di sostegno.

Non ero felice e volevo cambiare,
ne avevo bisogno e così decisi di andare a Firenze a seguire una scuola che ti
preparava al restauro della carta o delle pergamene.

Io, che ho sempre amato i libri,
non potevo compiere tutti i passaggi utili per diventare una restauratrice di
beni tanto preziosi quanto i libri, perché avevo dei seri problemi fisici.

Cominciai le lezioni il 12 gennaio
2022. Finii il primo anno a luglio e poi tornai da Bergamo a Firenze ad ottobre
per seguire però solo la lezione di disegno, aggiungendovene un’altra.

Rimasi 10 mesi (fino al 4 luglio
2023) facendo solo 8 ore di disegno la settimana, ma andavo in Biblioteca
Nazionale a scrivere e a leggere, facevo visite, passavo per le strade di
quella città, non uscivo la sera perché sola avevo paura e non volevo obbligare
persone a starmi appresso. Mi è sempre stata cara la mia autonomia.

Quell’anno e mezzo è il tempo più
importante che io abbia vissuto nella mia misera vita che rischiava di
procedere nella noiosità di una vita che non riconosci più come tua, ma che tu
stesso hai fatto diventare così.

Sono molto soddisfatta di aver
avuto il coraggio di buttarmi, nonostante tutti i pericoli ed i problemi
connessi.

Da allora SO DI ESSERE UN’ARTISTA.





































©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.


Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.



Invia la tua candidatura alla seguente email: gigroart23@gmail.com


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Rita Maurizi Libertà e Spontaneità nell’Arte come Via di Espressione

 L’ArteCheMiPiace – Interviste


















Rita Maurizi


Libertà e Spontaneità nell’Arte come Via di Espressione



di Giuseppina Irene Groccia |19|Marzo|2025|



Rita Maurizi, artista autodidatta nata a Roma e attualmente residente a L’Aquila, ha scelto un percorso artistico lontano dalle convenzioni accademiche per esprimere liberamente la sua visione del mondo. La sua arte, che predilige la tecnica dell’acrilico e dell’acquerello, oscilla tra l’astratto e il figurativo, caratterizzandosi per colori intensi che mirano a creare un impatto emotivo nell’osservatore. Il suo approccio alla pittura è spontaneo, privo di rituali, e si sviluppa senza premeditazione, con i colori che prendono forma direttamente sulla tela.

Il suo percorso è stato fortemente influenzato dalla ricerca della libertà, non solo artistica ma anche esistenziale. La libertà di essere, di scegliere senza dover giustificare le proprie scelte è il messaggio che l’artista cerca di trasmettere con ogni sua opera. Le sue opere, infatti, riflettono il suo stato emotivo, ma sono anche un’indagine metalinguistica sul rapporto tra lo spettatore e l’opera d’arte stessa, suggerendo che l’arte pittorica, anche nell’era digitale, rimane uno strumento potente di espressione e liberazione.

Rita Maurizi integra la pittura con la scrittura, unendo in sé la passione per entrambe le forme espressive. Sebbene le due nascano indipendentemente l’una dall’altra, l’artista non esclude mai la possibilità che un’opera pittorica possa essere accompagnata da versi poetici, o che una poesia possa essere trasformata in un dipinto.







Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso l’arte?


Un momento che si ripete spesso nella mia vita la
depressione e la noia mi hanno portato per caso ma con una gran voglia dentro a
gettare colore su una tela.


Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue opere?


Libertà.La libertà di poter scegliere di poter essere senza
dare spiegazioni.


Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è evoluto nel corso del tempo?


Preferisco l’astratto figurativo.Evoluzione in corso
d’opera.


Hai scelto consapevolmente di intraprendere un percorso artistico da autodidatta per evitare schemi accademici imposti. In che modo questa libertà ha influenzato la tua evoluzione artistica e quali sono stati i momenti più significativi di questa crescita indipendente?


Non mi piacciono gli schemi imposti non solo nell’arte,
nella vita in generale e questo da sempre, sono stata lontana dalle convenzioni
per questo non mi sono mai iscritta ad un corso d’arte pur ritenendolo
necessario per affinarsi e migliorarsi.



Il tuo animo artistico unisce pittura e scrittura, due forme espressive che spesso dialogano tra loro. Quando lavori su un’opera pittorica, capita che nascano in te parole o versi poetici che la accompagnano? O viceversa, hai mai trasformato una tua poesia in un quadro?

La poesia ancor prima della pittura è in me anche essa
spontanea e le due cose nascono indipendentemente l’una dall’altra. Se mi viene
chiesto di descrivere un mio dipinto con dei versi posso farlo tranquillamente.




Nelle tue opere emerge un’indagine metalinguistica sul rapporto tra spettatore e opera, oltre a una riflessione sulla natura dell’arte oggi. Secondo te, in un’epoca dominata dall’immagine digitale e dall’iperconnessione, l’arte pittorica può ancora essere uno strumento di libertà interiore per chi la crea e per chi la osserva?

Assolutamente si, l’arte è per me una espressione umana ed
emozionale lontana per come la vedo io dall’essere creata digitalmente.


Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?


Non ho nessun rituale, ho la tela di turno sul pavimento e
senza particolari riflessioni lascio cadere colori.




Preferisci lavorare su tela in solitudine o trovi ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte?


Preferisco lavorare da sola.


Come vivi il rapporto tra l’arte e il pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone influenzano il tuo lavoro?


Mi fa piacere avere apprezzamenti  sono uno stimolo e una gratificazione enorme per me che non ho  molta autostima.


C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?


Non ce n’è una in particolare.

Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?


Non posso dire io se la mia opera abbia o meno un ruolo. Spero di esserci.




Quali sono le maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai superate?


Nessuna difficoltà tranne ovviamente quelle relative al sostenere i costi del materiale e delle mostre.



Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

Ho avuto esperienze in precedenti mostre con la Galleria
Leone ,mi è piaciuta l’organizzazione e la critica fatta sempre alle opere
primo motivo della scelta e poi l’evento in se ho pensato mi potesse dare una
visibilità maggiore.

Aspettative, senza ipocrisia sono di avere riscontri positivi, essere valorizzata e anche di riuscire a vendere qualche opera. Questo per avere una motivazione, oltre alla passione di andare avanti.



In che modo hai deciso di presentare la tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi trasmettere attraverso di esse?


Opera in acrilico intitolata “Pioggia”che non ho realizzato
appositamente.La pioggia, l’acqua come “lavaggio” del passato per un nuovo
inizio.


Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che vorresti esplorare?


Progetti per il futuro non saprei.






Contatti


Email ritamaurizi77@gmail.com

Facebook Maria Rita Maurizi









Rita Maurizi nasce a Roma e attualmente vive a L’Aquila. Artista autodidatta, ha intrapreso il suo percorso artistico con la volontà di esplorare la massima libertà espressiva, lontano da schemi accademici. Predilige l’uso dell’acrilico, creando opere che si collocano tra l’astratto e il figurativo, con una particolare attenzione all’uso di colori intensi, volti a generare un forte impatto emotivo nell’osservatore.

Oltre alla pittura, Rita Maurizi nutre una passione per la poesia e la scrittura, con un legame profondo tra queste forme espressive, che le permettono di esplorare e trasmettere emozioni in modo spontaneo e diretto. La sua arte, infatti, è caratterizzata dalla riflessione sul linguaggio e sul rapporto tra spettatore e opera, con una particolare indagine metalinguistica che porta l’artista a interrogarsi sul destino dell’arte e sulla sua funzione come via di libertà.

Nel corso della sua carriera, ha partecipato a numerosi eventi e mostre, tra cui il Premio Byron di Terni, Art Tour Europa a Parigi, e collettive presso gallerie prestigiose come Area Contesa d’Arte e Galleria Il Leone a Roma. La sua arte, in continua evoluzione, riflette il suo impegno a trasmettere un messaggio di autenticità, libertà e spontaneità.



















©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.


Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.



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