close
Senza categoria

Al Confine tra Istinto e Materia Carmela Tulino

L’ArteCheMiPiace – Interviste

Al Confine tra Istinto e Materia


Carmela Tulino




di Giuseppina Irene Groccia |24|Marzo|2025|

Carmela Tulino non si lascia definire da etichette, né da accademiche imposizioni. La sua arte nasce da un atto di ribellione quieta, come un’onda che scivola senza fretta, ma con una forza tutta propria. È un viaggio fatto di materia e sentimenti, una danza fra le emozioni più intense e le superfici che le ospitano. Ogni suo quadro non è solo una rappresentazione, ma una trasformazione – come la polvere ceramica che plasma, come il colore che si fa vivo, che si infila nelle fessure lasciate dalla vita.

Nel suo mondo, la forma non è mai solo forma, e il colore non è solo colore. C’è sempre un racconto dietro ogni pennellata, una memoria che si affaccia senza svelarsi completamente, perché ogni opera è come una pelle, una superficie irregolare che respira. È la sintesi di un’esplorazione interiore, che non cerca risposte, ma pone domande, invitando l’osservatore a tuffarsi nel suo tumulto silenzioso, nella tensione fra razionale e irrazionale, fra ciò che si mostra e ciò che si nasconde.

Se le sue radici affondano nel restauro e nella valorizzazione culturale, Carmela riesce a mescolare l’arte del recupero con quella della creazione. Ogni strato di colore che sovrappone, ogni segno che lascia sulla tela, è un richiamo al passato, ma anche un atto di rinnovamento. Non si ferma mai alla superficie: sotto ogni gesto c’è la volontà di far emergere qualcosa di profondo, di misterioso. Le sue influenze, distanti eppure intime, spaziano da Schiele a Bacon, da Burri all’immaginario vittoriano, ma è nella sua materia che trova la vera voce.

E quando dipinge, tutto in lei diventa un atto fisico, quasi primordiale. Non c’è schema, né progetto: la tela è una zona di sperimentazione, dove l’istinto trova spazio per esprimersi. La musica che accompagna il suo gesto non è solo un sottofondo, è parte di quel silenzio interiore da cui sgorga ogni opera. Ogni quadro che nasce è come un piccolo universo, in continua espansione, che non smette di svelarsi.

L’arte di Carmela Tulino è un invito a un incontro intimo, senza parole, fatto di forme, colori e silenzi. Ogni opera è una chiave, ma non c’è una sola porta da aprire. La sua arte è un riflesso che si moltiplica, sempre differente per chi la guarda. E in questo, forse, risiede la sua forza: nell’offrire uno specchio che non restituisce mai la stessa immagine.

In questo contesto di continua evoluzione artistica, abbiamo avuto l’opportunità di dialogare direttamente con Carmela Tulino, per scoprire più a fondo il suo percorso, le sue influenze e il processo che guida la sua creatività. Ecco cosa ci ha raccontato.


Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo
percorso artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha
spinto verso l’arte? 



Il mio percorso artistico è nato quasi per gioco.
Non provengo da una famiglia di artisti, quindi l’arte per me è sempre stata
più una scoperta personale che una tradizione da seguire. Ho frequentato il
Liceo Artistico P.A. De Luca di Avellino, dove ho iniziato a esplorare diverse
tecniche e materiali, ma il vero punto di svolta è arrivato quando mi sono resa
conto che l’arte mi permetteva di esprimere ciò che le parole non riuscivano a
dire. Non c’è stato un evento preciso, ma piuttosto una serie di momenti: le
esperienze nei laboratori artigianali, i progetti di valorizzazione culturale a
cui ho partecipato, e persino il restauro di mobili antichi — tutti tasselli
che mi hanno avvicinata sempre di più a questa dimensione creativa. Ogni volta
che dipingo, è come se stessi traducendo emozioni e pensieri in qualcosa di
tangibile, lasciando che il colore e la materia parlino al posto mio. 


Qual è il
tema o il messaggio principale che cerchi di comunicare attraverso le tue
opere?
 


Il cuore delle mie opere risiede nell’esplorazione delle emozioni
umane e nella trasformazione di queste in forme e colori. Non seguo regole
accademiche precise: il mio approccio è istintivo, quasi viscerale. Ogni opera
nasce da un’esigenza interiore, spesso legata a esperienze personali o
riflessioni più profonde sulla condizione umana. Il tema principale è la lotta
tra ragione e sentimento, tra ciò che mostriamo al mondo e ciò che custodiamo
dentro di noi. Mi affascina rappresentare quella tensione emotiva, il conflitto
tra identità personale e condizionamenti sociali. Opere come “Intolleranze
sentimentali” ne sono un esempio: il volto distorto e il gesto esasperato
raccontano l’esplosione di emozioni trattenute troppo a lungo. Non voglio
imporre un significato preciso; lascio volutamente aperta l’interpretazione,
perché chi osserva possa trovare il proprio riflesso nell’opera, instaurando un
dialogo intimo e personale con essa. Per me, l’arte non deve dare risposte, ma
suscitare domande. 




Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo? 


Descriverei il mio stile come una fusione
tra istinto ed emozione, tradotta attraverso tecniche miste e stratificazioni
materiche. Uso spesso lavaggi di colore e materiali come stucco o polvere
ceramica per creare superfici vive, quasi tattili. Ogni strato aggiunto è come
una traccia del processo interiore che accompagna la creazione dell’opera.
Inizialmente il mio lavoro era più legato alla figurazione classica,
influenzato dalla mia formazione in conservazione dei beni culturali e
restauro. Col tempo, però, ho sentito la necessità di rompere con quella struttura
e lasciare più spazio all’improvvisazione e all’intuito. Ho iniziato a
sperimentare con texture più materiche e colori più liberi, cercando non tanto
di rappresentare una realtà esterna, quanto di dare forma a quella interna —
fatta di contrasti emotivi e riflessioni personali. Il mio stile, quindi, è in
continua evoluzione, proprio come il mio modo di sentire e vivere l’arte. Ogni
opera è un punto di passaggio, mai un punto d’arrivo. 


La sua esperienza spazia
dal restauro alla decorazione, dalla scenografia all’interior relooking. Qual è
il filo conduttore che unisce tutte queste espressioni artistiche nel suo
percorso e come hanno arricchito la sua identità professionale? 


Il filo
conduttore che lega tutte queste esperienze è senza dubbio la trasformazione.
Che si tratti di restauro, scenografia o interior relooking, il mio obiettivo è
sempre stato dare nuova vita a qualcosa — che sia un oggetto, uno spazio o
un’idea. Il restauro mi ha insegnato il valore del passato e la responsabilità
di rispettarlo, ma anche come riportare alla luce ciò che sembrava perduto. La
scenografia, invece, mi ha dato la libertà di creare ambienti che raccontano
storie, dove lo spazio stesso diventa un linguaggio visivo. L’interior
relooking mi ha mostrato quanto l’estetica possa influenzare il modo in cui
viviamo e percepiamo gli ambienti quotidiani. Tutte queste esperienze hanno
arricchito la mia identità artistica, portandomi a sviluppare una visione più
completa e versatile. Ogni tecnica e disciplina ha lasciato qualcosa nel mio
modo di creare: il restauro mi ha dato precisione e pazienza, la scenografia ha
amplificato la mia capacità narrativa, e il relooking mi ha insegnato a
guardare oltre l’apparenza. Questo bagaglio si riflette nelle mie opere, dove
il contrasto tra materia e colore non è mai casuale, ma frutto di una ricerca
continua tra memoria e rinnovamento. Alla fine, credo che ogni trasformazione —
di un oggetto, di uno spazio o di un’emozione — racconti sempre, in qualche
modo, una rinascita. Ed è proprio questo il concetto che porto con me in ogni
mia creazione.

 


Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo lavoro?
Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato
particolarmente la tua visione? 


Le mie principali fonti di ispirazione
nascono da una combinazione di esperienze personali ed esplorazioni artistiche.
Più che seguire uno specifico movimento, mi lascio guidare dall’emozione e
dalla materia, ma inevitabilmente alcune influenze hanno lasciato un segno profondo
nel mio percorso. Dal punto di vista artistico, mi sento vicina
all’espressionismo per la sua capacità di trasformare l’interiorità in forme
viscerali e colori intensi. Artisti come Egon Schiele e Francis Bacon mi
affascinano per la loro rappresentazione cruda e disturbante dell’animo umano.
Allo stesso tempo, la ricerca materica di Alberto Burri e l’uso delle superfici
vive e “ferite” mi hanno spinto a sperimentare con texture e
materiali diversi, come la polvere ceramica e lo stucco. Sul piano personale,
le esperienze legate al restauro e alla valorizzazione del patrimonio culturale
hanno plasmato la mia sensibilità verso la materia e il tempo. Ogni oggetto
antico, ogni superficie logorata dal tempo racconta una storia, e questo
concetto di “memoria tangibile” si riflette nei miei lavori, dove le
stratificazioni di colore e materia cercano di trasmettere una sensazione di
vissuto, quasi archeologica. Infine, la mia tesi sugli illustratori vittoriani
di Alice nel Paese delle Meraviglie ha aggiunto un altro livello di
ispirazione: il loro modo di giocare con la deformazione della realtà e con
l’ambiguità visiva ha influenzato il modo in cui rappresento i corpi e le
espressioni nei miei dipinti. In sintesi, la mia arte nasce da una continua
fusione tra emozione, memoria e sperimentazione materica. Ogni opera è una
sorta di viaggio personale, ma aperto a chi la osserva, affinché possa
ritrovare qualcosa di sé in quelle forme e in quei colori. 


Qual è il processo
creativo che segui per realizzare le tue opere? Ci sono tecniche o rituali a
cui sei particolarmente affezionato? 


Il mio processo creativo è
piuttosto istintivo e raramente lineare. Di solito tutto parte da un’emozione o
da una riflessione che sento il bisogno di tradurre in materia e colore. Non parto
quasi mai da un disegno preparatorio dettagliato: preferisco lasciarmi guidare
dal gesto e dalla sensazione del momento. La prima fase è molto fisica: preparo
la superficie — che sia tela o tavola — lavorandola con stucco, polvere
ceramica o altri materiali che mi permettono di ottenere una base materica,
irregolare e viva. Questo passaggio è fondamentale, perché crea una sorta di
“pelle” dell’opera, con asperità e segni che diventano parte
integrante del risultato finale. Poi passo ai colori, che applico a strati,
usando lavaggi e velature. Amo vedere come il colore si infiltra tra le crepe
della materia, creando effetti imprevedibili. Spesso alterno pennellate rapide
e gestuali a momenti di pausa, in cui osservo l’opera e cerco di capire dove
vuole andare. È quasi un dialogo tra me e il quadro: non sempre vinco io. Non
ho veri e propri rituali, ma c’è una cosa a cui sono affezionata: prima di
iniziare, mi piace stare in silenzio per qualche minuto davanti alla tela
bianca. È un momento in cui mi svuoto dei pensieri quotidiani e cerco di
entrare in uno stato d’animo più profondo, quasi meditativo. E poi c’è la
musica. Non sempre, ma quando sento di dover liberare un’emozione forte, metto
brani intensi, spesso strumentali, che mi aiutano a lasciar andare il controllo
e dipingere più istintivamente. In definitiva, il mio processo creativo è un
dialogo continuo tra istinto e riflessione, tra materia e colore. Ogni opera è
il risultato di questo equilibrio, sempre in bilico tra controllo e
improvvisazione. Alla fine, il quadro mi dice quando è finito. Spesso è una
sensazione più che una decisione razionale. Se sento che l’opera
“respira”, che trasmette quel tumulto interiore da cui è nata, allora
so che è arrivata a compimento. 



Preferisci lavorare su tela in solitudine o
trovi ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte? 


Generalmente, il mio processo creativo si svolge in solitudine, dove
posso concentrarmi completamente sulla mia ricerca e lasciare che le emozioni e
le intuizioni fluiscano liberamente. La tela diventa un luogo intimo in cui
posso esprimere me stessa senza distrazioni, e la solitudine mi permette di
ascoltare meglio ciò che l’opera sta cercando di comunicare. La mia arte nasce
da un’esigenza personale, e quel silenzio è fondamentale per arrivare a una
connessione profonda con il mio lavoro. Tuttavia, non disdegno completamente
l’aspetto collettivo dell’arte. Anche se la mia pratica è più introspettiva,
eventi come workshop, mostre o incontri con altri artisti sono momenti che
possono rivelarsi stimolanti e arricchenti. Il confronto con altre realtà
artistiche, la possibilità di osservare altre tecniche o prospettive, mi aiuta
a rimanere aperta e a esplorare nuove idee. È come se il dialogo con gli altri,
pur non essendo diretto nella creazione, potesse influenzare in modo sottile la
mia visione. In sintesi, la solitudine è la mia scelta preferita per lavorare,
ma i contesti collettivi mi offrono occasioni di crescita e di stimolo, che poi
interiorizzo e porto nel mio processo creativo. 


Come vivi il rapporto tra
l’arte e il pubblico? In che modo il feedback o le reazioni delle persone
influenzano il tuo lavoro? 


Il rapporto tra arte e pubblico è per me un
elemento fondamentale, ma anche complesso. Quando creo, il mio obiettivo è
trasmettere un’emozione, una riflessione, ma lascio sempre spazio
all’interpretazione individuale. L’arte non è mai statica: diventa viva e
prende una nuova forma ogni volta che entra in contatto con chi la osserva. Il
feedback del pubblico è, quindi, una parte importante del processo, ma non
influenze dirette sul lavoro che sto realizzando in quel momento. Per me, la
reazione delle persone è come una sorta di “specchio” che riflette la
loro percezione dell’opera e può far emergere sfumature che non avevo
considerato. A volte, mi colpisce sentire come un’opera venga letta in modi che
non avrei mai immaginato, ma trovo che questo arricchisca la mia visione. Non
nego che alcune critiche o osservazioni possano farmi riflettere, ma non permetto
che cambino la direzione che sto prendendo, a meno che non arrivi una
comprensione più profonda, che stimoli una nuova ricerca. Il mio approccio,
quindi, resta sempre molto personale e istintivo, ma il dialogo con il pubblico
mi aiuta a comprendere meglio come l’opera venga percepita e vissuta. In
definitiva, il pubblico è una parte integrante dell’esperienza artistica, ma la
mia visione rimane saldamente radicata nel mio mondo interiore. L’arte, per me,
deve essere un dialogo, ma senza mai perdere la sua autenticità. 


C’è un’opera,
tra quelle che hai realizzato, che consideri particolarmente significativa per
te? Puoi raccontarci la sua storia?


Una delle opere che considero
particolarmente significativa per me è “Intolleranze sentimentali”.
Non solo perché è una delle mie opere più complesse, ma perché incarna una
riflessione profonda su temi che mi sono molto cari: il conflitto tra ragione e
sentimento, l’identità smarrita e la lotta interiore. Questa opera è stata
creata in un momento di grande fermento emotivo, dove mi sentivo in bilico tra
la necessità di “contenere” le emozioni e il desiderio di liberarle.
La figura centrale, distorta e esasperata, rappresenta il culmine di una lotta
emotiva che tutti, credo, conosciamo. L’uso della tecnica mista, con lavaggi di
colore e velature, ha permesso di ottenere una superficie materica e sensoriale
che quasi “trattiene” il conflitto, ma allo stesso tempo lo esprime.
Ogni strato di colore, ogni movimento nel dipingere è stato una sorta di esorcismo
per me, come se stessi cercando di dare forma a un caos interiore. L’opera si è
evoluta durante il processo, e ogni correzione, ogni modifica, mi ha portato
più vicino a comprendere qualcosa di profondo su me stessa. Ma ciò che rende
“Intolleranze sentimentali” davvero significativa è la sua capacità
di comunicare qualcosa di universale. Quando le persone mi parlano di
quest’opera, spesso mi dicono che riconoscono in essa le proprie emozioni, i
propri conflitti, e questo è il potere dell’arte: dare voce a sentimenti che,
altrimenti, rimarrebbero nascosti. In un certo senso, quest’opera rappresenta
non solo un pezzo della mia ricerca artistica, ma anche un momento di crescita
personale. 




Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea? Pensi che
il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo? 


Il ruolo
dell’arte nella società contemporanea è più che mai centrale, anche se a volte
sembra essere messo in discussione o sminuito. Viviamo in un mondo saturato di
immagini e stimoli, ma l’arte ha ancora il potere di fermarci, farci riflettere
e risvegliare una consapevolezza più profonda su di noi e sul nostro tempo. In
un’epoca in cui l’informazione è immediata e spesso superficiale, l’arte rimane
una forma di resistenza, un mezzo per entrare in contatto con l’interiorità,
con le emozioni e con questioni universali che riguardano tutti. Penso che
l’arte possa essere uno strumento di critica sociale, di esplorazione delle
nostre identità e delle nostre paure, ma anche di speranza e trasformazione. In
particolare, le opere che affrontano il conflitto, la perdita, l’introspezione
e la riconciliazione, come molte delle mie, riescono a parlare di ciò che non
viene sempre detto, a dare voce a chi si trova in difficoltà a esprimere le
proprie emozioni. L’arte ha il potere di scuotere, di mettere in discussione la
normalità e di stimolare un cambiamento nel modo in cui vediamo noi stessi e il
mondo. Il mio lavoro, sebbene molto personale, cerca proprio di affrontare
tematiche universali e di aprire uno spazio di riflessione. Cerco di tradurre
le emozioni e le esperienze di ogni individuo in forme visive che possano
toccare qualcosa di profondo, senza voler imporre un’interpretazione univoca.
Questo credo che possa contribuire al ruolo dell’arte nella società contemporanea:
non come una semplice decorazione, ma come una finestra che invita a guardare
dentro di noi, a confrontarci con la nostra umanità più autentica. 




Quali sono
le maggiori difficoltà che hai affrontato come artista e come le hai superate? 


Le difficoltà che ho affrontato come artista sono molteplici, ma una
delle principali è stata sicuramente la gestione dell’incertezza e del senso di
insoddisfazione che spesso accompagna il processo creativo. A volte, il non
riuscire a tradurre un’idea nella forma che avevo in mente o il vedere che
un’opera non si evolve come immaginato può essere frustrante. In quei momenti,
la tentazione di abbandonare o di sentirsi “bloccati” è forte. La
difficoltà più grande è stata imparare a convivere con questa incertezza e a
non giudicare troppo severamente il mio lavoro. Un’altra difficoltà è stata
quella di trovare un equilibrio tra il mio percorso artistico personale e le
aspettative del pubblico o del mercato dell’arte. Come artista emergente, c’è
sempre il rischio di sentirsi sotto pressione nel cercare di soddisfare
richieste che non corrispondono alla propria visione. Superare questa sfida è
stato possibile solo mantenendo salda la mia autenticità, restando fedele alla
mia ricerca e non adattandomi alle tendenze o alle mode del momento. La
consapevolezza che il mio lavoro è un percorso in continua evoluzione mi ha
aiutato a non farmi paralizzare dalla paura di non piacere o di non essere
abbastanza “commerciale”. Inoltre, come artista che lavora spesso in solitudine,
ho affrontato la difficoltà di non avere un dialogo costante con altri colleghi
o professionisti del settore, con il rischio di rimanere isolata nella propria
visione. La soluzione è stata cercare il confronto attraverso mostre, workshop
e collaborazioni che mi permettessero di arricchire la mia pratica e di
metterla in discussione. Infine, la difficoltà di conciliare l’arte con altre
responsabilità professionali e personali è stata una sfida. Il tempo è sempre
limitato, e trovare momenti dedicati completamente alla creazione è complicato.
Ma, alla fine, ogni difficoltà mi ha insegnato qualcosa di nuovo: che la
crescita artistica non avviene solo nei momenti di facilità, ma spesso proprio
attraverso le difficoltà. L’importante è non arrendersi, imparare da ogni passo
del percorso e continuare a credere nel valore del proprio lavoro. 




Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il LeoneCosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano  arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?

Partecipare a Everland Art – Percorsi di ricerca rappresenta per me
un’opportunità stimolante di confronto e crescita. Essere selezionata per un
evento che raccoglie artisti impegnati nella ricerca e nell’innovazione è
un’occasione unica per presentare il mio lavoro a un pubblico più ampio e
interagire con altre realtà artistiche. Mi ha spinto la volontà di mettere alla
prova la mia arte, di esplorare nuovi modi di dialogare con lo spettatore e di
confrontarmi con altre voci che, come la mia, cercano di esprimere emozioni e
riflessioni profonde. Le mie aspettative sono quelle di vivere un’esperienza
che non solo mi arricchisca dal punto di vista professionale, ma anche umano.
Spero di entrare in contatto con altri artisti e con il pubblico, in modo da
poter cogliere nuove sfumature della mia stessa ricerca. Un confronto diretto
con altre pratiche artistiche potrebbe portarmi a scoprire nuovi linguaggi o
ispirazioni che arricchiranno il mio lavoro. Inoltre, eventi come questi sono
occasioni per valutare come il mio lavoro viene percepito in contesti diversi,
lontani dalla mia dimensione più intima, e per ricevere feedback che, seppur
distanti dalla mia visione iniziale, possono aprire nuovi spazi di riflessione
e crescita. Sono convinta che questa esperienza possa contribuire al mio
percorso artistico, non solo come momento di visibilità, ma come una tappa
fondamentale nel processo di evoluzione creativa. 


In che modo hai deciso di
presentare la tua arte all’interno di questo percorso espositivo e quali opere
hai scelto di esporre? Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha
guidato nella loro realizzazione e se c’è un significato o un messaggio
particolare che volevi trasmettere attraverso di esse? 


Per Everland
Art – Percorsi di ricerca, ho scelto di esporre alcune delle opere che meglio
riflettono il mio percorso artistico e che credo possano stimolare un dialogo
profondo con il pubblico. Le opere selezionate sono “Intolleranze
sentimentali” e “Occhio non vede, cuore non duole”, entrambe
rappresentative di tematiche legate al conflitto interiore, alla perdita di
identità e alla lotta emotiva. Queste opere sono state realizzate con tecniche
miste e cromatismi che vogliono trasmettere la frenesia emotiva e la tensione
tra ciò che si percepisce e ciò che si nasconde. Il processo creativo che mi ha
guidato è stato molto istintivo e riflessivo. In “Intolleranze
sentimentali”, ad esempio, la figura centrale distorta esprime il culmine
di una lotta tra ragione e sentimento. Ogni strato di colore è stato pensato
per rivelare il conflitto interiore, con lavaggi di colore e velature che
rappresentano le emozioni complesse che non si riescono a esprimere a parole.
Ho cercato di dare una forma visibile alla frustrazione e alla confusione che
spesso accompagnano momenti di grande stress emotivo, creando un’opera che
potesse “parlare” senza bisogno di spiegazioni verbali. In
“Occhio non vede, cuore non duole”, la tecnica mista materica, con
l’uso della polvere ceramica, ha permesso di dare una qualità tattile
all’opera, come se l’emozione fosse quasi palpabile. L’idea centrale era quella
di rappresentare l’illusione che ciò che non vediamo non ci colpisca, ma in
realtà tutto ciò che ignoriamo o rifiutiamo ci accompagna nel profondo. Il
contrasto tra l’aspetto visivo e quello emotivo nell’opera vuole comunicare
questa dicotomia. L’obiettivo che ho cercato di raggiungere con entrambe le
opere è quello di suscitare una riflessione intima e personale nel pubblico.
Voglio che chi osserva possa riconoscere qualcosa di sé, delle proprie emozioni
e conflitti, e che l’arte diventi una via per affrontare e riflettere su queste
tematiche universali. In questo percorso espositivo, ho voluto mantenere una
forte coerenza tra le opere e la mia ricerca artistica, puntando a creare
un’atmosfera che stimoli il pubblico a entrare in contatto con i propri
sentimenti più profondi, proprio come è stato per me nel realizzarle.  




Quali
progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi ambiti o tematiche che
vorresti esplorare? 


Per il futuro, uno dei miei principali obiettivi è
quello di continuare a evolvere come artista, ampliando il mio linguaggio
visivo e sperimentando nuove tecniche e materiali. Mi piacerebbe esplorare
maggiormente l’aspetto tridimensionale nelle mie opere, integrando sculture o
installazioni che possano interagire con lo spazio e con il pubblico in modo
ancora più diretto. La mia ricerca sul conflitto interiore e l’identità
potrebbe aprirsi a nuove dimensioni, creando opere che non solo “si
vedono”, ma che “si vivono”, in un’esperienza immersiva.
Inoltre, sto pensando di approfondire l’aspetto delle emozioni collettive, come
quelle legate ai cambiamenti sociali, culturali o ambientali. Mi interessa
esplorare come le nostre emozioni si intrecciano con l’ambiente che ci
circonda, con la società e con le problematiche globali. Vorrei sviluppare
progetti che affrontino tematiche legate alla memoria storica collettiva e alla
trasformazione del nostro rapporto con la natura e il mondo che abitiamo. Un
altro progetto che ho in mente è quello di ampliare la mia partecipazione a
eventi e mostre internazionali, per poter confrontarmi con altre realtà
artistiche e culturali. Credo che l’esposizione in contesti più ampi possa
arricchire ulteriormente il mio lavoro, portandomi a scoprire nuove influenze e
ispirazioni. Infine, spero di dedicarmi sempre di più alla creazione di un
dialogo continuo con il pubblico, affinché l’arte non rimanga solo una forma di
espressione privata, ma diventi un’esperienza condivisa, che possa stimolare
riflessioni e connessioni tra le persone. La possibilità di avviare progetti
partecipativi o collaborativi potrebbe essere una delle vie per continuare a
crescere e ad affrontare nuove sfide creative.







Contatti


Email carmela.tulino82@gmail.com

Facebook Carmela Tulino

Instagram tulino.carmela








Carmela Tulino – Tra emozione
e materia

Nata a Nola, in provincia di Napoli, il 13 febbraio 1982,
Carmela Tulino ha intrapreso un cammino artistico lontano dai percorsi
tradizionali, lasciandosi guidare più dall’istinto che dalle regole
accademiche. Il suo rapporto con l’arte nasce come un gioco, un’esplorazione
personale che si è trasformata nel tempo in una ricerca profonda e intima.

La sua formazione ha radici solide: ha studiato presso il Liceo
Artistico P.A. De Luca di Avellino, con indirizzo in conservazione dei beni
culturali, dove ha affinato la sua sensibilità attraverso laboratori artistici,
esperienze di scavo, restauro e catalogazione. Ha poi conseguito un master in
Storia dell’Arte Sacra presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia
Meridionale e sta attualmente completando la sua laurea in Storia e
conservazione dei beni culturali, per poi continuare e diventare storica e
Critica d’Arte, presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, con una
tesi dedicata agli illustratori vittoriani di Alice nel Paese delle Meraviglie,
sotto la guida del Prof. Stefano Causa.

Parallelamente, Carmela ha costruito una carriera nel restauro e
nel restyling di mobili e la decorazione, avviando un’attività con la sorella
nel settore vintage e antiquariato, collaborando con aziende danesi,
piemontesi, inglesi. Ha inoltre lavorato con l’associazione culturale Meridies per
la valorizzazione del patrimonio locale, contribuendo alla promozione del
Villaggio Preistorico di Nola, museo diocesano e archeologico, sotto la
supervisione di Tonia Solpietro, direttrice del Museo Diocesano di Nola.

La sua arte riflette un’anima in continuo movimento: tecnica
mista materica, velature e lavaggi di colore si fondono per dare vita a opere
che trasformano emozioni e pensieri in immagini tangibili. Dipinti come
“Occhio non vede, cuore non duole”, “Pudica” e “Intolleranze
sentimentali” raccontano il conflitto tra ragione e sentimento, invitando
l’osservatore a un dialogo personale e profondo con l’opera.


Per Carmela Tulino, l’arte resta un viaggio aperto, una continua scoperta dove
la materia si intreccia all’anima, lasciando spazio a chi guarda di trovare la
propria verità tra i colori e le forme.  L’arte è un’esperienza aperta, un
dialogo tra artista, opera e fruitore: la creazione non si conclude con il
pennello, ma si realizza pienamente solo quando chi osserva vi proietta il proprio
vissuto. Ogni quadro è una possibilità, una porta socchiusa che invita a
trovare la propria verità, in una conversazione intima tra immagine e anima.

 






























©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



Il Blog L’ArteCheMiPiace da l’opportunità ad artisti emergenti ed affermati di usufruire di una vetrina in cui proporre il proprio talento, operando per la promozione e la valorizzazione degli stessi.


Ogni progetto promozionale diffuso sulle pagine di L’ArteCheMiPiace, compreso l’intervista, è soggetto a selezione e comprende approfondimento dei materiali forniti con consulenza, ricerca, redazione e diffusione.



Invia la tua candidatura alla seguente email: gigroart23@gmail.com


Oppure contattaci attraverso questo Form


1. Nome

2. Email

3. Testo


   

Se l’articolo ti è piaciuto, ti invitiamo ad interagire attraverso la sezione commenti di seguito al post, arricchendo così il blog con le tue impressioni. 


E se trovi interessanti gli argomenti trattati nel Blog allora iscriviti alla newsletter e seguici anche sui canali social di L’ArteCheMiPiace.

In questo modo sarai aggiornato su tutte le novità in uscita.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER



        















Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato periodicamente, ma senza una cadenza predefinita. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001 stante  la carenza del carattere QUALIFICANTE della periodicità. [TAR Lazio,sent n° 9841/2017] 
L’autrice declina ogni responsabilità per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post che saranno cancellati se ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy.

I testi critici scritti dall’autrice e inseriti nel blog non possono essere utilizzati o riprodotti online o altrove senza una richiesta e un consenso preventivo. La riproduzione di articoli e materiale presente nel blog dovrà essere sempre accompagnata dalla menzione dell’autore e della fonte di provenienza.


Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog potrebbero essere tratti da fonti online e quindi considerati di dominio pubblico: qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate segnalarlo via email per la rimozione immediata. 


L’autrice del blog declina ogni responsabilità per i siti collegati tramite link, considerando che il loro contenuto potrebbe subire variazioni nel tempo.









 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 


The author Lordfelixx

Leave a Response