L’ArteCheMiPiace Interviste
Incidere l’Anima nel Legno con il Fuoco dell’Arte
Stefania Tagliabue
di Giuseppina Irene Groccia |17|Marzo|2025|
Stefania Tagliabue non dipinge, non scolpisce, non modella. Brucia. Incide. Scava. Il legno diventa il suo compagno di viaggio, il suo interlocutore, il suo specchio. Non un semplice supporto, ma una creatura viva con cui dialogare, a cui dare una seconda esistenza. Un tempo assi dimenticate in vecchie baite di montagna, pavimenti polverosi di cantine secolari, scarti di falegnami, oggi riemergono sotto la sua mano in un nuovo respiro visivo. Ogni fibra di noce, ciliegio o castagno porta con sé la memoria del tempo, e Stefania la ascolta, la interpreta, la trasforma.
Il pirografo supera la sua semplice funzione di strumento e diventa un’estensione del suo pensiero. Con esso, traccia percorsi di luce e ombra, scava nella materia, segna le superfici con tratti che non ammettono esitazione. La sua è un’arte fatta di lentezza, di dedizione, di un amore artigiano che resiste alle scorciatoie della modernità. Le sue mani restituiscono anima a ciò che sembrava perduto.
Nei suoi lavori, il figurativo si fa racconto, evocazione di mondi sospesi tra la realtà e la visione interiore. I suoi paesaggi montani, gli animali, i volti sacri non sono semplici riproduzioni: sono confessioni. Ogni tratto inciso è un frammento di esperienza, ogni tocco di colore è una nota di sentimento che esalta la combustione sottostante. L’uso dell’acrilico, parsimonioso e mai invasivo, amplifica la profondità del disegno, rafforza la tensione tra il chiaroscuro bruciato e il bagliore cromatico. E poi c’è il nero, quel nero assoluto che l’artista ottiene annerendo i bordi e gli sfondi con la punta del pirografo, un nero scavato e non semplicemente apposto, un nero che non è solo assenza di luce ma materia stessa dell’immagine.
La sua ricerca è un percorso interiore che si fa forma visibile, un viaggio nel tempo e nella memoria, dove il passato delle tavole incontra il presente dell’artista e si proietta in un futuro di bellezza inattesa. Stefania Tagliabue restituisce la natura al suo stato più puro, in un equilibrio perfetto tra gesto umano e voce della materia. L’arte, per lei è una questione di ascolto e chi osserva le sue opere non può fare a meno di tendere l’orecchio.
Per comprendere più a fondo il percorso artistico di Stefania Tagliabue, le sue ispirazioni e il suo rapporto intimo con la materia, le abbiamo rivolto alcune domande. Ecco cosa ci ha raccontato.
Puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso
artistico? C’è stato un momento o un evento particolare che ti ha spinto verso
l’arte?
Il mio percorso artistico,
inteso nel suo senso più ampio, è iniziato fin da quando ero bambina.
Già in tenera età mi divertivo a “dipingere” coi pennelli di mio nonno, intinti
nell’acqua, su pilastri di cemento. Mi affascinava vedere il grigio chiaro del
cemento scurirsi al contatto con l’acqua, consentendomi di realizzare dei
semplici disegni. Ho ricevuto incoraggiamenti e apprezzamenti lungo tutto il
mio percorso scolastico, fino ad approdare al liceo artistico dove ho potuto
approfondire le tecniche, la storia dell’arte e le diverse forme espressive.
Proprio durante gli anni del liceo ho frequentato un corso di ceramica,
appassionandomi agli elementi naturali e comprendendo che avevo bisogno del
contatto diretto con la materia per esprimere al meglio me stessa.
Qual è il tema o il messaggio principale che cerchi di
comunicare attraverso le tue opere?
Le mie emozioni. Quando lavoro, per me l’importante è
esternare le sensazioni che provo o che ho provato in determinati momenti della
mia vita, trasmettendole attraverso una materiale vivo come il legno.
Come descriveresti il tuo stile artistico e come si è
evoluto nel corso del tempo?
Lo stile è indubbiamente figurativo, con la passione innata
per i dettagli come per esempio gli occhi o alcune sfumature del disegno, che
mi fanno perdere nella realizzazione maniacale del particolare. L’evoluzione
dello stile è avvenuta di pari passo alla migliore conoscenza del materiale che
uso e all’utilizzo di strumenti sempre più perfezionati, che mi hanno
consentito di affinare la tecnica e di creare immagini maggiormente pulite e
chiare.
La pirografia è una tecnica artistica particolare e meno
diffusa rispetto ad altre forme d’arte visiva. Cosa ti ha attratta verso questa
modalità espressiva e come hai sviluppato nel tempo la tua tecnica?
Il legno è un materiale vivo e in continua evoluzione, e
questo mi ha sempre affascinato. Entrare in contatto con una tavola di legno mi
procura emozioni che trasmetto al supporto man mano che il lavoro procede.
Dalle prime opere sperimentali, realizzate su legni giovani prodotti in serie,
sono passata alla ricerca di materiali più particolari e unici, come per
esempio tavolati antichi a volte abbandonati come materiale di scarto. La
tecnica si è quindi evoluta anche in base alla densità, alla compattezza, al
colore ed alla forma del supporto, diverso ogni volta.
Tante delle tue opere hanno ricevuto grande apprezzamento
per la tua capacità di valorizzare il paesaggio attraverso il pirografo e l’uso
del legno antico. Come scegli i materiali su cui lavorare e in che modo il
supporto influenza il risultato finale?
Ho la fortuna di abitare in una bellissima zona a due passi
dalle montagne, ricca di paesaggi spettacolari in tutte le stagioni. Questo mi
ha portato molte volte a passeggiare fra sentieri e alpeggi nei quali molte
baite sono state abbandonate e lasciate in rovina. Parlando con i proprietari,
spesso riesco a procurarmi assiti vecchi anche di secoli, tarlati e impolverati,
che in seguito tratto e bonifico prima di dedicarmi al disegno. Già in questa
fase preparatoria inizia il mio dialogo con il supporto, è lui a comunicarmi
l’immagine che deve essere rappresentata e che anch’io scopro solo al termine
dell’opera. Ogni tipo di legno reagisce al fuoco in modo diverso, anche in base
alla sua età, e così se il ciliegio è tenero, uniforme anche nel colore e più
facile da incidere, un supporto in noce (soprattutto se antico) rimane molto
più denso, scuro e a volte mette a dura prova la resistenza delle punte del
pirografo. Anche la finitura con il colore può essere una sorpresa, a seconda
di come il legno reagisce e assorbe, e quindi l’intero processo è un dialogo
continuo nel quale anche il supporto esprime la sua natura.
Lavorare con il
fuoco e il legno offre possibilità uniche, ma anche tanti inconvenienti. Quali
sono le difficoltà maggiori di questa tecnica e come li affronti?
Le difficoltà principali derivano dal tipo di legno usato,
che come detto reagisce al fuoco in modo diverso. Per esempio ho completamente
escluso supporti in pino, abete o larice, anche se facili da reperire e con un
colore adatto, perché sono troppo resinosi e con venature di densità diversa.
Sono sempre alla ricerca di nuovi materiali, e trovo il legno di mimosa molto
interessante e di facile lavorazione, al contrario dell’acacia che è durissimo
e molto complesso da incidere. La pirografia è una tecnica nella quale i segni
tracciati sono incancellabili, quando intervengo devo essere sicura del
risultato perché in caso di errore non si possono togliere i tratti ma solo
aggiungerne di nuovi per correggere.
Quali sono le principali fonti di ispirazione per il tuo
lavoro? Ci sono artisti, movimenti o esperienze personali che hanno influenzato
particolarmente la tua visione?
Sicuramente la natura è la principale fonte di ispirazione
per le opere paesaggistiche, mentre per i ritratti sono la realtà e gli stati d’animo
ad animare l’esecuzione. I volti in particolare devono trasmettere a chi lo
guarda l’intensità dello stato d’animo vissuto dal soggetto nel momento in cui
viene rappresentato. La mia visione è stata senza dubbio influenzata dai grandi
classici del passato, dal Rinascimento all’Impressionismo. Tra i miei ideali ci
sono i colori caldi di Van Gogh o le tinte fosche e i giochi di luce di
Caravaggio.
Qual è il processo creativo che segui per realizzare le tue
opere? Ci sono tecniche o rituali a cui sei particolarmente affezionato?
Alla base del processo creativo c’è prima di tutto lo stato
emotivo del momento, dal quale nascono gli spunti e le idee. Posso per esempio
ricordare uno dei primi lavori in cui un impeto di rabbia ha dato vita alla rappresentazione
di un leone inferocito, con le fauci spalancate in un ruggito silenzioso. Non
seguo rituali particolari, ma un sottofondo musicale idoneo basato
principalmente su suoni della natura è essenziale per lasciar fluire l’energia
e la creatività necessarie.
Preferisci lavorare su tela in solitudine o trovi
ispirazione anche da contesti collettivi, come workshop o eventi d’arte?
Sia la tipologia della tecnica che utilizzo e sia la mia
natura introversa mi portano a cercare la solitudine durante la creazione di
opere, e in questo modo posso perdermi nel mio mondo isolandomi dal tempo e
dallo spazio. Ogni volta rimango sorpresa dal lavoro che riesco a realizzare.
C’è un’opera, tra quelle che hai realizzato, che consideri
particolarmente significativa per te? Puoi raccontarci la sua storia?
Una delle opere più significative è senza dubbio “Sipario”,
realizzata su un assito di noce recuperato dalla pavimentazione di una baita
del XVII secolo e che misura 74 x 44 cm. Si tratta della rappresentazione del
sipario originale del teatro Galletti di Domodossola, realizzato su tela di
lino nel 1882 da un pittore locale e che attualmente è esposto in un museo
cittadino dopo il suo restauro. Nel momento in cui ho potuto ammirare la grande
tela ho provato una fortissima emozione, poiché l’opera immortala lo spaccato
di una giornata di mercato a fine Ottocento, in una piazza le cui origini
risalgono a prima dell’anno Mille, tra le caratteristiche torrette e persone
che indossano abiti tipici delle valli circostanti. La base pirografata è stata
arricchita da colori vivaci che fanno risaltare i tratti bruciati integrandosi
con le naturali imperfezioni del supporto antico e di forma irregolare. L’opera
è stata concepita come un omaggio alla città che mi ha adottata tanti anni fa.
Come vedi il ruolo dell’arte nella società contemporanea?
Pensi che il tuo lavoro contribuisca in qualche modo a questo ruolo?
L’arte, in ogni sua forma, è la linfa vitale del mondo.
Ogni epoca, anche quella contemporanea, necessita di espressioni artistiche,
che rappresentano il risultato di quello che siamo come esseri umani. Spero che
il mio lavoro possa donare emozioni e sensazioni positive in chi lo osserva.
Attualmente sei tra gli artisti selezionati per EVERLAND Art – Percorsi di Ricerca, l’evento organizzato dall’associazione culturale Athenae Artis di Maria Di Stasio, che si terrà dal 26 aprile al 3 maggio presso la Galleria Il Leone. Cosa ti ha spinto a partecipare a questa mostra e quali sono le tue aspettative riguardo a questa esperienza? Quali aspetti pensi possano arricchire il tuo percorso artistico e contribuire alla tua crescita creativa?
Ho scelto di partecipare perché mi è parsa una grande
opportunità di crescita per come è stata presentata, in una città dove ogni
angolo nasconde tesori artistici. La mia principale aspettativa è il confronto
con modi diversi di intendere e rappresentare l’arte, con mente aperta e
desiderosa di continuare ad imparare. L’arricchimento personale deriva anche e
soprattutto dalla conoscenza di altri artisti e dai loro modi di interpretare
l’arte, come è già avvenuto in altre occasioni simili.
In che modo hai deciso di presentare la tua arte
all’interno di questo percorso espositivo e quali opere hai scelto di esporre?
Ci puoi raccontare il processo creativo che ti ha guidato nella loro
realizzazione e se c’è un significato o un messaggio particolare che volevi
trasmettere attraverso di esse?
Il tema dell’Expò è la ricerca, e in questo ambito ho
deciso di rappresentare su un supporto ricavato da un’antica trave di castagno
una mia esperienza personale. L’opera riproduce un alpeggio in valle Antigorio,
a due passi dal confine svizzero, visitato in una giornata di fine inverno poco
dopo una copiosa nevicata. Durante la passeggiata solitaria alla ricerca del silenzio,
tra le poche baite sormontate da alte montagne, ho osservato le impronte
lasciate nella neve fresca e ho immaginato un percorso senza origine né
destinazione alla ricerca di me nel profondo del mio animo. Oltre il bianco e
il freddo del paesaggio innevato, che rappresenta un momento difficile della
mia vita, la luce del sole che filtra attraverso le nuvole mi porta a sperare
che la serenità che sto cercando sia sempre più vicina.
Quali progetti o obiettivi hai per il futuro? Ci sono nuovi
ambiti o tematiche che vorresti esplorare?
L’ambizione è quella di
migliorarmi sempre di più, esplorando anche altre tecniche e nuovi materiali.
Non mi dispiacerebbe cimentarmi con le trasparenze dell’acquarello, o tornare a
immergere le mani nella creta.
Contatti
Email steathena33@gmail.com
Facebook Stefania Tagliabue
Instagram steathena33
Stefania
Tagliabue nasce a Varallo (VC). Nel quadriennio 1980 – 1984 frequenta il liceo
artistico Felice Casorati di Novara. Il ritorno al mondo artistico avviene solo
dal 2019, e nell’ultimo quinquennio alcune opere sono state esposte presso la
mostra collettiva della Fabbrica di Villadossola (2021 – 2022 – 2023), la
galleria d’arte La Fenice di Arona (2023) e la galleria d’arte Spazio Macos di
Messina (2025). Ha partecipato alla II Biennale d’arte contemporanea di Varallo
(VC) del 2024, vincendo il premio della critica con le opere “Sipario” e “Il
Sacro Monte di Varallo”. Ha di recente partecipato alla V edizione del Premio
Internazionale Catalani di pittura, scultura, fotografia e digital art, svoltosi a Messina nel febbraio di quest’anno,
vincendo il terzo premio assoluto e classificandosi al primo posto fra le opere
figurative.
La
tecnica scelta è quella della pirografia su legno, con la decisione di
utilizzare supporti quanto più possibile unici, frutto della ricerca di pezzi
particolari presso laboratori di falegnami o anche presso privati (baite di
montagna, cantine), recuperando in questo modo legni talvolta molto antichi e
dimenticati ai quali viene ridata una nuova vita dopo un accurato trattamento
di bonifica e di finitura. Dopo decenni di abbandono, ecco quindi tavole di
noce, di ciliegio, di castagno e di acero diventare la base di opere sulle
quali la punta del pirografo traccia migliaia di tratti che formano paesaggi di
montagna, animali riprodotti nei minimi dettagli, volti sacri che commuovono e
stupiscono per gli accuratissimi dettagli.
A
completamento delle opere, vengono spesso utilizzati colori acrilici che
esaltano l’intera immagine o una parte di essa, anche solo lievi tocchi di
bianco sono sufficienti per rafforzare i tratti bruciati di volti e paesaggi. Quasi
sempre i bordi o gli sfondi delle tavole vengono anneriti dall’artista con la
punta del pirografo, che con precisione maniacale riesce a creare un crudo
contrasto col resto dell’opera scavando minuscoli ma numerosissimi solchi
tracciati uno a uno evitando l’uso del bruciatore, che annerisce sì rapidamente
ma in maniera molto più anonima. Tutti i tratti lasciati sul legno non sono
semplici bruciature ottenute sfiorando la superficie del supporto, ma risultano
profondamente incisi, quasi scavati con la punta incandescente, ed il risultato
che ne emerge sono piccoli solchi che esaltano la tridimensionalità del
disegno. L’effetto finale è di sicuro impatto emotivo, e le finiture con il
solidificante per legno garantiscono una nuova, lunga vita ad affascinanti
supporti che diversamente sarebbero quasi certamente finiti in un camino o in
discarica.
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