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Settembre 2023

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“Il bello, la musica, il potere” di Antonello Cresti e Roberto Giordi

  L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’arte 





“Il bello, la musica, il potere” 

di Antonello Cresti e
Roberto Giordi

di Annalina Grasso   |29|Settembre|2023|


 

Il rapporto tra arte e potere fa parte di quelle riflessioni
a lungo termine che nel corso 
dei secoli sono state talmente dibattute e hanno prodotto
risultati talmente contrastanti 
e diversi da complicare la gestazione della sua definizione.

Antonello Cresti e Roberto Michelangelo Giordi affrontano
anche questo tema nel 
saggio “Il bello, la musica, il potere”, edito quest’anno da
Mariù. Il libro vuole 
sfidare il politicamente corretto riflettendo sul concetto
di bello.

Alexander Baumgarten sosteneva che la bellezza è un
sentimento del soggetto che 
vede, ascolta, “sente” le cose, e dunque riguarda il
sentimento dell’io.

Se si sta vivendo un momento particolarmente felice, verrà
più facile riconoscere ed 
apprezzare il Bello, ma uno stato d’animo denso di
negatività difficilmente potrà far 
apprezzare una bellezza.

L’ “esperienza estetica”, dunque, coinvolge principalmente i
nostri sensi, 
procurandoci emozioni, fonte per noi di piacere e portandoci
ad esprimere un giudizio 
rispetto a ciò che ha determinato in noi quella emozione.

Questa è la tendenza attuale che caratterizza perlopiù il
nostro percepire, valutare, 
considerare il bello. Ma può il concetto di bello essere
slegato da implicazioni di tipo 
morale? Secondo i due autori no, lestetica non può esistere
senza etica. L’arte 
contemporanea è consumabile, vendibile, molto spesso di
cattivo gusto.

Il mondo globalizzato ha davvero perduto la percezione del
bello? Si chiedono i due 
autori. Qual è il rapporto tra la bellezza e il potere e in
che modo l’Occidente vive 
oggi il suo rapporto con le Arti e con la Musica in primo
luogo? Il dialogo tra Cresti e 
Giordi si snoda attraverso l’analisi storica dell’esperienza
estetica occidentale per 
arrivare a toccare le problematiche della realtà sociale in
cui viviamo. Il disinteresse 
verso la bellezza è infatti allo stesso tempo causa ed
effetto della crisi di valori della 
nostra società, e solo recuperando e valorizzando le nostre
vituperate identità 
profonde potremo traghettarci fuori dal non senso, verso la
luce di una nuova, antica, 
umanità.

Se, infatti, tutto è riproducibile, l’arte che valore può
ancora avere? Se poi si pensa 
allo stato dell’arte contemporanea in Italia è pessimo
perché sia le istituzioni sia le 
gallerie private fanno pochissimo per promuovere gli artisti
italiani; l’arte italiana ha 
delle eccellenze che non sono per nulla inferiori a quelle
di tanti altri stati europei e 
stranieri. Il problema è che chi detiene la leadership a
livello mercantile sono le 
grandi multinazionali dell’arte e nessuna di queste è
italiana. Ed è questo l’aspetto 
principale affrontato nel libro: l’importanza del mercato al
quale sono collegati il 
pensiero unico, il ruolo dei media e il politicamente
corretto.

La trascendenza, esclusa dal mercato, richiama a sua volta
il problema della bellezza 
intesa come “ordine delle cose”. Roger Scruton scrisse che
la società contemporanea, 
abbandonando il parallelismo tra ordine e bellezza, ha
perduto il desiderio di realtà. E 
infatti come dimostrano Cresti e Giordi attraverso i loro
acuti dialoghi, da un certo 
punto in poi della storia occidentale, gli elementi di
ordine e bellezza, si sono 
completamente separati: nell’arte, nella musica, nella
letteratura.

Con lo sviluppo di una passione per ciò che è eccessivo,
sublime, e quindi 
disordinato, amorfo, brutto, prima della guerra era successo
qualcosa nella cultura 
occidentale su cui vale la pena che gli intellettuali di
oggi, semmai esistano ancora, 
indaghino approfonditamente.

Antonello Cresti è saggista, conferenziere ed agitatore
culturale. Si è laureato con 
lode in “Scienze dello Spettacolo” presso l’Università di
Firenze. Ha iniziato la sua 
attività artistica come musicista, animando vari progetti e
producendo numerosi 
album. Ha già pubblicato tredici libri, usciti con varie
case editrici, dedicati a musica 
underground, cultura britannica, esoterismo, controcultura.
È ideatore di un film e di 
un documentario, entrambi a tematica musicale. È attivo
nella creazione di una rete 
trasversale di intellettuali e creativi in opposizione al
Pensiero Unico.

Roberto Michelangelo Giordi è un cantautore e scrittore
partenopeo. Vive 
attualmente tra Parigi e Roma. Ha pubblicato quattro album:
Con il mio nome (2011),

Il soffio (2015), Les amants de Magritte (2017), Il sogno di
Partenope (2019), gli 
ultimi due usciti anche in Francia. Nel 2019 è stato
finalista alle Targhe Tenco. Nel 
2022 pubblica per Mariù Aliene sembianze, il suo quinto
lavoro discografico e la sua 
prima opera narrativa. È diplomato al CET di Mogol e
laureato in “Scienze politiche” 
e “Lingue e letterature straniere”. Si è occupato della
tradizione letteraria napoletana 
e del rapporto tra musica e testo nella canzone antica e in
quella d’autore.








 







Annalina Grasso

Giornalista, social media manager, blogger, curatrice d’arte, divulgatrice culturale. 

Amo scrivere soprattutto di arte, letteratura e cinema





























La Rubrica Divagazioni sull’Arte ospita articoli redatti da autorevoli amici e sostenitori del Blog L’ArteCheMiPiace, i quali ci offrono la possibilità di attingere ad emozioni e conoscenze, attraverso la condivisione di pensieri, interviste e approfondimenti.


©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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Emily Shih: La Pittrice di Taiwan che Celebra la Bellezza della Natura nell’Arte Moderna

 L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’arte 

Emily Shih: La Pittrice di Taiwan che Celebra la Bellezza della Natura nell’Arte Moderna


di Angela Kosta |29|Settembre|2023|



Emily Shih è una pittrice di Taiwan che ha catturato l’attenzione del mondo artistico con le sue straordinarie opere d’arte moderne. In questo articolo, esploreremo la sua carriera, le sue influenze e presenteremo tre dei suoi capolavori che ci immergono nella sua visione unica della bellezza naturale.

Nata e cresciuta a Taiwan, Emily Shih ha radici profonde nella cultura e nella bellezza della sua terra natale. Attualmente continua a lavorare lì, creando opere d’arte che affondano le radici nella tradizione artistica taiwanese ma che esplorano anche nuove frontiere dell’Arte Moderna.


Artista: Emily Shih Paese: Taiwan Titolo: Paesaggio Dimensioni: 60,5 x 72,5 cm Tecnica: acrilico su tela Anno: 2021 


Una delle caratteristiche distintive del lavoro di Emily Shih è l’uso audace e vivace dei colori. La sua tavolozza è ricca e rigogliosa, trasmettendo una sensazione di vitalità e gioia.

Le opere di Emily Shih sono state esposte in tutto il mondo, con inviti ad esposizioni in Europa, America, Sud America, Medio Oriente e Sud-Est asiatico. Questo testimonia la portata globale del suo talento e la capacità di confrontarsi con un pubblico internazionale.



Artista: Emily Shih Paese:Taiwan Titolo: Riflesso del tramonto Dimensioni: 24 x 32 cm Tecnica: acrilico su carta Anno: 2021 



La principale fonte di ispirazione per Emily Shih è la bellezza della natura. I suoi dipinti catturano la maestosità delle montagne, la serenità degli stagni e la vivacità dei fiori. Ogni pennellata sembra respirare vita nelle sue opere, portando gli spettatori in un viaggio attraverso paesaggi emozionanti e vibranti.

Oltre a celebrare la bellezza naturale, l’arte di Emily Shih è anche un mezzo di autoespressione. Ogni opera riflette la sua visione unica del mondo e la sua capacità di tradurla in forme e colori. È un modo per l’artista di comunicare emozioni, pensieri e percezioni attraverso la sua arte.


Artista: Emily Shih Paese: Taiwan Titolo: Risveglio Dimensioni: 50 x 60,5 cm 
Tecnica: Acrilico su tela Anno: 2020



Per coloro che desiderano esplorare ulteriormente l’opera di Emily Shih, possono visitare i suoi profili sui social media. Su Facebook, è possibile seguirla su Emily Shih mentre su Instagram è presente come cat2791. Qui potrete scoprire ulteriori opere e seguire da vicino la sua carriera artistica.


In questo articolo siamo lieti di presentare tre dei suoi capolavori che catturano l’essenza della sua arte straordinaria.




































Angela Kosta è nata nel 1973 in Albania. Sposata e madre di due figli risiede in Italia da parecchi anni. 

Traduttrice, scrittrice, poetessa, pubblicista e Vice Direttrice & Vice Caporedattrice sul giornale Albania Press

Nel suo paese d’origine nell’anno 2003-2004 ha pubblicato due libri. 
In Italia nel 2007 ha pubblicato La collana magica. Romanzo; nel 2008 Lacrima lucente, Poesie;  nel 2011 Gli occhi della madre, Thriller; nel 2017 Il milionario povero, Romanzo; nel 2018 Vivere, Poesie; nel 2019 Oltre l’oceano, Romanzo; nel 2020 Sara e l’arcobaleno, Fiaba.










































©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 




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LUNGO I MURI Pio Peruzzini

 L’ArteCheMiPiace – Interviste






LUNGO I MURI

Pio Peruzzini




di Giuseppina Irene Groccia |26|Settembre|2023|




L’elemento del muro nelle opere di Pio Peruzzini ci porta a
riflettere sulla complessa interazione tra l’essere umano e lo spazio che lo
circonda. “Lungo i muri” è il racconto di una percezione: un’immersione
nell’essenza di una società che, sebbene sempre più interconnessa, rimane
intrisa di confini, fisici e concettuali. L’idea di un mondo ideale si staglia
come elemento di sfida attraverso i fotogrammi che raccontano la complessità
delle nostre identità e delle nostre relazioni. 

Con lo sguardo attento di
Peruzzini, “Lungo i muri” diviene una durevole narrazione, un’epica
moderna che ci guida nella contemplazione e nell’immaginazione di un mondo
senza linee divisorie.

Questo libro non solo celebra l’arte di Peruzzini, ma ci
invita anche a una profonda riflessione sulla nostra esistenza in un mondo
tanto correlato quanto complesso. In ogni fotografia troviamo una linea di
demarcazione tracciata da un muro fisico o immaginario, che si erge come una
barriera simbolica tra il “dentro” e il “fuori“, un punto di
riflessione sulla divisione e l’appartenenza. 

Ciottoli impilati, come piccole
opere d’arte, chiudono la visuale del presente e aprono le porte
dell’immaginazione. Al di qua e al di là di questa barriera apparente, sorgono
interrogativi che alimentano la nostra curiosità, fomentano dubbi e generano
incertezze. 

Quali visioni nascoste, quali storie segrete si celano dietro
questi sipari di pietre e di cemento?! 

In ogni pietra impilata, in ogni
centimetro di cemento troviamo un invito a oltrepassare i limiti visivi del
presente e ad abbracciare il mistero, la scoperta e l’avventura. I ciottoli non
sono solo blocchi di pietra, ma chiavi per aprire le porte della nostra
immaginazione e svelare le meraviglie che si celano al di là della nostra
vista. 

Queste cinte murarie creano uno sfondo perfetto per sagome e figure in
costante movimento. La vita con la sua energia inesauribile scorre lungo il
perimetro di queste mura, rivelando la sua diversità e complessità. Ogni
soggetto racconta una storia, mostra una visione e testimonia la ricchezza
delle molteplici esperienze umane. L’autore ci dipinge il muro e la strada come
un palcoscenico, un luogo in cui assistere alle rappresentazioni della vita.
Inoltre, crea immagini dalle delineazioni silenziose, dove gesti e momenti si
svolgono in un teatro atono e senza parole, diventando testimoni mutevoli alle
emozioni umane e allo scorrere fluido della quotidianità. L’autore presenta una
partizione di spazi a confronto nei quali immergerci, dando vita a riflessioni
prospettiche sulle divisioni che definiscono il nostro mondo, sulle sfide e le
opportunità che si presentano mentre percorriamo il cammino naturale della
vita.

“Lungo i muri” è un libro fotografico altamente
introspettivo, arricchito da un contenuto fotografico importante e tecnicamente
impeccabile. Il volume è accompagnato da testi critici di rilievo, che
evidenziano il profondo impegno affrontato dall’autore scegliendo una tematica
così insolita ma sentita e partecipata. Passione e dedizione emergono
chiaramente in ognuna delle immagini del libro. Il risultato è un’opera che non
solo cattura momenti visivi, ma offre anche una profonda analisi emotiva e
concettuale che va al di là dell’osservazione superficiale e che invita il
lettore a immergersi nella profondità delle emozioni e delle idee concepite
dall’autore nel tradurre il suo mondo interiore in immagini significative.








Ho chiesto a Pio di raccontarci, attraverso questa intervista, qualcosa di più sull’ ideazione del suo libro. 

Avremo così modo di scoprire l’ispirazione, i dettagli, le motivazioni che hanno portato alla sua realizzazione e il messaggio principale che ha desiderato trasmettere.





Qual è stata la tua ispirazione principale nell’ideazione del tuo
libro fotografico e come hai sviluppato questa idea in un progetto completo?
 

 

L’idea del libro mi è
venuta ascoltando i commenti e guardando le immagini che già da qualche anno
inondano gli schermi dei nostri televisori sul problema dei nuovi migranti che
muoiono per attraversare il Mediterraneo in cerca di una esistenza migliore.  Un giorno mentre ero in giro nella provincia
di Bergamo, capitai a Pontida e mi colpì il messaggio ostentato ed arrogante,
dipinto su un muro attiguo ad un grande prato. In questo posto, i leghisti d’Italia,
si raccolgono in consessi urlanti per gridare la loro rabbia nei confronti del
Sud d’ Italia e di tutti coloro che non appartengono all’agiato Nord.  L’idea del muro che esclude non fa parte del
mio sentire. Io sono per l’accoglienza e l’integrazione. La migrazione delle
genti africane va sicuramente governata ma non la si potrà fermare con muri e
barriere.








Il tuo nuovo libro affronta una tematica molto insolita e
originale. Puoi condividere quali emozioni o riflessioni personali hai voluto
trasmettere attraverso questa Serie fotografica dedicata ai muri?

 

Quella del muro è una immagine che ci sta
accompagnando da sempre. Le mura della città di Troia o di Gerico. Il vallo di
Adriano, La grande Muraglia Cinese, la Linea Maginot in Francia fino al Muro di
Berlino che ci fece sperare nel 1989, con la sua caduta, avremmo avuto un mondo
più giusto, fatto di scambi culturali, commerciali, tecnologici e umani al di
sopra di ogni collocazione politica o razziale. Speranza vana che si viene a
confermare, purtroppo ogni giorno che passa. I miei muri sono spesso ostacoli
immaginari ed ideali, ma vogliono accompagnare, chi guarda le immagini, verso
il tentativo di esorcizzare la chiusura e l’ostacolo al diverso da noi.

 





Il libro è
arricchito da diversi e autorevoli testi critici. Come hai scelto i
collaboratori per questi testi e quale ruolo giocano nel contesto generale del
progetto?

 

Io non parlerei di collaboratori. Gli autori di questi
testi critici sono i miei fiori all’occhiello. È stato per me un autentico
onore avere trovato l’interesse, per questo mio lavoro, da parte di personalità
di livello culturale e morale. Gli interventi che accompagnano il mio libro
sono un preziosissimo lascito da personalità di rilievo nel campo della cultura
e della società civile.

Il prof.
Massimo Bignardi, già docente all’università di Siena e direttore del museo
FRaC di Baronissi (Sa), ha sostenuto questo mio tentativo di affrancamento da
ogni tipo di barriera ed ha sostenuto il mio progetto con un testo di altissimo
rilievo culturale, riuscendo a rendere tangibile il mio desiderio civile. Egli
dice fra l’altro: “li ove sui muri di calce corre una sottile linea d’ombra,
disegnando alfabeti di dialoghi con il tempo e con le attese.”

Il prof. Alfonso Di Muro docente di Storia dell’Arte a
Salerno Ha colto in pieno il mio messaggio geo-politico.

“… l’occhio acuto del suo obiettivo infrange i muri di
ogni incomunicabilità, un occhio alato, l’occhio di un profeta.”

Don Gianni Citro un sacerdote che lavora da decenni
con i giovani del Cilento accompagnandoli nel loro percorso di crescita aiutato
dalla musica e dalle attività artistiche più pure. La sua creatura il “Meeting
del mare” che si svolge a Marina di Camerota da oltre venti anni, è servita per
l’affermazione di gruppi musicali nati nella regione Campania ospitando fra gli
altri, figure che della lotta civile e politica hanno fatto la loro battaglia
giornaliera. Penso a Rita Borsellino, don Luigi Merola.

 






Nel
tuo lavoro fotografico, c’è una foto che ritieni particolarmente significativa?
Puoi condividere con noi la storia dietro questa immagine?

 

Amo tutte le foto del libro, ma proprio tutte!

Facendo uno sforzo mi fermo alle foto alle pagine 78 e 79 che
rappresentano un telo posticcio posto sulla spiaggia del lido Spineta a
Battipaglia(Sa). Una specie di sipario o quinta teatrale posto di fronte al
mare, su una spiaggia che diventa solitaria in autunno. Una barriera ideale,
caduca e debole, muro improvvisato, per arginare l’eventuale arrivo di persone
disperate.




 


Puoi
citare un artista, un’opera o una serie di progetti artistici che ti hanno
particolarmente influenzato e ispirato nel tuo percorso di fotografo?

 

Fra gli italiani Ferdinando Scianna, Mario Giacomelli, Ugo Mulas, Franco
Pinna, Gianni Berengo Gardin, Mimmo Jodice, Luigi Ghirri, Francesco Zizola,
Tano D’Amico, Francesco Cito, Letizia Battaglia e tanti altri.

Fra gli stranieri Stephen Shore, Elliot Erwitt, Robert Doisneau,
Josef
Koudelka ed altri ancora.





C’è stato un processo specifico che hai seguito per catturare
l’essenza emotiva dei tuoi soggetti e dei tuoi sfondi nella composizione delle
immagini?

 

Essenzialmente l’istinto. L’incanto della scoperta.

 

 




Qual è stata la parte più gratificante del creare questo libro?
C’è un momento o un risultato specifico che ti ha particolarmente colpito
durante il processo di creazione?

 

La collaborazione con Gaetano Paraggio che ne ha curato
la grafica e l’impaginazione.  Il lavoro
fatto per la scelta delle immagini ed i contraddittori e le discussioni che
abbiamo avuto in corso d’opera.

 

 



Il libro ha
una dedica particolare e significativa, ce ne puoi parlare?

 

“Ennesimo sbarco di migranti a Salerno,
ma stavolta 
a bordo
della nave spagnola Cantabria appena giunta al molo 3 gennaio ci sono ben 26
cadaveri di donne, tra i 14 e i 18 anni”

 

Così titolava la notizia dell’ANSA il 5 novembre
2017. La tragica notizia mi colpì molto. Una strage di donne che cercavano solo
un destino migliore. Un avvenimento crudele e terribile. Mi è sembrato doveroso
ricordarlo con la dedicazione del mio libro. Certamente poca cosa per quanto
accaduto.  Ho scritto la dedica con la
morte nel cuore.




 


Come
speri che il tuo nuovo libro influenzi i lettori? Quali messaggi o emozioni ti
auguri che trasmetta a chi lo legge?

 

Non ho la pretesa di influenzare chi mi legge o che guarda le mie
foto. Spero solo che si generi qualche riflessione pacata e saggia sulla situazione
che tutti stiamo vivendo. Le migrazioni sono sempre esistite e non ci sono muri
che possano arginarle.  Bisogna gestire e
governare questi flussi ma bisogna anche ricordare che gli esseri umani vanno
rispettati ed aiutati. L’Occidente non è immune da colpe e responsabilità.

 




Quali
sono i tuoi progetti futuri? Cosa bolle… nel tuo mirino fotografico?

 

Per fortuna ho ancora parecchi impegni progettuali. Faccio
fotografia dagli anni 70 del 1900 ed ancora trovo interesse a cercare nuovi
stimoli. Ho un lavoro interessante sulla Strada Regia delle Calabrie che
inaugurata dai Borboni nel 1778 doveva collegare Napoli a Reggio Calabria. Il
progetto fu abbandonato nel 1962 con l’inizio della costruzione dell’autostrada
Sa- Reggio Calabria.

Questo prossimo lavoro si chiamerà: “TRECENTOMILA PASSI”
itinerario fotografico da Napoli a Castrovillari sulla Strada Regia delle
Calabrie














Il libro è disponibile alla vendita contattando direttamente l’autore 



Email  pioperuzzini@alice.it 

Phone +39 3803590515

















Pio Peruzzini

Fotografa dal 1978 e vive a
Bellizzi (Sa)

Attento a luoghi storici e
tradizioni della Campania e del sud Italia.

Ha collaborato ed ancora lo fa,
come free-lance, con agenzie nazionali e con riviste specializzate nella
valorizzazione del territorio, dell’arte e della cultura . Ha prodotto, nel
tempo, un archivio ricchissimo di scatti in analogico e da qualche anno si è
piegato alle esigenze del sistema digitale con una produzione importante.

Artisti ed autori, di diverso orientamento
culturale utilizzano le sue foto, per progetti d’arte di ampio respiro. Ha
fornito il corredo fotografico per diverse pubblicazioni. Ha al suo attivo
tante mostre personali e partecipazioni significative a mostre collettive. Ha
collaborato a progetti di pubblicazione che hanno unito l’arte visiva alla
letteratura con una notevole presenza nel mondo dei “Libri
d’artista”. Ha intrapreso una serie di collaborazioni con riviste e
testate giornalistiche, offrendo le sue immagini e il suo punto di vista
artistico.

 













©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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Il rifugio creativo di Monia Monea

 L’ArteCheMiPiace – Interviste




Il rifugio creativo 
di Monia Monea








di Giuseppina Irene Groccia |26|Settembre|2023|





Sotto i maestosi portici della città di Torino, Monia Monea ha trovato da tempo il suo rifugio creativo; una galleria a cielo aperto dove condividere la sua arte con il mondo. 


Monia è una fotografa che utilizza la fotografia come mezzo per esplorare le proprie emozioni e spesso ama portare il risultato di questa passione tra la gente. 


Questi portici secolari, che costituiscono uno dei patrimoni culturali più rilevanti della città, posseggono la magia giusta per offrire un’ opportunità di condivisione che ha come obiettivo principale quello di creare interazione tra l’artista e il pubblico passante.


Le esposizioni si sviluppano in un percorso visivo che prende vita ogni tre weekend tra marzo e dicembre. Si tratta della mostra d’arte open air coordinata da “Una Mole d’Arte”, organizzazione indipendente di Giorgio Cerutti, artista e caro amico di Monia. 


Con lui, Monia avrà modo di condividere un’ulteriore esperienza espositiva, si tratta della seconda Edizione del Liquida Photofestival di PARATISSIMA, prestigioso evento a cui entrambi prenderanno parte con la presentazione di un proprio progetto fotografico.


Ma torniamo alle arcate e al suo percorso creativo. Nei giorni stabiliti Monia si appresta ad allestire con entusiasmo il suo spazio. I passanti curiosi si affacciano sulla sua galleria, attratti dalle sfumature delle sue opere e dalle storie che riescono a raccontare. Ogni fotografia è un capitolo di un racconto senza fine, un viaggio attraverso mondi immaginari ed emozioni profonde.

Ma ciò che rende davvero magica questa esperienza è l’interazione con gli acquirenti. Ogni volta che qualcuno sceglie una delle sue opere, diventa automaticamente il protagonista di una storia. È incantevole vedere i loro occhi brillare di emozione mentre si immergono nell’immagine, scoprendo nuovi dettagli e significati nascosti.

Le sue creature, così ama chiamarle l’autrice, continuano a tessere racconti di vita e sogno, donando ad ogni acquirente la possibilità di diventare il protagonista di un capitolo speciale e magari presto anche di un libro, chissà?!

Così, tra le arcate dei portici, arte, sogno e realtà si fondono in un unico abbraccio caloroso, con l’obiettivo di regalare a ognuno un dolce racconto da custodire nel cuore.











Proviamo a conoscere meglio questa sensibile artista attraverso le risposte alle seguenti domande





• Come è nato e come si è sviluppato il tuo interesse per la fotografia? 


La Fotografia mi è stata accanto sin da bambina, per me era un gioco. Ho acquistato la mia prima macchina fotografica da ragazza, a 16 anni, una Pentax compatta. Dopo i 30 anni la mia fotografia è cambiata, non fotografavo più per ricordare ma per raccontare. Più tardi fotografare è diventato un modo per star bene, per fuggire dal mondo reale che era troppo pesante da sopportare. Ho dovuto combattere molto e portare un’armatura era faticoso. La Fotografia dava spazio alla mia parte più sensibile che dovevo proteggere e mi aiutava ad essere forte, è stata la mia cura. Oggi riconosco alla Fotografia non solo un valore terapeutico ma anche di espressione libera del mio essere, è parte di me. 






• Se dovessi sintetizzare in poche righe il tuo fare fotografia… come lo descriveresti? 


Quando fotografo è come se avessi accesso ad un’altra dimensione. Ripeto spesso che la Fotografia mi permette di annullare il mondo intorno a me per sentirlo meglio, che è un sogno che quando mi sveglio trovo ancora lì. La mia è una Fotografia d’istinto e di ascolto perché è come se quell’immagine mi chiamasse. Quando fotografo non penso a nulla e lascio che le immagini arrivino. La Fotografia ha la capacità di sondare la mia anima. Nelle mie fotografie si trova la parte più vera e profonda di me, anche quando fotografo semplicemente un fiore. 





• Ami molto fotografare soggetti floreali. Qual è il motivo di questa scelta? 


Diversi.  Il primo è che amo la Natura e ho la fortuna di vivere in campagna, il secondo è per causa di forza maggiore: ho dei problemi di salute e dal lockdown in poi vivo e lavoro in casa e trovo i miei soggetti intorno a me. Il terzo, direi il più importante, è che la fotografia di una margherita a suo tempo è riuscita a sorprendermi perché “mi ha parlato” di una persona a cui ero molto legata che mi aveva lasciato da poco. Da lì è nato Il Mondo di Daisy esposto a Paratissima Exhibit and Fair 2021. Questo lavoro mi ha aiutato ad elaborare quel lutto ed ecco perché le mie Daisy sono così importanti per me. È stato il secondo lavoro introspettivo presentato a Paratissima Torino dopo Dipinti Fotografici, probabilmente il primo TraNsfigurativo. 




• In effetti il tuo percorso di crescita e di apprendimento dell’arte fotografica si concentra ultimamente moltissimo sulla nuova corrente della Fotografia Transfigurativa. Ci parli di questa tua scelta? 


Ho conosciuto la FT nel 2020 durante il lockdown grazie al gruppo Facebook e da subito ho capito che era il luogo giusto per la mia Fotografia e che le mie Creature avrebbero trovato lì il loro respiro e la loro voce. Mi sono sentita a Casa. Quando poi ho letto Il Segno e la Forma di Carlo Riggi, fondatore di questa corrente, ho visto nero su bianco il mio sentire. La Fotografia TraNsfigurativa ha liberato il mio sguardo, il mio modo di fotografare, mi ha accompagnato in un percorso che mi ha portato a guardarmi dentro, a ritrovare me stessa nelle mie fotografie e a non fuggire o nascondermi più. 




• Di fatto ami portare la tua arte tra la gente. La tua galleria a cielo aperto trova spazio sotto i portici della città di Torino. Che rapporto cerchi di instaurare con le persone che acquistano le tue opere? 


È un rapporto reciproco, di dare e avere. Quando si avvicinano e mi chiedono delle mie fotografie iniziamo a parlare e non so spiegare il motivo ma dopo poco le persone si aprono con me . Ogni persona è una storia diversa e ogni volta la mia anima è arricchita da quell’incontro. Poi arriva il momento in cui chiedo se posso fare una foto alla mia Creatura con la sua nuova famiglia dicendo che pubblicherò su FB la storia del nostro incontro e loro accettano volentieri di far parte di questo Album di Famiglia. È sempre un’esperienza importante, soprattutto quando a dare una nuova casa alle mie Creature sono persone giovani e questo mi sorprende e mi emoziona ogni volta.




• Il tuo sogno è quello di includere tutte queste singole esperienze, di passanti che da compratori diventano protagonisti, in un libro testimonianza. Ci racconti qualcosa di questa tua idea?


È un progetto su cui sto lavorando ma ad essere sincera non è stata una mia idea perché quando ho iniziato a pubblicare questi brevi racconti, anche se ho ricevuto subito un bel riscontro, non mi sono resa conto del vero valore che avevano. L’idea è nata piano piano ed è stata indotta: un giorno una persona mi disse “aspetto quando esponi per seguire le tue storie, le aspetto come si aspetta la prossima puntata di una Serie TV”. Un altro ragazzo, mentre sfogliava le mie creature, “ti seguo su FB, poi fai la foto anche a me con la storia, vero?”  Altre persone mi scrivevano per dirmi quanto amassero quei racconti. D’altronde anche tu, invitandomi nel tuo blog, hai sottolineato quanto questo mio aspetto di proporre la mia arte ti avesse colpito favorevolmente.

Giorgio Cerutti, che con Una Mole d’Arte ospita le mie esposizioni, commentò così una delle mie storie:


Le tue microstorie legate alle persone che si portano a casa le tue “creature” sono commoventi di per sè stesse. 

Non ne ricordo una da cui non si possa imparare qualcosa.

Ma c’è qualcosa in più che ho notato: tutte le persone che fotografi con le tue foto in mano hanno espressioni distese, rilassate, per lo più sorridenti, ma di un sorriso sincero, non impostato o di circostanza. 

Ti raccontano della loro vita e tu sai coglierne aspetti intimi.

Vuol dire che in pochi minuti, tu e loro, riuscite a creare un clima empatico, una relazione non superficiale. 

Loro si sentono bene. Non stanno comprando una foto, stanno vivendo una esperienza, che quella foto evocherà ogni volta, perpetuandone il significato profondo.

Se è vero, questo è un valore aggiunto di inestimabile valore, che ti ammiro e ti invidio, una cosa che ti rende speciale, e che sono contento di vedere (da vicino di banco) e di imparare da te (sapendo che non ne sarò mai capace).


e mi consigliò di farne un libro. In seguito altre persone hanno iniziato a chiedermelo su FB e non solo,  così ho iniziato a lavorarci su.




Sara… 17.12.2022

Ogni volta che MAYBE
trova casa è per un motivo diverso, un sentire diverso. Sara lo vuole per
regalarlo a sè stessa. Un po’ mi ricorda me alla sua età. Fa l’educatrice in
una comunità di disabili. Sta attraversando un periodo di stallo dopo aver
ricevuto un paio di brutte batoste. Ha 24 anni, tra poco sarà il suo
compleanno. È così bella, una giovane sensibile e già saggia. Potrebbe essere
mia figlia e io da mamma mi permetto di darle qualche consiglio. Lei ascolta
attenta, quasi si commuove. Le suggerisco il trucco del barattolo, glielo
spiego. Lei mi guarda e mi dice “sì! Un barattolo che l’ho!” e finalmente
sorride. Sceglie MAYBE perché vuole darsi delle possibilità! Ne hai quante ne
vuoi Sara 







Valentina 26.03.2023

– ma è stupenda!

Io sbuco da dietro la piglia

– grazie, mi piacciono sempre i complimenti

– ma l’hai fatta tu?

– si

E come sempre accade iniziamo a conoscerci.

Valentina è un fiume in piena, capricorno ascendente argento vivo! Ha 35
anni e un accento particolare, mi dice che è un miscuglio perché è di Monza ma
ha vissuto molti anni a Parigi, prima del lockdown lavorava lì in una galleria
d’arte che dopo ha chiuso. Era a Parigi anche l’altro ieri per dare un esame,
ne ha approfittato per rivedere tutti i suoi amici. Però, per colpa di una
serie di eventi tra cui un tassista antipatico, ha perso il treno per tornare
da Edoardo. Era disperata , mi dice

– capisci? Erano 8 giorni che non lo vedevo e avevo troppa voglia di fare
l’amore con lui, mi mancava da impazzire, l’ho chiamato piangendo

Lui ha trovato subito una soluzione:

– prendi il treno per Torino, io parto da Monza e c’incontriamo lì

E così ieri si sono ritrovati, hanno fatto l’amore tantissimo e stasera
torneranno a casa.

Ma quanto è meraviglioso l’Amore?? e quanto sono belli loro!!

Spiego loro che è arrivato il momento della fotografia con la mia creatura
e lei si rivolge a lui e dice – ora fa parte della nostra famiglia e si baciano
. Poi decide di
prendere una Daisy da regalare a sua sorella Elena perché dice che loro sono
complementari e un buon compromesso, Elena è la margherita, Valentina è la
farfalla, una è il bianco e l’altra il nero. Peccato che decida di nascondere
il suo sorriso per lo scatto ma se è così che vuole va bene così. Parliamo
ancora,

– sii buona con lui che tu hai un caratterino

– hai ragione, è proprio così e scoppia a ridere

e lui – mi piace proprio perché lei è così.

 Io continuo a ripetere – ma quanto
siete belli?!!

Mi salutano dicendomi che ci rivedremo e lei aggiunge – e porterò un
quadro, solo per te!

Sara 26.03.2023

 Queste sono le cose
che mi riempiono il cuore!!!

Ve la ricordate Sara? Il trucco del barattolo??? (Post del 17/12/2022). Era
un periodo non molto felice, ha l’età di mia figlia e le avevo parlato da
mamma, Alla fine la creatura che scelse per sé era MAYBE, perché voleva darsi
un’altra possibilità e io dissi che ne aveva quante ne voleva . Qualche giorno
fa ha trovato un mio biglietto e ha ripensato a me e a quel giorno e oggi ci
siamo riviste (chi mi conosce sa che sono convinta che le coincidenze non
esistono!) Guardatela! Guardate quel sorriso!
Ha colto le sue possibilità e quel
periodo è passato
! E’ venuta a trovarmi
con la sua amica Nicole che ha studiato fotografia ma ora fa un altro lavoro e
non sta fotografando, ama ritrarre le persone ma non trova il tempo e il
pretesto per fotografare. Le ho detto che il pretesto é lei e…. altro.

Con Sara abbiamo ricordato insieme il nostro primo incontro e lei diceva a
Nicole “mi ha detto quello che mi serviva, ha toccato tutti i punti
giusti” . Quando è andata via ci siamo salutate con un abbraccio e un arrivederci
(Maybe) . Prima che se ne andasse le ho chiesto se stesse ancora usando il
trucco del barattolo, mi ha risposto che l’ha fatto per un pò ma ora non più.
Le ho detto che ora non ne ha più bisogno. 



 


• Cosa rappresenta per te la fotografia in termini emotivi? 


Fotografare è liberatorio e sorprendente. Una persona a me carissima diceva che la Fotografia è il mio modo per canalizzare quello che l’Universo ha da dirmi. Quando fotografo e la macchina fotografica coglie qualcosa che non mi sarei aspettata al momento dello scatto, di cui non mi sono accorta, ma che scopro solo quando rivedo la fotografia, la realtà mi sorprende! E non dipende dalla mia capacità di osservare ma proprio da quanto in quel momento sono riuscita a zittire la mia parte razionale, da quanto mi sono lasciata andare, da quanto spazio ho lasciato alla mia parte sensibile ed emotiva perché decidesse cosa e quando fotografare. Il resto lo fa la macchina fotografica. Ho un rapporto molto importante con lei, mi guida, è il mio medium. Prima lo è stata Nikky e ora Junior. 





• Nei prossimi giorni sarai protagonista al Liquida Photofestival di PARATISSIMA con un tuo progetto fotografico. Ci anticipi qualcosa?


Questa è la mia ottava partecipazione a Paratissima ed il quarto lavoro in chiave TraNsfigurativa.  Con  FT – UN SOGNO CHE SI FA IMMAGINE presento uno dei fondamentali della Corrente Fotografia TraNsfigurativa: Fotografia e Sogno, strumento attraverso cui autore e fruitore sono testimoni dell’invisibile, del proprio inconscio. Sono 10 fotografie sognanti dei miei amati fiori. Nel testo critico che accompagna il lavoro descrivo cos’è per me fotografare: quasi uno stato di grazia. 





• Come riesci a far passare un messaggio attraverso la fotografia? 


Con la sincerità. Lascio che la Fotografia metta a nudo la mia anima. I miei scatti mi vedono per come sono e così si mostrano. Credo che chi guarda le mie fotografie questo lo percepisca. Non parlerei di messaggio però, piuttosto di emozioni



• Perché fotografi in bianco e nero? 


Penso  perché ho iniziato ad amare la fotografia da bambina giocando e immaginando storie con le fotografie di famiglia che erano in bianco e nero. E’ come se avessi imparato quella come mia prima lingua. Poi sono arrivate le fotografie a colori e per molto tempo ho fotografato così, ma quando fotografavo con i rullini in bianco e nero sentivo quelle fotografie più mie. Oggi il bianco e nero è la mia voce. Quando scatto vedo già la foto in bianco e nero. Raramente mi capita di scattare anche a colori  perché magari me lo chiede qualcuno a cui sono affezionata e allora cedo. Altre volte perché in quel momento vedo la foto a colori. 





• Ti va di consigliare ai nostri lettori un libro o un film sulla fotografia che ti ha particolarmente colpito? 


Il Segno e la Forma di Carlo Riggi che ho citato prima e ovviamente FT Vol.1 e FT Vol. 2, non solo perché sono presenti alcune mie Creature, ma perché ci sono opere magnifiche dei miei coinquilini di Casa FT, come amo chiamarli, che più delle parole spiegano il significato e la valenza della Fotografia Transfigurativa. 





• Hai nuove sfide fotografiche nel tuo prossimo futuro?


Nel 2023, dopo Paratissima a novembre, è in previsione a dicembre una Mostra nella Galleria Spazio Bianco di Pesaro con alcuni autori del gruppo FT. Sarò poi presente ancora con tre esposizioni sotto i Portici di Torino, l’ultima a metà dicembre con cui chiuderò l’anno. Per il 2024 non so ancora quale sfida mi aspetta. Ma la vita è una sfida!  E ho intenzione di affrontarla insieme alla Fotografia, qualunque sia il dono che ha in serbo per me. Sono convinta che la Fotografia sa cose che ancora non so e voglio accogliere cosa vorrà mostrarmi.












Monia Monea


2018 

  • Pianeta Terra  – Mostra collettiva a Orbassano – Torino con Tracce di un passato presente
  • Paratissima 14 NoPhoto Torino con Scritto sulla pelle

2019 

  • Paratissima Bologna Art Fair con Scritto sulla pelle
  • Paratissima Torino Multiversity con MultiDiversity e Liberi di volare.

  • Nel 2019 ho supportato con il progetto fotografico Liberi di Volare il crowdfounding destinato all’apertura della Special Angels Disability School di Druento (TO).
  • Per lo stesso progetto ricevo il Premio “XXIV edizione Donna Fotografa 2020 “

 

2020

  • Paratissima Art Station nella sezione ICS Indipendent Curated Spaces con Dipinti Fotografici.

        A causa del lockdown per il Covid l’esposizione viene spostata nel 2021, si tiene              da giugno a ottobre

 

2021

·

  • Paratissima Exhibit and Fair 2021 – espongo Il Mondo di Daisy da ottobre a dicembre
  • Torino – Una Mole d’Arte

2022

  • Paratissima Circus  con FT – Ricordi Futuri
  • Torino – Una Mole d’Arte
  • Una Mole d’Arte – L’Arte è Donna 1^ Edizione
  • Mostra  Personale  ospite di  Torino Attiva con Liberi di Volare

2023

  • Paratissima Liquida Photofestival con il Sogno di Icaro
  • Premio XXVI edizione Donna Fotografa 2023 per il Sogno di Icaro
  • Mostra  Personale  a Torino ospite del  CRDC  con Liberi di Volare
  • Torino – Una Mole d’Arte
  • Una Mole d’Arte – L’Arte è Donna 2^ Edizione
  • Paratissima liquida Winter con FT – Un Sogno che si fa Immagine

 

Pubblicazioni in FT Vol.1 e FT Vol 2














©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 



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LE IMMAGINI SOSPESE Il nuovo libro fotografico di Ilaria Pisciottani

L’ArteCheMiPiace – Libri da leggere 






LE IMMAGINI SOSPESE
Il nuovo libro fotografico di Ilaria Pisciottani




di Giuseppina Irene Groccia  23|Settembre|2023|




È di questi giorni la pubblicazione del primo libro
fotografico di Ilaria Pisciottani, interamente ideato e realizzato da
L’ArteCheMiPiace in stretta collaborazione con l’artista. 

Riguardo a questa
collaborazione l’artista afferma:

“Sono stata molto contenta di collaborare con il Blog
L’ArteCheMiPiace per la realizzazione del mio primo libro. Un’esperienza di cui
vado orgogliosa, poiché mi ha offerto l’opportunità di vivere un’interazione
artistica completa e incredibilmente produttiva
.”



Il libro pubblicato da EtaBeta riversa con disinvoltura, dal
digitale alla carta, tutto l’immaginario dell’artista e rappresenta in modo
incisivo il suo intero itinerario artistico.

Nel volume trovano posto una serie di fattori e variabili
che hanno influenzato il suo percorso e quindi prodotto considerevoli “visioni”
che vanno decisamente al di là della semplice analisi degli scatti.

“Le Immagini Sospese” è un’avventura in cui la linea di
demarcazione tra tecnica di riproduzione e poetica visiva, risulta per
definizione affascinante, rivelando man mano un alfabeto quasi fisico del
reale… Un lavoro considerevole che riporta la fotografia alla sua presenza
fisica in una sfida all’ impermanenza della vita.




La pubblicazione di un primo libro è sempre un traguardo
emozionante e importante per ogni artista, poiché rappresenta il frutto di anni
di lavoro, ricerca e dedizione. Per Ilaria è il risultato di un impegno
costante nel perfezionamento delle proprie abilità artistiche e nella messa in
forma dei propri pensieri. Questa pubblicazione rappresenta per lei
l’opportunità di condividere le proprie idee, la propria creatività e la
propria visione, dimostrando una sensibilità straordinaria nell’affrontare temi
complessi e concetti astratti attraverso la sua lente fotografica.

Con questo nuovo libro, l’artista si immerge ancor più
audacemente nell’espansione dei limiti della propria creatività, sfidando con
determinazione l’essenza del visibile. Attraverso quest’opera, ci conduce con
abilità verso una dimensione esperienziale che non soltanto abbonda di
significato, ma addirittura trapassa il confine del tangibile.






Mediante un’integrazione sinergica di immagini in bianco e
nero,
testi critici illuminanti e versi haiku, l’artista confeziona un’opera d’arte
stratificata che rivela progressivamente livelli sempre più profondi, svelando
significati e concetti sempre più intricati. Tale sinergia, sfida il semplice
atto dell’osservazione, trasmutandolo in un’esperienza di contemplazione
profonda e personale, trasportando così il lettore in un mondo di
interpretazione evocativa, enfatizzato dalla bellezza congiunta delle parole e
delle immagini. Una delle caratteristiche più affascinanti di questo libro
risiede nella straordinaria capacità dell’autrice di evocare emozioni profonde
attraverso le sue fotografie. Ogni immagine, in questo contesto, è dotata di
una sua anima, di un’intensità che va ben oltre la superficie della carta
stampata. Attraverso l’abile combinazione di luce, composizione e soggetti,
l’artista crea un dialogo emozionale tangibile che si instaura tra l’opera e lo
spettatore.

È in questo contesto che il libro assume la preziosa veste
di ponte tra il mondo visibile e il regno dei sentimenti.




È con grande entusiasmo e apprezzamento che il libro appena
pubblicato è stato accolto al prestigioso Premio “
Le Immagini Rilegate”,
nell’ambito della diciottesima Edizione del
Milano Photofestival 2023. L’
esposizione è attualmente in corso presso la
Kasa dei Libri di Milano e potrà
essere visitata fino al 3 Ottobre. La rassegna si configura come una preziosa
finestra su un segmento editoriale di particolare rilievo, ovvero il libro
fotografico d’autore, e “Le Immagini Sospese” di Ilaria Pisciottani
emerge indiscutibilmente come un contributo straordinario alla fotografia
contemporanea.



 


La presentazione ufficiale del libro è attesa per il 28 Ottobre. Evento che coinciderà con la mostra personale dell’artista, la quale
avrà luogo presso Palazzo Velli Expo, 
spazio museale privato interdisciplinare e polifunzionale nel Rione  Trastevere, dal 25 al 29 ottobre.


 

La curatela di questa eccezionale combinazione culturale è
stata affidata alla bravissima Valeria Cirone, Curatrice indipendente di esposizioni temporanee e permanenti.
 

Il programma prevede altre presentazioni sia a livello
nazionale che internazionale!

Un’opportunità che amplierà sicuramente l’audience e darà
all’autrice la possibilità di condividere il suo lavoro con un pubblico più
ampio e diversificato.



 


 

 



Il libro è disponibile alla vendita attraverso questo
link,  che ricordiamo potrà diventare una
bellissima idea regalo in prossimità del periodo Natalizio



Clicca sulla copertina per acquistare il libro


























 




©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 






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Tappa finale della prima Edizione del Glissando Chamber Music Festival

 L’ArteCheMiPiace – Segnalazione Eventi 




tappa Finale della prima Edizione del

Glissando Chamber Music Festival




di Giuseppina Irene Groccia |16|Settembre|2023|


L’ultimo capitolo del Glissando Chamber Music Festival ha regalato al pubblico un’indimenticabile serata in un’atmosfera da sogno. Il Castello Ducale di Corigliano Calabro, gioiello storico di architettura barocca, ha offerto lo sfondo ideale per questa tappa finale del Festival, in cui cinque musicisti dalla eccezionale bravura hanno incantato i presenti con note ricercate e preziose armonie melodiche. Gli artisti protagonisti dei pezzi musicali, eseguiti con straordinario talento, sono Michela D’Amico, Lara Celeghin, Nicolò Costantino, Dylan Baraldi e Lorenzo Bevacqua.








Il Duo Soeve, formato da Sonia Quercia e Veronica Martino, artiste note per incorporare materiali come carta e plastica nella realizzazione delle loro opere, hanno aggiunto un elemento visivo sorprendente alla serata, catturando l’attenzione del pubblico sin dall’inizio. 




L’abito “Dumka”, realizzato interamente in plastica con teli doccia e creato appositamente per la serata finale del Festival, è stato indossato dalla bellissima modella Paula Ott. 

L’entusiasmo e l’apprezzamento del pubblico, dimostrato durante le esibizioni, ha contribuito a creare un clima di partecipazione unico, confermando il grande successo di questa prima edizione 



Il Glissando Festival, ideato dal talentuoso Maestro Lorenzo Bevacqua ha dimostrato ancora una volta che la bellezza della musica può fondersi perfettamente con il fascino di un luogo storico e con l’arte, attivando esperienze memorabili e ispiratrici. 





 




























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Glissando Chamber Music Festival Le mie impressioni sulla quarta serata – di Elisabetta Salatino

 L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’arte 






Glissando Chamber Music Festival

Le mie impressioni sulla quarta serata





di Elisabetta Salatino |13|Settembre|2023|






Vi siete mai trovati davanti al bivio della dimenticanza? Devi dimenticare/ Non Devi dimenticare…

Il tutto rafforzato dal verbo modale “dovere”. Quante volte ce lo siamo sentiti dire?…

“Dimentica e Perdona”, oppure  “Non devi dimenticare perché se no non si farà mai memoria”.

La questione è assai complessa e spesso fa sentire l’uomo eternamente combattuto.

 

“Buona cosa è la dimenticanza” direbbe Bertold Brecht nel suo famoso elogio poetico, cosa che diversamente viene percepita da Louis-Ferdinand Cèlin secondo cui “la dimenticanza è una sconfitta”.

 

A chi dovremmo dar retta?

 

Beh, la risposta io l’ho cercata solo facendo attenzione al significato che si dà alla parola dimenticanza.

La dimenticanza non è solo perdita di memoria o disattenzione o trascuratezza per certi versi, dimenticare significa anche entrare in una dimensione che molti chiamano oblio, un mondo che tocca  soprattutto la sfera degli affetti e dei sentimenti.

 

La dimenticanza è difatti un sentimento.

L’Olvidar ha pervaso il quarto appuntamento di Glissando che ha visto come protagonisti il pianoforte del Maestro Lorenzo Bevacqua e la Fisarmonica del Maestro Giancarlo Palena in un luogo tanto caro a noi rossanesi, il Museo Diocesano e del Codex.  





 

Da piccola, pesante, credevo che la fisarmonica avesse un’anima, si come gli esseri viventi. Durante una festa di paese  mi trovai davanti ad un artista  nei suoi abiti tutti colorati e questo strano e pesante strumento poggiato sulle gambe. Mi feci coraggio e alla fine dell’esecuzione mi fiondai da lui chiedendogli:

 

“Ehi, ma questo coso come fa a respirare”

 

Nella nostra cultura, specie quella del Sud, siamo stati abituati a vedere la fisarmonica come grande protagonista di feste e di momenti di convivialità legati alla cultura popular e folk.

 

Ma la fisarmonica è uno degli strumenti più affascinanti e difficili che ci ha regalato la storia della musica, che associamo molto alla figura maschile, ma che anche moltissime donne studiano e suonano fortunatamente. Essa convive con le sue tre anime sorelle: la concertina l’armonium e l’organo, strumenti a “mantice”.

Eh già… Come fa a respirare quel coso?

 

Proprio con il mantice, il suo polmone ma anche la sua cassa di risonanza.




 

Quanti sogni hanno fatto i nostri genitori con Gianni Morandi e la sua fisarmonica? Quanti viaggi surreali ha percorso Ameliè nel suo magico mondo con il Valzer di Yann Tiersen? Quanti ne ho fatti io e ne faccio ancora adesso…!

Tanto caro mi fu quel suono a tal punto che in un certo periodo della mia vita optai per una suoneria del telefono molto particolare: I’ve Seen That Face Before (Libertango) di Grace Jones, colonna sonora di uno dei miei film preferiti Frantic di Roman Polanski.

 

Mi permetto di scomodare la Settima Arte come di consueto perché le immagini per chi non ha avuto modo di ascoltare il bis del Maestro Palena, eseguito con il bandoneon della versione del Libertango di Piazzolla, potranno darvi il corrispettivo di ciò che mi ha comunicato l’esecuzione dal vivo.





 

Frantic, dicevamo, è un Thriller a base spionistica, poco polanskiano rispetto agli altri suoi film, diciamo piuttosto un omaggio a Hitchcock. Polanski ci conduce verso la suspense con una corsa senza soste per le vie di Parigi, una roba molto disorientante per ritrovare una donna rapita. Qui possiamo inchinarci davanti alle musiche di Morricone, in primis, poi del Libertango nella versione di Grace Jones e infine davanti alla spettacolarità delle sequenze di tensione.




 

Ci sono sequenze che mi sono rimaste ben impresse nella memoria: il cadevere di Dedè, lo spray al peperoncino, la camminata sul tetto (un vero toccasana per il sistema nervoso), la valigia che cade dal tetto con il suo contenuto e il bellissimo finale. Ma quello che non si dimentica facilmente è la dance chic fra i due protagonisti con il Libertango della Grace Jones. La fisarmonica si sente appena poiché sovrastata dai suoni sinth del periodo, ma è sempre lì, è la base dei pensieri del protagonista in quanto consente di entrare lentamente nel dramma improvviso in cui si ritrova. Ci si appassiona e si segue ogni sospiro, soffrendo sulla pelle il disagio di un uomo comune in difficoltà. Il personaggio in quella danza molto sensuale non sembra perdersi nel mare della dimenticanza. Harrison Ford è rigido davanti alla donna che tenta di fargli dimenticare l’accaduto. Ma no, lui non dimentica, è triste, resta ancorato alla sua missione di ritrovare il suo amore.  Si perché Il tango è un pensiero triste che si balla.

 

 

E ritorniamo al nostro Glissando…

 

Un bis quello del Maestro Palena al bandoneon che ci ha toccati e ha risuonato nel luogo che custodisce un patrimonio UNESCO, il Codex Purpureus Rossanensis. Il cinema potrebbe studiare alcune delle sue miniature, antesignane delle tecniche più conosciute quali lo stop motion; l’arte potrebbe scriverci trattati infiniti sull’uso del colore o sul senso di rappresentazione di alcune scene come quelle della notte stellata. Il Codex ha sconfitto il tempo, arrivando a noi, senza subire l’inesorabile peso dell’Olvidar.

 





Come colleghiamo le scelte musicali eseguite durante la serata di glissando a questo senso della dimenticanza?

 

Per comodità mi sono concentrata solo su tre proposte.Intanto parto con Cesar Franck.

 

Frank era noto in vita per le sue mani, enormi e ampie che gli permettevano di coprire ben dodici tasti bianchi sulla tastiera, l’equivalente di un’ottava completa più una quinta dell’ottava successiva.

Aveva l’abitudine di dimenticare che non tutti i musicisti avessero mani come le sue e componeva spesso senza pensare alle difficoltà della maggior parte dei comuni mortali. Ancora oggi molti pianisti sono obbligati a separare le parti scritte di alcune sue composizioni per poterle suonare.




 

Dimenticava senza badare alle conseguenze il buon vecchio Franck.

 

Più accessibile, ma non per questo di esecuzione facile, il Preludio Fuga e Variazione op.18 eseguito durante la serata di glissando. Dalla versione per organo a quella per fisarmonica e pianoforte, le aspettative, almeno le mie, non sono state eluse. Un’esperienza uditiva che ha dato la possibilità di esplorare al meglio le potenzialità offerte dalla fisarmonica. Nella versione presentata in questo quarto appuntamento la fisarmonica, come un organo, ha ricreato un ponte sonoro temporale e nostalgico; il pianoforte ha sostenuto quel suono proiettandolo in una dimensione sonora di melodica profondità; la fisarmonica potremmo dire che ha in un certo senso innovato il già riconoscibile timbro organistico, infatti è bastato semplicemente chiudere gli occhi per potersi sentire amalgamanti nel nuovo suono. Un rinnovato Preludio, Fuga e Variazione quello dei Maestri Bevacqua e Palena che hanno ridato nuova luce al capolavoro di Franck.

 

E’ risaputo nella storia che l’influenza di questo compositore è stata determinante  nella musica strumentale, infatti aveva messo a punto una forma ciclica ereditata dal grande Liszt che, a mezzo del ritorno dei temi da un movimento all’altro e la loro sovrapposizione nel finale, tentava di assicurare la massima coesione nella composizione. Questa ciclicità è stata volutamente interrotta con il brano Olvidar da cui prende il nome la serata, composta dal Maestro Domenico Giannetta. Ogni nota musicale si è rivelata come un racconto da dimenticare. La ricerca del “suono” che corrisponde esattamente alle intenzioni e del compositore e dell’interprete ha condotto ad una sperimentazione che ha oltrepassato la sola esecuzione del brano, attraverso l’uso di espedienti scelti per portare l’ascoltatore alla piacevole illusione di vedere (o meglio “sentire”) lo strumento “trasformarsi” in un mezzo capace di superare l’immaginario collettivo legato alla fisarmonica e anche alla narrazione canonica.







Ci siamo perduti e anche serenamente in quegli otto minuti, un po’ come chi si avventura nella nebbia. Si perché nella nebbia niente è come sembra. E proprio durante l’esecuzione di Olvidar lo spettatore è stato ingannato  e ammaliato dal Mistero e dall’opalescenza del volto di Morgana e dal suo abito realizzato dal progetto SOeVe di Veronica Martino e Sonia Quercia, un abito a contrasti neri e porpora, colori che associo al ricordo e alla dimenticanza. Il Porpora è ricordo, di ciò che non abbiamo dimenticato e che rimane vivo e protetto dalla nostra memoria: il Codex.  Il Nero è la dimenticanza,  il buio delle strade del nostro centro storico che copre il nome delle vie e la loro magia, obliata spesso da troppa indifferenza e poco amore.



E giungiamo al gran finale con Richard Galliano e l’Opale Concerto; la sua forma canonica in tre movimenti, un brano dal linguaggio, per l’appunto, opalescente. Ritmi frenetici che si sono rincorsi come due innamorati nei vicoli di Rossano, quelli del primo movimento; sonorità che hanno ricordato l’immagine di due giovani, sempre gli stessi che si stringono la mano lungo le gradinate fredde e appena illuminate dei quartieri del centro storico, quelle del secondo movimento. E il terzo movimento, le mani che si staccano e si ricongiungono per poi ristaccarsi di nuovo e infine la decisione di buttare tutto via, lasciare il passato alle spalle e dimenticare…O forse dimenticare di non dimenticare?






































Elisabetta Salatino

Sono nata nel 1985, nel cuore del centro storico di Rossano. Il mio è stato un iter formativo  fortunato, perché si è sviluppato interamente nelle scuole del “paese”. Nel 2004 dopo aver ottenuto il Diploma di Maturità Classica presso il Liceo “S. Nilo” di Rossano ho intrapreso gli studi universitari presso l’ Alma Mater Studiorum di Bologna conseguendo prima una Laurea triennale in Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo con una dissertazione dal titolo: “Ecce Robot: ricadute performative dai Kraftwerk ai Daft PunK” (Relatore Gerardo Guccini) con pubblicazione Casa Editrice Agenda 2017 e poi completamento del ciclo di studi una Laurea Magistrale in Discipline della Musica (Musicologia e Beni culturali LM 45) con una dissertazione dal titolo: “Le Ballet Mecanique: dal fotogramma alla struttura ritmico-musicale”(Relatore Giani Maurizio). Nell’A.A. 2018-2019 ho conseguito una borsa di studio per merito per il Master di 1° Livello in Analisi e Teoria Musicale presso l’Università degli Studi di Cosenza con una dissertazione dal titolo “ U rosarij e ra Maronna e ru Pilerij. Analisi performativa di una pratica devozionale” (Relatore Macchiarella Ignazio). Ho partecipato come relatore all’ XI Convegno GATM ( Gruppo Analisi e Teoria musicale) nella sezione Avanguardie del Novecento presso l’Istituto Lettimi di Rimini. Ho acquisito negli anni specifiche competenze nel settore della musicologia storica, sistematico-filosofica, teorica e analitica, in specie, nella performance in campo etnomusicologico. Ho curato diversi seminari dedicati agli strumenti e alle tradizioni musicali calabresi in contesto universitario e con gemellaggi con Atenei Internazionali. Prediligo le indagini che riguardano le forme testuali per i media audiovisivi in particolare nel campo della musica contemporanea d’avanguardia e nelle relazioni che intercorrono tra suono e immagine nella storia del cinema.  Ma non solo… Dal 2018 sono membro del direttivo del Circolo Culturale Rossanese “ Giuseppe Converso” dove opero attivamente con progettazione di eventi di altissimo spessore, fra i tanti il più importante e di cui sono promotrice diretta de “Le forme della Memoria”  dedicata ogni anno alla Giornata della Memoria del 27 gennaio e grazie al quale lo stesso Circolo ha attivato un protocollo d’intesa con il Museo di Ferramonti di Tarsia. La curiosità verso le varie forme di espressione artistica mi ha condotto a sperimentare anche la scrittura per il teatro, in particolare “il teatro dei luoghi”. Dal 2020 sono infatti Vice Presidente dell’Associazione Retake Rossano, esperienza in cui sono riuscita a concretizzare la scrittura per sceneggiatura teatrale dedicata all’esplorazione e la conoscenza dei luoghi che viviamo con la forma narrativo/recitativa. Sono autrice di una tragicommedia dedicata al terremoto del 1836 che colpì Rossano dal titolo  “ A Petra si mova e u cor s’arresta”  edita  nel 2018 da Grafosud  e ho collaborato nel 2017 alla stesura del libro dedicato alla  “Chiesa di San Domenico” di Rossano con un capitolo  sulla storia della “Schola cantorum di Rossano”. Attualmente sono docente di italiano L2 per stranieri presso il progetto SAI di Corigliano-Rossano e dedico attività di approfondimento agli aspetti legati all’intercultura e alla realizzazione di laboratori per l’integrazione.

 




























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S O S P E S A Mostra di Lello Muzio a cura di Anna Mola

    L’ArteCheMiPiace – Segnalazione Eventi 


















S O S P E S A


fotografie di Lello Muzio 

mostra vincitrice del concorso fotografico 

Idee Photo Contest

a cura di Anna Mola

presso Istituto Italiano di Fotografia

inaugurazione: 16 settembre ore 18:30

 

 

Istituto Italiano di Fotografia ospita le mostre vincitrici di Idee Photo Contest: 

“S O S P E S A” con le foto di Lello Muzio (vincitore del primo premio) e “Guida al XXI secolo” con le foto di Francesco Paolo Nolfo. 

Entrambe le esposizioni sono a cura di Anna Mola.

 

Idee Photo Contest è un concorso fotografico ideato dall’agenzia AM PhotoIdeas di Anna Mola. Giunto alla sua quarta edizione, ha totalizzato nell’ultimo anno oltre 100 partecipanti.

 

 

Testo critico di Anna Mola

 

“Alla fine si tratta di capirsi”: questa frase, pronunciata da Lello quando ci incontriamo per la prima volta mi colpisce nella sua profonda semplicità, gettando una nuova luce orientativa sulle fotografie da lui create.

Più che un progetto, definirei quella di Lello Muzio una “ricerca per immagini”: il tentativo più alto di raccontare senza parole – ma con un linguaggio visivo – il mood di sospensione che avvolgeva l’autore nel 2019, anno in cui ha iniziato questa serie.

Sembra che ci sia quasi della preveggenza in tutto questo: un anno dopo, infatti, con lo scoppio del Covid, quel mood avrebbe inglobato tutti noi.

 

Ognuna delle otto opere in mostra porta con sé un’enorme potenza espressiva, costituisce un mondo a se stante ma contemporaneamente riesce a dialogare perfettamente con le altre sette.

C’è un mondo nella donna di spalle in penombra con l’abito a fiori; fiori che esplodono, poi,  a contornare un lume da cimitero. C’è un mondo nella donna tatuata su un braccio che penzola sopra una poltrona. Sono mondi paralleli e solitari, che si incrociano su una parete damascata, su una scala vagamente illuminata, su un tavolo in legno massiccio.

 

Molto interessante è vedere come l’autore si focalizzi su dettagli infinitesimali, che nessuno noterebbe ma che diventano protagonisti, isolati da tutto il contesto: quelle piccole gocce di cera rappresa sulla base del candelabro da dove vengono? Perché era stata accesa una candela? Era un’occasione triste o allegra? Quella poltrona verde sta per accogliere un ospite oppure una persona si è appena alzata? Da quelle scale qualcuno sta arrivando o se ne sta andando? Non conosciamo le risposte e va bene così.

Questi piccoli set sono costituiti di oggetti reali, come i set cinematografici; ne riprendono pure l’estetica. Ed esattamente come per un film, non ci chiediamo che fine fanno i personaggi dopo la scritta “the end”.

 

A volte lo scopo di un progetto fotografico è documentare una situazione, riportare dei fatti, in questo caso l’autore ha inseguito e sviscerato la propria creatività e il risultato è la creazione di queste “bolle” fuori dal tempo e dallo spazio, in cui tutti possiamo immergerci in modo intimo e riflessivo.

Lello ci chiede un atto di fiducia e un piccolo sforzo di immaginazione, una sorta di “sospensione del giudizio”, per assorbire e inglobare in noi la meraviglia estetica, il silenzio, la speranza nel loro senso più puro e alto; fino a diventare un collettivo.

I pensieri e le idee sono davvero il soggetto primo e ultimo di questa serie, per questo la giuria del concorso “Idee Photo Contest” gli conferisce il primo premio.

 

Contemporaneamente a “S O S P E S A”, sarà visitabile l’esposizione “Guida al XXI secolo” con le immagini di Francesco Paolo Nolfo, che qui espone sei immagini tratte dalla serie omonima: un progetto di street photography in b/n. Gli scatti, realizzati in diverse città d’Europa, mostrano i passanti che camminano per strada o partecipano a un evento, mentre sono assorti e rapiti dal loro smartphone: un ritratto vivido e oggettivo del mondo contemporaneo.

 

Durante la serata di inaugurazione, il 16 settembre, saranno anche proiettati i lavori di: Barbara Pece, Roberto Solomita e Michela Zeppetella e Valeria Ciardulli a cui sono state assegnate le menzioni d’onore.

Nella serata inaugurale ci sarà inoltre l’esibizione del trio musicale “Il Tamburo di latta” che suoneranno brani pensati appositamente per la mostra.

 

 

Info pratiche:

Inaugurazione: sabato 16 settembre, ore 18:30

Date: 16 – 26 settembre

Luogo: Istituto Italiano di Fotografia, via Enrico Caviglia 3 – Milano

Orari visita mostre: lunedì-venerdì, 9:00-13:00 e 14:00-18:00,

sabato 10:00-13:00 e 14:00-17:00

Ingresso libero







 
















































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Museografia moderna: la svolta in Italia

 L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’arte 













Museografia moderna: la svolta in Italia


di Annalina Grasso   |05|Settembre|2023|

 

 

Gli anni ’20 e ’30 del Novecento, sono visti come un momento
di svolta per quanto 
riguarda la costruzione di una moderna museografia e di
ridefinizione delle funzioni 
del museo e del suo ruolo all’interno della società. In
questo ambito importanti sono 
il 1926, anno in cui viene istituito l’OIM (ufficio
internazionale dei musei) e il 1927, 
anno in cui appare la rivista “Mouseion” (rivista ufficiale
dell’OIM).

È importante però sottolineare che questo cambiamento di
rotta non viene acquisito 
una volta per tutte e ovunque, per esempio in Italia in
quegli anni alcune personalità 
restano legate al modello museale ottocentesco, affiancate
ovviamente da una 
“schiera di innovatori” che accolgono le indicazioni
dell’OIM. Si spinge molto sulla 
necessità di rendere i musei accessibili a tutti, per
esempio mediante ingressi gratuiti 
o ridotti, aperture serali per i lavoratori, guide e
depliants e visite guidate misurate a 
seconda del livello dei visitatori e svolte soprattutto da
personale qualificato.

In Italia, nel 1971, al convegno romano Il museo come
esperienza sociale, un grande 
numero dei più qualificati esperti torna a discutere sulla
necessità di avvicinare 
sempre più il museo al pubblico e da capo ad interrogarsi
sulle possibilità rese note da 
Museion. A quasi mezzo secolo dall’istituzione dell’OIM la
riflessione è che: 
sebbene oggi si proclami che un elemento costitutivo
fondamentale del museo sia il 
pubblico, l’idea di Museo sembra poter sussistere
sufficientemente anche senza tale 
elemento. Fino agli inizi degli anni Sessanta, il dibattito
sul tema della funzione 
sociale del museo continua a riferirsi alla organizzazione
degli spazi e alle modalità 
espositive.



In un articolo comparso sul primo numero di “Museion” del
1930, Ugo Ojetti, 
membro della commissione consultiva di esperti dell’OIM,
oltre che esponente di 
punta della politica culturale del ventennio, spiega il
perché vengono abolite le tasse 
d’ingresso ai musei: “Chiunque senta il
bisogno di dimenticare, per un momento, 
gli sguardi della vita abituale, di ritemprare nella fede,
nella bellezza e 
nell’ intelligenza, non incontra alcun
ostacolo”.

Ojetti, oltre a salutare con grande entusiasmo l’abolizione
della tassa d’ingresso, 
suggerisce di adottare atre misure seguendo gli esempi dei
musei europei e russi: 
cataloghi illustrati e a basso costo, didascalie, visite
guidate. L’arte, proprio perché 
utilizzata per la costruzione e il rafforzamento
dell’immagine del regime, deve 
raggiungere un vasto pubblico ed è necessario quindi usare
come mezzo, oltre alla 
stampa tradizionale, la radio. L’entusiasmo di Ojetti nel
guardare ai modelli stranieri 
per ricavare soluzioni utili per gli obiettivi del Paese non
è condiviso da tutti gli 
storici dell’arte.


Nel 1932 viene inaugurato il Museo Archeologico Nazionale,
progettato da Marcello 
Piacentini e considerato il primo in Italia concepito con
criteri moderni. Essi sono: le 
grandi vetrate che illuminano gli ambienti espositivi, la
concezione spaziale aperta, 
alcuni servizi inclusi come il gabinetto fotografico e il
laboratorio di restauro, gli 
alloggi previsti per il direttore e per i custodi e
soprattutto dei percorsi pensati in 
modo da consentire itinerari di visita lineari.



Il museo più
vicino ai modelli stranieri 
riguardo a funzioni educative è il Museo della Ceramica di
Faenza
. Esso unisce alla 
visita delle collezioni tradizionali la possibilità di
effettuare dei corsi tenuti da 
specialisti sia italiani che stranieri. La più rilevante
novità connessa alla politica 
propagandistica del regime fascista è la promozione di una
grandiosa politica 
espositiva, realizzata mediante il rafforzamento di
manifestazioni come la Biennale di 
Venezia e la Triennale di Milano, la creazione della
Quadriennale di Roma e la 
realizzazione di grandi esposizioni. Numerose sono anche le
mostre regionali di arte 
popolare soprattutto nel nord Italia.




Se è vero che la considerazione del pubblico come
destinatario di tutta l’attività del 
museo si lega, nell’età fascista, a motivi di propaganda e
di indottrinamento politico, 
risulta altrettanto chiaro che un così forte e chiaro
orientamento verso l’utenza 
emerge proprio in questo periodo per la prima volta in
Italia.

Nonostante la conferenza di Madrid del 1934 sia incentrata
principalmente 
sull’architettura del museo, tra i temi affrontati emerge
anche quello del rapporto con 
il pubblico. Ci si occupa dello studio di soluzioni tecniche
con cui riuscire a limitare 
la “fatica del museo”, a potenziare le funzioni didattiche,
a rendere più amichevole e 
accogliente lo spazio museale prevedendo anche luoghi di
sosta, di ristoro e negozi.

Particolare attenzione è stata data anche alla segnaletica,
sia esterna che interna. 
Quest’ultima con lo scopo di creare percorsi di visita
semplici e fornire buoni 
apparati informativi per la comprensione delle opere
esposte. Nel 1937, circa dieci 
anni dopo la prima conferenza sul ruolo educativo del museo
e tre anni dopo il 
convegno di Madrid, l’OIM progetta un nuovo incontro
internazionale, da tenere nel 
1939, con lo scopo di elaborare un terzo volume dedicato
esclusivamente alle 
tematiche socio-educative.




La preparazione del convegno subisce dapprima un ritardo e
viene posticipata 
all’estate del 1940, successivamente l’obiettivo viene
vanificato dallo scoppio della 
seconda guerra mondiale. Del progetto rimane tuttavia
memoria nel primo convegno 
che viene realizzato nel 1951 a Parigi dai due nuovi
organismi dell’UNESCO e 
dell’ICOM 1, nati rispettivamente dalle ceneri della SDN e
dell’OIM. Altri due 
ulteriori convegni, a Brooklyn nel 1952 e ad Atene nel 1954,
ribadiscono 
ulteriormente l’importanza della didattica museale,
invitando la comunità 
internazionale a destinare risorse umane e materiali
affinché la fruizione del 
patrimonio culturale non resti limitata ad una cerchia
ristretta. Per l’Italia partecipa il 
critico Giulio Carlo Argan che ribadisce le tesi espresse
già in un articolo del 1949 e 
denunciando il ritardo mostrato dai musei rispetto alla loro
funzione educativa.





 














Annalina Grasso

Giornalista, social media manager, blogger, curatrice d’arte, divulgatrice culturale. 

Amo scrivere soprattutto di arte, letteratura e cinema



















































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Claudio Simonetti, I Goblin e la storia della musica dell’orrore in tournée in America

   L’ArteCheMiPiace – Segnalazione Eventi 



Claudio Simonetti, I Goblin e la storia della musica
dell’orrore in tournée in America



di Ilaria Pisciottani |04|Settembre|2023|


Nell’attesa che riparta in tournée con il suo gruppo I
Goblin
, il maestro Claudio Simonetti si sta concedendo in questi giorni un
meritato riposo in attesa del tour americano “Demons“.

Con tranquillità, lentezza e a tratti in silenzio, lo
abbiamo intervistato per ripercorrere con lui un po’ tutta la sua storia
artistica, fino ai suoi bellissimi ed inteminabili nuovi progetti musicali.

Claudio Simonetti, compositore, musicista e produttore
italiano di fama internazionale è noto per il suo stile eclettico, che spazia
dal rock progressivo alla musica elettronica.

Lui stesso, ridendo divertito, si è definito con un solo
aggettivo “multifunzionale” con ancora tanti sogni nei cassetti, a 71
anni deve ancora capire cosa farà da grande, straordinario!

Foto Ilaria Pisciottani



La carriera di Simonetti ebbe inizio negli anni ’70, quando
fondò i Cherry Five, una band italiana di rock progressivo.

Successivamente, il gruppo cambió nome in Goblin, raggiungendo
il successo nel 1975 con la colonna sonora del film horror di Dario Argento,
“Profondo Rosso”.

La musica del film divenne un vero e proprio fenomeno e ebbe
un impatto significativo nella scena musicale italiana ed europea.

Tra i suoi lavori più noti ci sono anche le altre colonne
sonore dei film “Suspiria” (1977) e “Tenebre” (1982).











Foto Ilaria Pisciottani


Le sue opere, negli anni sono state eseguite da alcune delle
più prestigiose orchestre del mondo.

Il gruppo Goblin oggi si compone di 4 talentuosi musicisti:
Daniele Amador (Chitarra), Claudio Simonetti (Tastiere), Cecilia Nappo (Basso),
Federico Maragoni (Batteria)

Simonetti è un artista molto riservato e molte persone
potrebbero non essere a conoscenza di alcuni aspetti meno noti della sua vita e
della sua carriera.



Per esempio molti non sanno che è nato a São Paulo, in
Brasile e che sebbene sia famoso per il suo lavoro con i Goblin, ha anche
collaborato con altri artisti e gruppi musicali, tra cui il mitico Claudio
Cecchetto founder di Radio Dj nonché scopritore di grandi talenti come Rosario
Fiorello e Amadeus.

L’iconica canzone “Gioca Jouer” cantata da
Cecchetto, è proprio una sua “brillante ed intuitiva creazione”,
tradotta in molte lingue fu la sigla del Festival di Sanremo nel 1981.

Simonetti mi ha confessato di averla nel cuore e di essersi
molto molto divertito in quel periodo in cui la canzone diventò un vero e
proprio tormentone.



Foto Ilaria Pisciottani


Ancora oggi è molto cantata e conosciuta un po’ da tutte le
generazioni.

Ha poi composto la colonna sonora per la fortunatissima
serie TV “College” (1989), di Federico Moccia e Lorenzo Castellano
(figli di Castellano e Pipolo)

Ha collaborato con registi quali Sergio Martino, Ruggero
Deodato, Lamberto Bava, Lucio Fulci, Salvatore Samperi.

Con il regista George Romero nel 1978 ha composto con i
Goblin la colonna sonora del film “ZOMBI” uno dei più grandi successi del
cinema horror mondiale.

 


Foto Ilaria Pisciottani


Nel 2021 ha ricevuto insieme a Pino Donaggio il premio
“Nino Rota”.

Simonetti è un artista di grande talento e versatilità, e la
sua musica continua a essere apprezzata da un vasto pubblico.

Sta per partire infatti la sua importante tournée americana
“Demons” che coprirà ben 35 tappe.

I Goblin ogni sera si esibiranno in una città diversa in
importanti teatri.

Ogni notte la band, grazie ad un Tourbus professionale e al
loro strepitoso autista, potranno dormine e nel mentre percorreranno tra i 300
e 400 km, per spostarsi tra una città e l’altra americana.

Tranquilli tutti per l’autista, ci rassicura Claudio che lui
dormirà di giorno mentre loro lavoreranno.


Foto Ilaria Pisciottani


Il maestro Simonetti, parlandoci con entusiasmo del suo
imminente tour e dell’amore che riceve dal suo pubblico in queste occasioni
live, non ha potuto trattenersi dal dire che è molto amareggiato del fatto che
oggi , nonostante la sua indiscussa fama, sia molto più amato all’estero che
nella sua nazione, per motivi culturali.

Questa cosa lo fa molto rammaricare perché, per proporsi
oggi al pubblico italiano bisogna partecipare a dei programmi scadenti e ciò è
inaccettabile, a lui piacerebbe presentare la sua musica in contesti importanti
live come fa in America.

Alla domanda :”lei pensa che ci sia un modo per
eliminare questo mal costume!” lui risponde con un secco “NO”,
argomentando che ormai è un fenomeno fortemente radicato nella nostra società e
non è facile da eliminare così velocemente perché nessuno studia più la grande
musica, i personaggi e gli autori nazionali ed internazionali che hanno fatto
la storia, vedi i Beatles, i Pink Floyd etc…

solo ciò sarebbe d’aiuto secondo lui per ritornare ad essere
meno volgari, sguaiati e poveri di spirito, sarebbe indispensabile ciò per
poter creare del nuovo e continuare ad amare e ricordare chi ha dato molto al
pubblico.

Tra i tanti cita ovviamente d’esempio anche l’amato e
compianto padre Enrico Simonetti, al quale lui dice di dovere tutto per ciò che
ha appreso dalla sua grande professionalità, dal suo talento.

Ancora oggi lui è ricordato da molti come un grande artista,
a cui essere grati per i momenti di leggerezza, quella leggerezza pensata per
donare profondità ad un pubblico pensante, fatto di individui pregni di valori
tra cui il valore della memoria , della qualità, della sobrietà e della
ricercatezza delle emozioni.

Sarebbe importante oggi che i nostri ragazzi conoscessero
questo grande uomo che fu il maestro Enrico Simonetti.

Chissà, magari questa intervista può essere un invito a
proporre più spesso dei programmi a lui dedicati.

Certamente Claudio Simonetti deve il suo talento al padre,
invece la sua genetica così generosa la deve alla madre… ma lui ridendo
divertito, mi lascia immaginare un patto con il Diavolo, magari proprio mentre
componeva “Profondo rosso”.

Con questa sua ultima diabolica affermazione chiudo
l’articolo ringraziandolo di cuore, nell’attesa di intervistarlo ancora al
rientro della sua avventura americana.

 

































































©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 




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