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Arte

Ippolito Caffi e le più belle vedute di Roma

Veduta di Roma dal Pincio - Ippolito Caffi

C’è una costante nella storia dell’arte europea: sono le vedute di Roma. Non solo per il suo passato antico o per la grandiosità dei suoi monumenti, ma per qualcosa di più difficile da definire — una qualità della luce, una stratificazione di epoche, una vita urbana che si svolge in modo naturale tra rovine e chiese barocche.

Le vedute di Roma hanno una storia lunga e affascinante, che attraversa il Settecento del Grand Tour, l’Ottocento neoclassico, romantico e d’impressione e arriva fino ai pittori del primo Novecento (e va anche oltre). Ed è una storia che torna di grande attualità oggi, quando musei e collezioni pubbliche stanno riscoprendo il paesaggio urbano romano come genere artistico degno di attenzione — non solo per nostalgia, ma anche per il valore documentario.

Il Grand Tour e la tradizione della veduta

Nel Settecento, Roma era una tappa obbligata per chiunque volesse dirsi colto. Il Grand Tour — il viaggio attraverso l’Europa che completava l’educazione dei giovani aristocratici e borghesi del Nord — aveva in Roma il suo punto di arrivo naturale. E da Roma si tornava con qualcosa: un ricordo, un souvenir, una veduta.

Il mercato delle vedute romane fiorì proprio in questo contesto. Artisti come Giovanni Battista Piranesi, nel suo caso con le incisioni, trasformarono il genere in qualcosa di monumentale, quasi visionario. Ma accanto ai grandi nomi c’era un’intera schiera di pittori, spesso stranieri, che si stabilivano a Roma per mesi o anni, affascinati dalla possibilità di riprendere la città. Questi dipingevano sia su carta che su tela.

Ci sono sicuramente alcuni soggetti più blasonati e scelti: la basilica di San Pietro in Vaticano, Piazza Navona con le sue fontane, il Foro Romano, Castel Sant’Angelo riflesso nel Tevere, i ruderi del Palatino, Via Appia, il Colosseo, il porto di Ripetta e molto altro ancora. Non erano solo cartoline. Erano il tentativo di fermare qualcosa che sembrava già antico nel momento stesso in cui veniva dipinto.

Tra i tanti stranieri che si innamorarono di Roma ci sono nomi illustri… ciascuno portava con sé però la propria sensibilità.

Acquedotto romano - Giulio Aristide Sartorio
Ippolito Caffi e la Roma romantica

Tra i vedutisti italiani dell’Ottocento, Ippolito Caffi occupa un posto particolare. Nato a Belluno nel 1809, arrivò a Roma giovane e la fece sua. Quello che lo distingue da molti contemporanei è la capacità di cogliere la città non solo nei suoi angoli iconici, ma nell’atmosfera di certi momenti — la notte illuminata dai fuochi d’artificio, il Carnevale in Corso, le feste popolari nei vicoli, la luce azzurrina dell’alba sul Tevere.

Caffi era interessato alla luce, quasi ossessivamente. Le sue vedute notturne — Roma illuminata da fiaccolate, fuochi d’artificio, riflessi sull’acqua — sono tra le cose più belle prodotte nella pittura italiana del suo tempo. C’è qualcosa di moderno nel suo modo di guardare la città e di “fare vedutismo” come scena viva, in movimento.

Come ricorda anche AcquistoArte.it, Ippolito Caffi è oggi considerato uno dei principali vedutisti italiani dell’Ottocento, capace di coniugare la precisione documentaria con una sensibilità cromatica e atmosferica del tutto personale.  Caffi morì nel 1866 nella battaglia navale di Lissa, mentre documentava la guerra come pittore al seguito della marina italiana. Una fine che dice qualcosa del suo carattere: un uomo che guardava il mondo mentre accadeva.

Ville e giardini di Roma

Le vedute di Roma non si esauriscono nei monumenti. C’è un’altra Roma — più silenziosa, meno frequentata dai turisti del Settecento — che è quella delle ville e dei giardini aristocratici. Villa Borghese, Villa Pamphilj, Villa Doria, i giardini sul Gianicolo: spazi dove la natura è stata disegnata dall’uomo ma ha poi preso una sua forma propria, irregolare e maestosa.

Questi luoghi hanno ispirato generazioni di artisti, e continuano a farlo. Il tema del verde urbano romano — dei pini, dei cipressi, delle fontane nascoste tra le siepi — torna con forza nelle collezioni pubbliche cittadine, dove si conservano opere che raccontano una Roma meno epica e più quotidiana.

Questo è stato raccontato dalla mostra Ville e giardini di Roma: una corona di delizie. 190 opere di vario genere che sono state esposte fino allo scorso 12 aprile a Palazzo Braschi che ci raccontavano proprio di questi angoli di Roma artisticamente meno noti.

Piazza del Popolo - Ippolito Caffi (1847)
Le collezioni romane tra Ottocento e Novecento

Il Museo di Roma e il Museo di Villa Torlonia custodiscono oggi alcune delle testimonianze più significative di questa lunga stagione della veduta urbana. Nella collezione permanente del Museo di Roma si trovano opere del XVII, XVIII, XIX e XX secolo. Tra le più recenti, ad esempio, quelle di Giulio Aristide Sartorio, artista dalla doppia anima (anche esponente dei XXV della Campagna Romana) — simbolista e descrittiva — capace di trattare il paesaggio romano con una certa grandiosità. E poi Antonio Donghi, Carlo Socrate, Francesco Trombadori, Domenico Quattrociocchi: nomi legati alla pittura romana del primo Novecento, a quel ritorno all’ordine che in Italia prese forme particolarmente sobrie e controllate.

A Villa Torlonia, la Scuola Romana è il tema centrale, con artisti come Mario Mafai, Scipione, Giuseppe Capogrossi e, ancora, Trombadori, Socrate, ecc… — pittori che guardarono Roma con occhi molto diversi dai vedutisti ottocenteschi. Qui l’attenzione ricade sui luoghi più intimi, malinconici e inconsueti.

Tra le tante opere presenti a Villa Torlonia: anche una veduta di Giorgio De Chirico.

Conclusione

C’è chi dipinge Roma come rovina e chi come teatro della vita, chi la racconta attraverso la luce e chi attraverso l’ombra. Il filo che unisce i vedutisti del Grand Tour ai pittori della Scuola Romana è sempre la stessa domanda di fondo: cosa significa guardare un luogo che sembra possedere già tutto — storia, bellezza, stratificazione — e riuscire ancora a trovare qualcosa di personale da dire?

Evidentemente, qualcosa da dire si trova sempre. Roma, del resto, non ha mai smesso di essere dipinta.

Alvise Ponti

Esperto di arte italiana del XIX e XX secolo, si occupa di analisi del mercato, valutazioni e ricerca storico-artistica, con particolare attenzione alla pittura e alla scultura italiana del Novecento.
 
Cresciuto in una famiglia legata al collezionismo e al mercato dell’arte, si avvicina molto presto al settore frequentando la galleria paterna. Nel corso degli anni approfondisce lo studio dei principali movimenti artistici italiani, dal Liberty e dall’Art Déco fino alle avanguardie storiche e alle correnti del secondo dopoguerra.
 
Assiste collezionisti e proprietari di opere d’arte nella valorizzazione delle collezioni e collabora a progetti di ricerca e divulgazione dedicati all’arte italiana.
 
Ha contribuito ai volumi Giovanni Costantini. Lacrime di guerra di Maurizio Berri e La società «In Arte Libertas». 1886–1903 di Federico De Mattia, entrambi pubblicati da LuoghInteriori.