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LE NATURE VIVE DI ANTONELLO SCHIRRU

  L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’Arte

LE NATURE VIVE   DI ANTONELLO SCHIRRU

LE NATURE VIVE 


DI ANTONELLO SCHIRRU


di Maria Marchese  |18|Marzo|2022|





Il temperamento di Antonello Schirru è intessuto tra le ragioni del calcolo matematico, che è fondamento della professione che svolge, come Supervisore Elettrico Strumentale 6 Liv, e che gli permetterebbe di costruire una centrale nucleare con le proprie mani. 


LE NATURE VIVE   DI ANTONELLO SCHIRRU

Lascia, sin da bambino, il proprio “stigma” , ovunque… ammantando, con la propria fantasia, ogni dove. Giovanissimo, allora, bussa alla porta di una “bottega” : “cresce”, così, nello Studio d‘Arte Equilatero, del Maestro Franco Fabbri, a sua volta allievo di Giorgio Morandi, e di Paolo Calamai, a Prato. 

Alla domanda “Cosa vuoi trasmettere quando crei ? “ Antonello Schirru risponde “L’Arte che trasforma, attraverso il muto pensiero, una parte del creato che già esiste.  “

Guardo, allora, le opere dell’artista sardo e mi domando, in realtà, cosa esista nel creato… 


LE NATURE VIVE   DI ANTONELLO SCHIRRU


 

“Vedere è già di per sé un atto creativo.”


H. E. Matisseh




Il ciglio dell’artista sardo coglie una vita “ultraterrena” , pullulante di figure teriomorfiche, di architetture urbane e naturali, i cui lineamenti sono generati dal sapore della leggenda e del mito… 

L’aspetto grammaticale e sintattico delle composizioni è miniato addentro studiate sinergie compositive, che liberano il profumo di una diluita narrazione: l’olio dei pigmenti colorati intride le visioni e sembra liquefare il procedere delle lancette temporali, che abbandonano il presente reale e si perdono nell’assurda presenza. 


LE NATURE VIVE   DI ANTONELLO SCHIRRU A CURA DI MARIA MARCHESE



Lo spazio assume, invero, riferimenti “cronometrici” ; presenze e distanze sono, infatti, destinate da un preciso disegno esperienziale. 

All’opposto, invece, la pagina espressa, con così tanta diligente sapienza, libera immaginari fantastici. 


LE NATURE VIVE   DI ANTONELLO SCHIRRU A CURA DI MARIA MARCHESE



Antonello Schirru ivi infonde concetti precipui e valori sociali, che sottolineano molteplici aspetti umani; l’autore di Guamaggiore “ruba” , quindi, i più disparati elementi, e li gioca, intelligentemente, in un convivio simbolico. Il pennello sottolinea forme rivisitate in maniera personale, mentre l’intensità cromatica sembra subire la fascinosa voce del sogno. 


LE NATURE VIVE   DI ANTONELLO SCHIRRU A CURA DI MARIA MARCHESE





Essa s’insinua, melliflua, tra le intensità, rarefacendone le pulsazioni. 

Così il “battito” rallenta, elargendo una vigile quiescenza, in cui si giunge a cogliere il messaggio insito nell’opera, calmamente.

Questa patina elargita dalle mani dell’autore raddolcisce, infatti,l’asprezza del dissenso, rende meno pungente l’ironia, mitiga l’amaro della denuncia sociale… così come ovatta il sentimento. 


LE NATURE VIVE   DI ANTONELLO SCHIRRU A CURA DI MARIA MARCHESE



Il pittore ferma, sulla tela, le silenziose impronte dei propri passi, impresse, prima, e raccolte, poi, su un vero suolo alternativo.







Contatti dell’artista 


Facebook Antonello Schirru 
























Maria Marchese su L’ArteCheMiPiace Maria Marchese

Maria Marchese, scrittrice, poetessa e curatrice d’arte, nasce a Como nel 74, dopo la maturità scientifica si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni”, a Milano.

Per oltre 20 anni svolge attività nel settore socio assistenziale.

Dal 2013 affronta da autodidatta il suo percorso di studio nel campo dell’arte, della letteratura e filosofia. Nel 2017 pubblica la sua prima silloge poetica “Le scarpe rosse- Tra tumultuoso mare e placide acque”. Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica.

Collabora con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con il Blog L’ArteCheMiPiace, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services.


www.mariamarchesescrittrice.com


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“IEROSNIA” : L’EROTISMO TRA IRONIA E ARTE

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I EROS NIA 


 L’EROTISMO TRA IRONIA E ARTE




di Maria Marchese  |11|Febbraio|2022|





“Da certi suoni della voce e del riso, da certi gesti, da certe attitudini, da certi sguardi ella esalava, forse involontariamente, un fascino troppo afrodisiaco.“ 


Gabriele d’Annunzio



Gianfranco Prillo disvela l’infinita tela: la lascia libera sicché, tra le naturali trame, appaiano le sue espressioni. 

L’autore policorese coglie quindi i millesimati istanti di quest’ultima: gesti, risa, ammiccamenti, intercalare… 

Ne subisce, indi, la fascinazione, per poi ricercare un personale attimo estatico, tra segno, colore e forma. 


L’artista inizia un intuitivo gioco seduttivo con le verità inespresse, abbracciate tra i sottili intrecci: col ciglio ama le pieghe, e la mano e le setole del pennello, poi, si avvicendano, per figurare la narrazione artistica.

Gianfranco Prillo pronunzia concretamente la parola ἔκ λείπειν”(ek leipein),  tra le pienezze estetiche della composizione: la metafora rappresenta dall’eclissi suggella, infatti, il ricongiungimento tra l’astro solare e la nottivaga luna. 





Separati da un necessario compito, essi si amano in un celato attimo: laddove l’occhio umano non può appropriarsi dell’evidenza, si consuma una poetica e romantica fiamma. 

Il pittore, legato a questo favolato aspetto, alleggerisce la significanza di quegli incontri, intessendoli di squillanti, e, a tratti, eccessive, note tonali, di fattezze proteste al limite della realtà fumettistica, perché possano parlare, con levità, del suolo amoroso e erotico, allontanando, però, la grevità del giudizio. La veridicità del pigmento acrilico ne testimonia l’immediatezza. 

I protagonisti appaiono come vivaci presenze, attori veri, i cuilineamenti distorcono ironicamente l’aspetto della quotidianità di un palcoscenico umano troppo spesso offeso dal qualunquismo. 





Gianfranco Prillo li assolve dalla schiavitù della perfezione e del socialmente accettabile, per evocare una re-ligo familiare e altresì fiabesca, che nasce da un inconscio bambino. 

Le opere si manifestano come arlecchine storie, in cui l’incoscienza adolescenziale e altresì la profondità del pensiero adulto si fondono, sublimate nello spazio alternativo di una moderna “Sherazade”  : una “vicenda” si distingue dall’altra, pregna di fantasia e intuizione, regalando una salvifica via di fuga rispetto alla banalità. 





“Ella era l’idolo che seduceva in lui tutte le volontà del cuore, rompeva in lui tutte le forze dell’intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell’anima chiuse ad ogni altro amore, ad ogni altro dolore, ad ogni altro sogno, per sempre, per sempre… “

Gianfranco Prillo ritaglia, dal lungo tessuto esperienziale e materico, quei particolari episodi, che rappresentano un voltafaccia alle acredini e alle asprezze, arrivando a preservareuna spontaneità indispensabile: lo fa in maniera scanzonata, peculiare e vincente. 







Contatti dell’artista 


Facebook Gianfranco Prillo

Instagram gianfrancoprillo
























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DIRETTA… MENTE: DALLA VISIONE ALLA TELA IN UN ISTANTE – SANDRA MENOIA

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DIRETTA… MENTE: DALLA VISIONE ALLA TELA IN UN ISTANTE


SANDRA MENOIA

di Maria Marchese  |17|Gennaio|2022|




“In fretta, come se qualcosa l’avesse richiamata là, si volse verso il cavalletto. Eccolo ‐ il suo quadro. Sì, con tutti i verdi e gli azzurri, le linee verticali e diagonali… guardò la tela; era una macchia confusa. Con improvvisa intensità, come se per un istante lo vedesse con chiarezza, tracciò una linea al centro. Era finito; era completo. Sì, pensò, posando il pennello con estrema fatica, ho avuto la mia visione.


VIRGINIA WOOLF



Ha fame, Sandra Menoia: vuole nutrirsi di vita, di vive e concrete visioni… 

Sandra Menoia si laurea in lettere moderne e si dedica, poi, tra le altre cose, al giornalismo; risolve, quindi, la propria personalità, esprimendola attraverso forme di comunicazione attuali e efficaci. 

Le combinazioni alfabetiche e il nero verso della carta patinata limitano, invero, irrequietezza e curiosità: “colori” del suo temperamento, questi, che gemmano allora sulle tele. 

La “frattura del seme” è sottile e fragorosa: in un attimo, pensieri subitanei necessitano di giungere ad un’assurda pienezza e, prepotenti, sfondano la soglia, che separa l’inespresso dal vero. 

Così, l’autrice veneta, avvinta da questa forza necessaria, la riversa sul supporto materico; quell’energia passa attraverso un lavacro intimo e senza filtro alcuno, traducendosi, dapprima, in azione, che, quasi simultaneamente, ruba l’ “ in sensatezza” al pigmento tonale. 




Sandra Menoia “aggredisce” il suolo materico quindi, liberandovi un fondamentale e prepotente desiderio: mano, pennello, spatola… scelgono, intuitivamente, polvere, toni…

L’autrice torna ad uno stato, e mentale e umano, indomo, laddove contaminarsi con “l’alfabeto” artistico/formale è piacere e appartenenza primigeni.

Il movimento e le sue volizioni sono incontenibili catalizzatori, per la rivelazione artistica: il gesto fisico diventa incipit dell’opera. 






Una volta che esso si impossessa del senso dei toni e degli strumenti, muta in spazi aperti o interstizi, geometria o verso brado, sincronicità o diacronica espressione, io oppure l’universo… 

La gestazione è veloce e incurante del risultato, poiché in quella breve e feconda attesa sono custoditi dinamismi spaziali segnico/cromatici, che si manifestano in nuovi equilibri di una rivisitata bellezza. 

Le opere sono inattesi disvelamenti, sconosciute epifanie, il cui nome viene celebrato unicamente dopo l’accadimento. 



 



“Spalanchiamo la figura e chiudiamo in essa l’ambiente [:] che il marciapiede può salire sulla vostra tavola e che […] la vostra lampada allaccia la sua ragnatela di raggi di gesso.“


Umberto Boccioni



Sandra Menoia frange ogni finitezza: nelle sue apparizioni artistiche, allora, tutto accade. 

Le opere avvincono l’osservatore nella verità di una scelta inesplicabile, nella sfera della ragione: essa trova, invero, una spiegazione in una stagione di mezzo, sospesa tra occhi e emozione. 

L’autrice veneta sarà presente, con 2 opere, alla collettiva “FRAMMENTI DELL’IO”, a cura di Valeriano Venneri e Maria Marchese, che verrà inaugurata, il 27 Gennaio 2022, presso “QUO IMMOBILIARIA”, nella città di Alicante, in Spagna. 

Altre due opere dell’artista faranno parte del progetto “NEBULAE”, promosso da “SV – SPAZIO ARTISTICO SAN VIDAL” e dal curatore Christian Palazzo. 








Contatti dell’artista 


Sito Web Sandra Menoia 

























 Maria Marchese

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STATI ESISTENZIALI IN RERUM NATURA: BIANCA BEGHIN POETA LEVITÀ E ASPREZZE UMANE IN REBUS NATURALIBUS

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STATI ESISTENZIALI IN RERUM NATURA: BIANCA BEGHIN POETA LEVITÀ E ASPREZZE UMANE IN REBUS NATURALIBUS




di Maria Marchese  |27|Dicembre|2021|





Se ci si fermasse ad ascoltare il lavoro delle radici, chi riuscirebbe a dormire?


Fabrizio Caramagna



Bianca Beghin attinge la levità di un calmo verso esistenziale, che attraversa le trame conoscitive in punta di piedi, per amare uno spazio esperienziale artistico, che nasce da un ascolto profondo e altresì lo necessita. 

Ivi l’autrice veneta vive intensamente l’autenticità di un’esperienza umana vera e spontanea: ama e corteggia allora il disvelamento dei dettagli e delle circostanze, che accadono in natura, ammantandosene come preziosa veste, per liberale poi su un concreto suolo artistico. 

In questo intimo spazio, ella percepisce l’intenso lavoro, compiutodalle radici, durante l’atto della crescita e altresì l’anelito della gemma, che ammicca dalle rese di una lignea fascina, pronta per essere arsa… 

E ancora coglie lo “sfoglío” tra petali, che si carezzano e solleticano, oppure il fragore della frattura di un legnoso stelo, causata dal bailamme di una tempesta e, ancora, il fragoroso impeto degli umori acquei, che si abbattono contro il fermo, frastagliato sasso. 

Sin da bambina, Bianca Beghin viene rapita e dalla sinestesiadella verità artistica e da quella legata alla Natura: il suo temperamento si flette allora, come corda di violino, al contatto con le verità sensibili e altresì con quelle ineffabili, che nasco in seno alle alchimie di entrambe. 




Lejos un trino.                      Lontano un trillo 

El ruiseñor no sabe.             L’usignolo non sa 

Que te consuela.                  Che ti consola 

 

Borges 



Bianca Beghin riesce a cogliere lo spontaneo canto della sottilecreatura e a vivificarlo addentro le proprie opere. 

Dapprima sorrade la garza, sposandole la rudezza del terreo suolo, poi vi libera connubi segnico/ cromatici, ove è possibile vivere la quiete del prezioso e Maestro canto, della sottile creatura. 

Nascono allora composizioni pittoriche, che esprimono metafore riflessive profonde: sollevati indi, dall’aggraziata mano della pittrice, dal gravame quotidiano, i primievi protagonisti, siano essi odorosi ritagli floreali, resinose rudezze, verdi fili, inquiete inde… esperiscono se stessi, divenendo genera mater di evoluzioni estetiche introspettive. 


Bianca Beghin possiede l’innata capacità di individuare diastemi cromatici coi quali comunica, in maniera mirabile, i motti di anima e mente. 




 

Es un imperio                        È un impero 

Esa luz que se apaga            quella luce che muore 

O una luciérnaga?                 O una lucciola? 

 

  J. L. Borges 



L’autrice riesce ad annichilare, attraverso una peculiare e intuitiva crasi tra tratto, pigmento cromatico e materia, la distanza tra l’impero e la lucciola, narrate da Borges, nella brevità di questo haiku.





















 Maria Marchese

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MANUEL DE MARCO “EKSISTEMI… ALLA RICERCA DELL’IO MONADICO, TRA POLVERE, ASFALTO E CIELO”

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“EKSISTEMI… ALLA RICERCA DELL’IO MONADICO, TRA POLVERE,ASFALTO E CIELO”


 MANUEL DE MARCO


di Maria Marchese  |13|Dicembre|2021|





Manuel De Marco si allontana dal cicaleggio, “pronunziato”  spessamente dall’individuo, la cui sintesi si manifesta unicamente come vuoto involto.

“Ekistemi… “ (esco da  me) sembra pronunziare il suo labbro, umano e artistico, mentre sorrade nuove terre esperienziali, per addivenire al ricongiungimento col Sé.










L’artista udinese affronta, col nudo piede, la “polverosa terra e altresì il sasso urbano” , la condizione, quindi, legata alla natura e quella legata alla società, addentro un’inusuale, concreta “in coscienza” , la cui fondatezza è radicata alla ricerca, che ha genesi dal senso vero per addivenire al vero senso.

Egli allora, attraverso l’estasi, muta in temporanea e frugale coronide, tra i due stati: affronta, dapprima, le verità, insite nello spazio interstiziale sospeso addentro quel gioco di parole.




“La libertà” di quest’ultimo coinvolge un’ulteriore comprensione delle sfumature, coesistenti nella parola senso: essa è affine e alla veste fisica e a quella concettuale.

Manuel De Marco approda quindi a manifestazioni artistiche primieve e mutevoli, come il procedere delle nuvole.

L’autore infatti dirime se stesso, assolvendo dubbi e stati conoscitivi, mentre coniuga le proprie appendici al corpo sensibile e al colore: vivifica così, sui supporti, dinamismi spontanei e decisi, che involvono la significanza dei passi di ogni propria esperienza riflessiva.

Il gesto indi matura in seno all’Io per sorradere e personificare direttamente la materia: veli cartacei, lignei suoli… ivi si immedesima e si anima poi, ancora, in rudezze materiche, in espressioni segnico/cromatiche diverse, con le quali l’autore decritta questo profondo e intimo cammino personale.

L’avvicendarsi di valori pieni e silenzi suggella il sodalizio dell’artista con lo spazio e rappresenta una necessaria componente del proprio alfabeto, per concretare le pagine di questo diario.

Manuel De Marco predilige, allo stesso modo, aprire al pubblico un vero sipario su spaccati preformatici, in cui si esperisce direttamente.







La trasposizione del profondo sguardo, che l’artista rivolge a se stesso e al di fuori di sé, appare come cifra estetica, che lascia un’intensa traccia.

Da coronide, dolce accento, che scandisce le proprie orme sull’essenza della trasformazione, il necessario traguardo è coronare questa maturazione col superamento della parte, che esprime la restrizione e immedesimarsi in quella che è interezza e assoluto.

 

 

 


Sito Web Manuel De Marco














 

Maria Marchese


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FRANCO FARINA AMA DETRITI APOLIDI NELL’ETEROGLOSSIA DI UNA NUOVA POLIS

 L’ArteCheMiPiace – Divagazioni sull’Arte

di Maria Marchese  |06|Dicembre|2021|




FRANCO FARINA 


AMA DETRITI APOLIDI NELL’ETEROGLOSSIA DI UNA NUOVA POLIS

 



Tra le trame tessutali di una diaspora dei termini preceduti dal prefisso a, s’insinua la fondatezza dell’invisibilità, elevando un pensiero unanime che acceca il ciglio, la mente e l’anima. 

La lettera che costituisce un principio è altresì colei che sancisce il vuoto: essa involve la possanza di spogliare da nomi, dalla facoltà di agire, da un luogo di appartenenza… 

„Chi comanda al racconto non è la voce: è l’orecchio.”

Italo Calvino, libro Le città




 

Franco Farina, da sempre, raccoglie i silenziosi gemiti di quell’afona dispersione, e nell’essere umano e nella materia, predisponendosi ad un attento ascolto: giunge le mani a coppa per comprendere quel lacrimoso pianto. 

Gocciano quei detriti apolidi un liquido e carsico scorrere, la cui mestizia, dovuta all’abbandono, alla resa, alla non conformità rispetto ai criteri del socialmente accettabile li condurrebbe a sfociare 

ad un inevitabile realtà, legata alla verità della fine. 

L’autore ostunese non ne perde nemmeno un muto suono, amandoli, dapprima, attraverso un “cum passionevole”  sguardo. 




Ne carezza, via via, la ferita essenza. Calcando molteplicisuperfici, fisiche e non, centellina intanto condizioni difformi, leggendone la vita da inusuali e acute prospettive. 

La sua esperienza allora si arricchisce dell’energia del suolo, del sottosuolo, della mente, dei sensi e della conoscenza, della coscienza e della sacralità di un profano pensiero… 

Decide poi un giorno di animare tutto ciò. 

Quelle palme, che hanno esperito da sempre la perizia del restauro, s’impegnano allora nella creazione dell’architettura di un linguaggio eteroglossa, che si eleva come forte voce di una nuova polis. 

Sorrade quindi importanti supporti materici con intensi diastemi cromatici, che involvono e risolvono il sintagma terra/uomo/cielo, colto addentro le significanze più peculiari e intime; l’atmosfera si carica allora di levità, asprezze e presenza. 


 

Franco Farina ingaggia indi un tormentato gioco ammaliatore con i dettagli, assolti dal rifiuto, e altresì con la personalità dei dimenticati: esso rimane sospeso dentro il suo vivace e dissidente io sinché il suo estro non coglie l’incipit. 

Allora l’autore, preservando la radice natìa degli elementi, ritaglia, martella, fora, arriccia… allunando frasi lignee e metalliche plastiche, che costituiranno la phisikà della nuova polis.

La morfologia di questo rinato dialogo viene sprigionata dalla pienezza di queste frugali forme, dai dinamismi che l’artista vi infonde, attraverso una comunicazione visivo/esperienziale fatta di “graffi esistenziali”  veri. 

L’inedita città di Franco Farina è costituita da “precaria” , ossia preghiere, richieste di ascolto che il capace autore ha saputo elevare, ricongiungendo gli ultimi alla dignità di una dimora e di un pater. 

Nel contesto della personale “SCARTI”, a cura di Elisabetta Sbiroli, tenutasi presso il Centro di Racconta Rifiuti di S. Crispiano, dal 8 al 28 Ottobre 2021, l’artista si spinge oltre: ama tra le pareti, infatti, un percorso sconvolgente, che crea un’interazione col personale e coi visitatori, donando loro il geniale concretamento del senso del cambiamento di prospettiva. 

Valorizzando lo scorrere del tempo, sottolineando la diversa percezione, che può maturare sposando le opere a posizioni inconsuete, ammantandolo con la veste sonora appropriata libera infatti l’insegnamento di un occhio e di una mente che può superare la limitatezza e la mediocrità. 

Franco Farina inizia anni addietro un partita a carte con l’ingiustizia e, quest’oggi, vince con lo “scarto giusto”.




 

“LA DISCOBOLA” FRANCO FARINA 

a cura di Maria Marchese 




“LA DISCOBOLA” FRANCO”

a cura di Maria Marchese 


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“UN MINUTO CON… FRANCO FARINA”

a cura di Maria Marchese 










 Maria Marchese

Maria Marchese, scrittrice, poetessa e curatrice d’arte, nasce a Como nel 74, dopo la maturità scientifica si iscrive all’istituto internazionale di Moda&Design “Marangoni”, a Milano.

Per oltre 20 anni svolge attività nel settore socio assistenziale.

Dal 2013 affronta da autodidatta il suo percorso di studio nel campo dell’arte, della letteratura e filosofia. Nel 2017 pubblica la sua prima silloge poetica “Le scarpe rosse- Tra tumultuoso mare e placide acque”. Da lì a breve esperisce se stessa nella critica artistica.

Collabora con il blog culturale dell’università Insubria, con lo storico dell’arte Valeriano Venneri, con Exit Urban Magazine e Art&Investments, con il Blog L’ArteCheMiPiace, con l’associazione culturale Nuovo Rinascimento, con la Galleria “Il Rivellino” a Ferrara, con Divulgarti a Genova, con Art Global a Roma, con AArtChannel di Ferrara, con Alessandra Korfias, coordinatrice ponte culturale Italia/Giappone e responsabile di Arti Services.


www.mariamarchesescrittrice.com


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SILVER PLACHESI VENDE L’ABBECEDARIO… PER REDIGERE L’ARCHITETTURA DI UNA NUOVA FAVOLA

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SILVER PLACHESI VENDE L’ABBECEDARIO… PER REDIGERE L’ARCHITETTURA DI UNA NUOVA FAVOLA

di Maria Marchese  |28|Novembre|2021|

Silver Plachesi abbandona “abbecedario e abaco” , ogni giorno, per addentrarsi in un’immaginifica e privilegiata terra uterina: innanzi alla soglia depone indi la rigidità dell’insegnamento per risolvere se stesso nello spazio in cui il risultato, il completamento dell’opera, coincide con un guizzo di meraviglia. 

Questo diastema personale diventa custode di ogni dettaglio, che l’intuizione ha depositato tra le mani dell’autore: il suo sguardo individua, infatti, la forza intrinseca di un elemento, che diviene allora una potenziale e fondamentale tarsia per redigere un’inedita pagina scultorea. 


L’artista, invero, particolarmente legato alla vicenda, che narra la permanenza di Pinocchio nel ventre della balena, coglie nella figura del ligneo bimbo la viva scintilla di un’odorosa fanciullezza. 

Egli trasla quindi se stesso addentro questo materno involto, il cui liquido amniotico è pregno di quei profumi bambini: essi divengono il motore perché il suo ingegno possa ingaggiare un sottile e spontaneo gioco di seduzione tra la sua verde personalità e i detriti, che ivi giungono, dopo l’abbandono da parte dell’essere umano. 


Silver Plachesi ritrova, mentre calca il suolo del viaggio di scoperta, ogni “lettera” e ogni dettaglio, individuato in maniera spontanea dal proprio ciglio, appropriandosene come se fossero tessere, arcani e infinitesimali quid sensibili di una futura e ignota unione plastica: li porta allora con sé per figgerli, al pari di semi, nella fecondità della propria esperienza fantastica. 

“Gemmeranno? “ 

Nella sorprendente latebra di Silver Plachesi ciò può accadere… 

L’artista bergamasco si rifugia in un rapinoso stato creativo, cogliendo dal proprio estro, d’emblee, e l’impulso e l’indizio materiale per intraprendere la realizzazione della pienezza fisica del proprio momento di stupore.


Dall’incipit, l’autore concilia, via via, nuovi contributi concreti: li decontestualizza dalla loro precedente vita e dalla tristezza legata al rifiuto, alla rassegnazione, al senso della resa e della fine per lusingarli e amarli nel contesto di una corporeità magica. 


L’atto sorprendente è costituito da molteplici fattori: le mani dell’artista ritagliano, vivificano, cuciono con ferrei fili e perni, con precisione sartoriale, tinteggiano la veste, ammantandola coi colori del sogno.

Da posate, lamiere, tasti della macchina da scrivere, vecchi campanelli, fanali di biciclette…appaiono allora amabili zampette, occhi enormi, longilinei colli, impalpabili ali, proboscidi… 


E ancora l’artista interviene poi per infondervi la verità degli equilibri e dei dinamismi. 

Quegli istanti artistici appaiono come mirifiche e verosimili forme, che coinvolgono l’universo animale…

Intraprendendo un viaggio, come Ulisse, quello che si corre il rischio che accada è che “… si possa arrivare… ! “

Quando lo sbalordimento delizia quindi l’animo di questo fiabesco “Pinocchio”, l’opera è pronta per prendere il volo. 

Contatti dell’artista 

Email silver.pachesi@gmail.com

Facebook Silver Pachesi








 Maria Marchese

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“MYTHOS” : NARRAZIONE DIACRONICA SUL SENSO DI UNA BELLEZZA ATEMPORALE – SAVERIO MININNI

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“MYTHOS” : NARRAZIONE DIACRONICA SUL SENSO DI UNA BELLEZZA ATEMPORALE – SAVERIO MININNI 

di Maria Marchese  |25|Novembre|2021|

 

 

“Maestà della quercia 

noncurante 

dei fiori!” 

 

Sin dall’antichità,  “καλός” e “κἀγαθός” hanno allignato il proprio senso, come rigogliose radici, in una terra esperienziale odorosa di pregnanze estetico/visive e altresì etiche. Fecondano in tal modo l’origine e lo sviluppo di una maestosa e profonda significanza del concetto di bellezza: come la  quercia, poetata da Basho, essa è divenuta via via pantheon di valori umani, che coinvolgono una possanza lungimirante. 

Ai piedi di quest’ultima, sono gemmate poi svariate sperimentazioni e conoscenze, dal punto di vista visivo e concettuale, che si sono perdute, come vani fiori, tra i detriti della pochezza e della mediocrità. 

Quali dita toccheranno 

In futuro 

Quei fiori rossi? 

Basho 

 

Saverio Mininni affonda ora le proprie mani nella rada della Kalokagathìa, ciò che è bello e buono, e altresì addentro la fondatezza della sacralità del rito per gemmare inedite, mirabili e imporporate infiorescenze, da affidare ad uno spazio futuro assoluto. 

“Un’opera d’arte vive per il proprio tempo, una grande opera vive per il futuro” 

Questo è l’incipit, adottato dall’artista di Altamura, che permea le pareti del proprio penetrale artistico: ivi l’autore dirime la propria personalità, liberando, sui supporti, il concretamento di peculiari diastemi figurativi. 

Indova in questi ultimi la sceltezza di un’instancabile ricerca personale, perché bacino l’oggi come vittoriose testimonianze di viva bellezza e possano indi divenire punti fermi per l’avvenire. 

 

Saverio Mininni raccoglie, col palmo, l’oscura e frantumata terra vulcanica Pugliese, rubandola ad un’immaginaria clessidra: la centellina dapprima tra le palme per carezzarne il carattere fuggevole, viverla appieno e farla propria. 

Coglie allora il “tempus fugit” ,dalla nera sabbia, annichilendone la precarietà; tra le millesimate trame rimane unicamente lo spessore dei contenuti, che l’autore rispettosamente ama, mesciandoli poi con smalti acquei e inchiostro di china. 

Sala quell’amalgama per sorraderla sulla tela e, così, preservarne le fattezze materiche. 

Decide indi di scrivere inedite pagine, la cui cifra stilista risulta altisonante. 

 

Esse nascono su esperienze cromatiche intense e vivide: l’autore realizza la nota tonale di fondo, cogliendola addentro un attuale e metafisico pentagramma. 

 

Se il bastone d’inchiostro è uno dei quattro tesori del letterato, con il pennello, la carta di riso e la pietra da inchiostro, utensili tradizionali della calligrafia e della pittura cinese, coreana e giapponese, Saverio Mininni vivifica una sfera che avvolge molteplici tradizioni. 

 

Un letterato moderno, Saverio Mininni… egli nutre, attraverso le setole del proprio pennello, l’addivenire di soggetti mitoligici, elevati ad una mirabile pienezza plastica, che prende corpo, paradossalmente, come levità statutaria. L’artista, infatti, rilegge con un ciglio moderno i soggetti, assolvendoli dal gravame della materia. 

 

Alluna così le forme, lumeggiandovi albe che sorradono la terra del sogno reale. 

Artista pluriconisciuto nel panorama artistico internazionale, Saverio Mininni si distingue come finalista al “Premio Internazionale Sgarbi”, nel contesto di Expoarte Ferrara 2021. 

 

Contatti dell’artista 

Sito Web www.saveriomininniart.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Maria Marchese
 

 

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LA SETOSA VIA DELLA LEGGEREZZA: MARIBEL DE ALBA FERNÁNDEZ E I SUOI ORIENTALI VERSI

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LA SETOSA VIA DELLA LEGGEREZZA: 

MARIBEL DE ALBA FERNÁNDEZ 

E I SUOI ORIENTALI VERSI




di Maria Marchese  |16|Novembre|2021|


“La bella luna 

Lasciata dal ladro 

Alla finestra” 


Daigu Riokan


Una leggendaria voce narra che una principessa cinese nascose, tra i capelli, alcune uova del baco da seta perché incapace di rinunziare alle sericee vesti…

Come nell’aiku di Riokan, queste favolate origini depositano il senso di una setosa luna sulla soglia di una finestra, sospesa tra la narrazione storica e un poetato spazio: la delicata e lesta mano, che si appropriò del prezioso e vivo involto, ivi la posa, corteggiando un dolce immaginario…

Il pregevole tessuto e la sua storia scivolano, in realtà, tra “mani” policrome e diverse: gradatamente le carezzano, originando fondamentali cambiamenti.






















Ammaliata dalla Via della Seta, Maribel De Alba Fernández fascina oggi una levantina stagione: depone indi col proprio pennello morbidi e leggiadri versi figurati, che, sposando naturali terre, raccontano il diastema umano che sorge a Est e si ricongiunge a Occidente.

L’animo e il palmo dell’autrice di Siviglia provengono da esperienze poliglotte: l’ “alfabeto figurato” da quest’ultima riserva allora al ciglio dinamismi artistici radicati all’io primo universale.

Le setole della sua “penna” frangono, infatti, l’identità fisica del tratto e del colore per involvere la sensatezza del grato pensiero, della riflessione, dell’appartenenza all’assoluto… il gesto che appare si contraddistingue per grazia e levità. 


“Nessuno 

È straniero 

Sotto gli alberi di ciliegio” 


Issa




L’artista lumeggia indi odi sensibili, che omaggiano il legame tra la sua terra natìa e la tradizione giapponese: i volti e le vesti si sovrappongono e confondono per celebrare la parte nobile dell’essenza femminile. 

La pittrice ne alligna il vibratile spirito tra le profondità meditative dell’abisso, i purpurei marossi della passione, che digradano in una rosea e delicata energia, indovandone poi l’appartenenza alla Natura, mater genera.


Veli cartacei di riso e cotone e altresì trame tessutali quindi accolgono quest’esperienza, legata al femminino e al fiore, cifra identificativa di Maribel De Alba Fernández.

L’artista è invero stata indicata come iniziatrice del Nuovo Florecimiento: lo sbòccio della veste floreale appare come un mirifico addivenire dell’unicità dell’individuo.















“Torno a vederli

Ed i fiori di ciliegio 

Nella sera don già frutti”


Buson

Le ” laiasons”  , che la pittrice ama sui supporti, divengono la genesi di illimitate e cangianti possibilità: esse esprimono la veridicità di una cosmopolita essenza apolide… ovunque e in nessun luogo, il nulla e il tutto vi si fondono, radicandola alla mutevolezza e all’evoluzione. Sakura è il bocciolo di ciliegio e l’animo dei giapponesi è Sakura: capaci di isolarsi, per un attimo di poesia e di commemorazione della bellezza.

Maria Isabela De Alba Fernández valorizza per un ennesima volta l’estatica devozione da rivolgere alla poesia e alla bellezza.

Contatti dell’artista

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χρωμία ETEROGLOSSA: IL COLORE TRADUCE UN LINGUAGGIO DIVERSO – SIMONE PANNINI

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χρωμία ETEROGLOSSA: IL COLORE TRADUCE UN LINGUAGGIO DIVERSO – SIMONE PANNINI


di Maria Marchese  |09|Novembre|2021|


Steli di Iris 

       si  aggrovigliano ai miei piedi 

               come lacci di sandali” 

                              (Basho) 


Simone Pannini afferra lembi di apici cromatici, colti addentro abissi pulsionali vivi, ammannendoli poi sulla terra del senso. 

Sulla “tavol a ozza”  dell’autore, l’Iris da Basho poetato è saporoso di saggezza, candore, passione, riflessione… 

L’artista fiorentino nutre quindi il proprio sandalo di quei setosi gusti, predisponendo il proprio cammino e altresì quello dell’osservatore verso un mirifico spazio soprasensoriale. 


 

 Man mano che egli calca quell’esperienza, sazia le proprie opere…

 

 I sensi ivi si ricongiungono alla ratio e al phatos, evolvendo in una

 

χρωμία (cromìa) ploliglotta, eloquente del ritorno all’archè. 





                                              “Il profumo dell’orchidea 

      penetra come incenso 

  le ali di una farfalla” 

                            (Basho) 






Il principio coinvolge allora la complessità e l’interezza dell’individuo universale: accade, indi, che l’apparentemente consueto e concreto vengano permeati dallo straordinario. 


Simone Pannini condivide queste conoscenze 

alternative attraverso l’avverarsi della 

“guarigione d’autore” : il pigmento tonale si 

liquefà o indurisce, il segno si ritrova oppure 

perde, il pennello graffia o carezza… 

guidato da una mano, che ha raccolto 

le radici dalle profondità del superno 

per medicare grevità e asprezze dell’anima. 

Colorate epifanie si rivelano nella loro 

sperimentazione attuativa, addivenendo 

il ricettacolo estetico di forze

 intuitive ancestrali assolute. 






Il loro disvelamento accade sul grembo materico, testimoniando la crescita umana e artistica dell’autore. 




L’artista sceglie, in questo particolare periodo, il valore elissoidale, nella propria veste di quesito: il punto interrogativo e altresì la significanza del termine ellissi nella linguistica (“omissione” , derivato del verbo ἐλλείπω, ellèipo, “io ometto”) aprono infatti la rada del celato arcano; entrambi accolgono un adombrato spazio da lumeggiare, che fascina l’uomo verso la realizzazione del sé, liberato nella sfera della veridicità e dell’evoluzione.



 

L’artista fiorentino quindi si dirime e gemma 

attraverso brevi dubbi, che trovano risposta,

 concretando così la sua risolutezza personale. 








Il pittore, che risiede a Vinci, esperisce altresì un femmineo involto mirabile: esso nasce da un’alchemica compenetrazione di diverse levità, ammantate da fragraze tonali che lo odorano di fascinosa e atemporale essenza. 



Mostratemi un uomo sano di mente e lo curerò per voi 

(Carl Gustav Jung) 



Il delirio, inteso come ragionevole solco dal quale 

evadere, rappresenta per Simone Pannini la salvifica 

cura per ricongiungersi al proprio 

inconsuntile abito assoluto. 





Simone Pannini su Instagram









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