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L’Arte di Una Terra Riflessa nei Volti e nei Colori della Sardegna – Vanni Rocca

 L’ArteCheMiPiace – Interviste









L’Arte di Una Terra Riflessa nei Volti e nei Colori della Sardegna


Vanni Rocca








di Giuseppina Irene Groccia |18|Gennaio|2025|




Un vero artista si distingue per la capacità di trasformare un’idea in una visione estetica, costruendo un linguaggio formale che sia espressione autentica e riconoscibile del proprio percorso creativo. Non è solo la tecnica a definire l’arte, ma la coerenza con cui un progetto interiore prende forma nell’opera, rendendola unica e capace di dialogare con l’osservatore. Senza questa sintesi tra pensiero e forma, l’arte rischierebbe di ridursi a mera abilità esecutiva, priva di quell’identità che trasforma il gesto tecnico in espressione autentica e universale.


In questo senso, l’opera di Vanni Rocca incarna pienamente la visione di un artista autentico, capace di fondere tecnica e spirito in un progetto estetico coerente e personale. La sua pittura, nata quasi per caso ma alimentata da una dedizione assoluta, racconta con straordinaria intensità la Sardegna, terra che è al contempo musa e radice di un’espressione artistica che va oltre il semplice legame regionale.


Nella sua recente fase di ricerca e sperimentazione, Vanni Rocca si concentra sulla rappresentazione degli abiti tradizionali sardi, esplorando il potenziale narrativo ed emotivo dei volti femminili. Le sue protagoniste, delineate con grande abilità tecnica, incarnano una presenza magnetica e affascinante: i loro occhi, densi di significato, raccontano storie di forza e resilienza, mentre i dettagli degli abiti diventano custodi di un’eredità culturale che l’artista restituisce con sentita sensibilità.


La pittura di Vanni Rocca non deriva da lunghi e articolati percorsi di ricerca, ma è piuttosto l’espressione di un istinto pittorico innato, capace di generare una narrativa visiva intensa ed esaltante. La sua arte si distingue per l’uso di valori cromatici che ricordano le terre e i minerali tipici della sua regione, densi di un lirismo autentico, che conferiscono alle sue opere una qualità poetica singolare.


Avvalendosi unicamente della tecnica ad olio, Vanni Rocca trasforma le sue tele in un viaggio evocativo, dove passato e presente si intrecciano in perfetta armonia.

Nei volti che animano le sue tele si riflette il profondo legame con le radici della sua terra, un filo conduttore che si snoda tra l’essenza del ricordo e la potenza evocativa della sua visione pittorica nel contemporaneo.


A seguire, l’intervista ci offrirà una prospettiva ancora più diretta sul suo processo creativo, svelando le radici e le motivazioni che alimentano questa sua mirabile ricerca artistica.




Qual è stato il tuo percorso verso l’arte? C’è stato un momento particolare o un’esperienza che ti ha avvicinato a questo mondo?

Sicuramente la mia storia è la dimostrazione di come il potere dell’arte può trasformare una vita, in un solo momento.
Il mio percorso è iniziato in modo imprevedibile, quasi casuale. C’è un momento ben preciso che coincide esattamente con quel classico “regalo sbagliato” che tutti nella vita prima o poi riceviamo. Sabrina, mia moglie, per Natale mi regalò un set di colori. Non era esattamente ciò che mi serviva, o almeno così pensavo allora, ma quel gesto inaspettato divenne il punto di svolta. In quei colori c’era qualcosa di più di un semplice dono, c’era un invito, una possibilità aperta su un mondo per me sconosciuto, mai considerato.
E così, da quel piccolo gesto, è nata una passione travolgente. Quel regalo rimase riposto per vario tempo finché una sera, non avendo altro da fare, decisi di provare e mi diedi un’opportunità. Da quel momento dipingere è diventato indispensabile, un modo per raccontare una parte del mio mondo, per entrare in connessione con parti di me che non conoscevo. L’arte nella mia vita è arrivata tardi, ma lo ha fatto in modo dirompente.



Hai intrapreso un percorso da autodidatta non da giovanissimo. Questo ti ha presentato delle difficoltà, oppure ha arricchito la tua esperienza artistica in modi inaspettati?

Sono del parere che entrambi i percorsi di studi, sia quello accademico che quello da autodidatta, presentino per loro natura aspetti positivi e aspetti negativi.
Essere un autodidatta significa camminare su un sentiero che devi tracciare da solo, con le tue stesse mani, con la tua idea di arte e con la tua anima. Non è un cammino facile, ma è straordinariamente autentico. Quando ho iniziato, ero consapevole del fatto che non avrei avuto nessuno accanto a mostrarmi la strada, nessuna guida che mi dicesse dove mettere i piedi per evitare di inciampare. Ma ho imparato che, proprio in quell’assenza, c’era una libertà che mi ha permesso di ascoltare la voce del “maestro interiore”.
Le difficoltà non sono mancate: ogni errore è stato mio, ogni inciampo è stato un peso da affrontare da solo. Ma ogni vittoria, anche piccola, è stata mia, ed è stata straordinariamente liberatoria. L’autodidatta segue il proprio gusto, la propria curiosità, il proprio istinto. È un cammino solitario, sì, ma anche profondamente intimo, che mi ha permesso di creare una visione unica, assolutamente personale, mia e di nessun altro.



Durante il tuo percorso artistico, hai avuto dei maestri o delle figure di riferimento che hanno influenzato il tuo lavoro? In che modo queste figure hanno impattato il tuo stile e la tua visione artistica?

Sono del parere che ogni artista abbia una propria guida interiore e che sia indispensabile scoprirla, riconoscerla e seguirla per trovare la propria unicità.
C’è un maestro dentro ciascuno di noi che sa esattamente dove condurci, anche quando noi non lo sappiamo.
Ci sono sicuramente degli artisti che ho amato e che ho studiato in alcuni loro aspetti unici, come il disegno di Mario Delitala, la narrazione di Giuseppe Biasi, la luce di Caravaggio, le emozioni dei ritratti di Singer Sargent e Rembrandt, le linee rotte di Maggie Siner, le atmosfere di Jeremy Mann. Questi sono stati i maestri che ho scelto per il mio percorso di studi. Lo studio del loro progetto artistico, delle loro opere, del loro modo di intendere l’arte ha plasmato il mio percorso artistico.
Tuttavia, oggi, il maestro che seguo con assoluta dedizione è il mio io più profondo. Una guida che chiede di fidarmi ciecamente delle mie emozioni, di ciò che mi piace e smuove dentro me sentimenti profondi. Questo mi spinge a seguire, quasi in modo ossessivo, ciò che mi segna intimamente. Tutto il mio percorso artistico, tutte le scelte che compio, nascono da un ascolto intimo e costante di questa voce.
La mia ricerca è profondamente personale, un dialogo con me stesso, e mira all’unicità del mio stile. Non voglio inseguire tendenze ma ricercare ciò che mi appartiene. Ogni mia opera è una dichiarazione di identità, una traccia di quella guida interiore che mi conduce a scoprire chi sono, non solo come artista, ma come essere umano. In questo senso, il mio maestro non è solo un insegnante: è un compagno di viaggio che mi aiuta a portare alla luce la verità della mia arte.



I tuoi ritratti si concentrano su donne in abiti tradizionali sardi. Come scegli i soggetti da ritrarre e cosa rappresenta per te la figura femminile in queste opere?

Questa domanda necessita di una risposta estremamente complessa e delicata. La rappresentazione della figura femminile nella storia dell’arte è stata sempre intrisa di simbolismo, riflettendo i valori, le credenze e le dinamiche sociali delle diverse epoche. I grandi pittori del passato hanno interpretato la donna in modi estremamente variegati, attribuendole significati.
La figura femminile, nella storia dell’arte, è stata un riflesso del tempo e della cultura. Ha incarnato il sacro, è stata simbolo di purezza e devozione, fu celebrata come ideale di bellezza e amore, ispirando immagini mitologiche e armoniose, ha rappresentato forza e mistero, spesso raccontando storie di resilienza e potere, è stata ritratta nella sua quotidianità, mostrandone la sua autenticità, ne hanno esaltarono l’aspetto emotivo e enigmatico, trasformandola in musa e simbolo dell’interiorità. Un viaggio che svela non solo la donna, ma il cambiamento dello sguardo dell’artista.
La figura femminile è sempre stata una presenza importante nella cultura e nella narrazione della nostra terra. La mia rappresentazione si limita a raffigurare una componente fondamentale della tradizione sarda, senza limitarla con l’attribuzione di alcun significato, simbolismo o aggettivo. Voglio una figura femmile libera di rappresentare se stessa senza costrizione alcuna, ognuna si senta libera di ritrovarci il proprio sentire.



Come tuo segno distintivo hai scelto di esprimerti attraverso una palette di colori molto limitata. Qual è il significato dietro questa scelta?

Cerco di esprimere qualcosa che identifichi perfettamente ciò che in me suscita ammirazione ed emozione. Fin da subito la corrente del Tonalismo ha stimolato la mia curiosità e mi ha trasmesso una grande energia. Credo sia parte della mia ricerca verso l’essenziale, esprimere arte in una palette estremamente dirotta è una sorta cammino per spingersi all’essenziale, eliminare il suprefluo, virare verso il bianco e nero. Il significato è sempre quello di inseguire il maestro d’arte che ogni individuo porta dentro di sé, il mio in questo momento mi chiede di esplorare questo aspetto della mia arte.



Nei tuoi ritratti, dedichi particolare attenzione agli occhi, creando sguardi intensi e penetranti. Parlaci di questa tua prerogativa….

Gli occhi sono elemento essenziale di ogni ritratto che realizzo, il nucleo da cui tutto prende vita e in cui il tutto confluisce. Per me rappresentano gli specchi dell’anima, la soglia attraverso cui si può intravedere l’essenza più profonda di ogni persona. Essi portano con loro una storia, un passato e emozioni profonde che si inabissano oltre superficie. È attraverso gli occhi che mi piace catturare la complessità e la bellezza del nostro vissuto.
Gli occhi, come i dipinti, raccontano senza bisogno di parole.
Sono la parte più espressiva di un volto, quelli che continuano a parlare anche quando tutto il resto tace. Voglio che chi guarda i miei ritratti senta di essere chiamato, di essere parte di un dialogo. Voglio che lo spettatore si senta visto, accolto, ascoltato e compreso nella sua fragilità e nella sua forza.
Quegli occhi siamo noi, ognuno di noi, la nostra storia, le nostre radici, le nostre tradizioni e il nostro futuro.



Le tue opere rispecchiano in modo inequivocabile un profondo legame con le tradizioni e le radici della tua terra. Si tratta di una caratteristica distintiva che mette in luce aspetti intensi della tua personalità. Puoi raccontarci come riesci a tradurre su tela questa dimensione intima e identitaria della tua vita?

Mi sento parte di una storia che affonda le sue radici nei millenni, una narrazione collettiva che ha attraversato il tempo e che, in qualche modo, arriva fino a me. La Sardegna, con la sua ricchezza di tradizioni, non è solo il luogo in cui sono nato, ma un’eredità che porto dentro. Quando dipingo, il mio obiettivo non è solo celebrare questa storia, ma raccontarla dal mio punto di vista, con uno sguardo personale, nuovo e unico.
La mia arte parla di tradizione ma allo stesso modo mette al centro del racconto le persone, elemento fondamentale e imprescindibile. Credo che la tradizione non sia solo l’esaltazione dei nostri abiti, gioielli e costumi, ma principalmente siamo noi: persone che quella tradizione la vivono, la sentono e la portano addosso con orgoglio e senso di appartenenza.
La mia pittura mette al centro proprio loro: le persone come custodi e protagonisti della tradizione. Nei miei ritratti ci sono storie, emozioni e identità. Voglio mostrare come quella tradizione si intrecci con l’essenza stessa di chi siamo, con il modo in cui viviamo e percepiamo la nostra terra, il nostro piccolo spazio nel mondo.
Voglio che chi osserva le mie opere non si limiti a vedere la bellezza esteriore, ma senta il peso di una cultura che si tramanda da secoli, che vive dentro di noi. La tradizione non è solo qualcosa che indossiamo: è qualcosa che siamo. È nei gesti, negli sguardi, nei silenzi. È quell’orgoglio sottile che si percepisce in chi sa di appartenere a qualcosa di più grande.
Attraverso la mia arte, cerco di raccontare tutto questo con uno sguardo nuovo, che sia solo mio. Voglio dare voce a una tradizione che non è solo memoria, ma anche evoluzione. Racconto le persone come ponte tra passato e futuro, come testimoni vivi di una storia che non si è mai fermata e che continua a scriversi ogni giorno. In questo senso, la mia pittura non è mai solo un omaggio al passato, ma una mia riflessione su chi siamo oggi, su come portiamo avanti con orgoglio ciò che ci è stato tramandato.
Ricerco quel bisogno umano di sentirsi parte di qualcosa di più grande, di trovare un senso nelle radici che ci legano. Per me, dipingere significa dare corpo a questo senso di appartenenza, rendendolo visibile e tangibile.



Quale evento o esperienza consideri il punto più significativo del tuo percorso artistico fino a oggi, sia dal punto di vista emotivo che professionale?

È sempre quello a cui sto lavorando, ho la fortuna di trovarmi ancora in una fase di crescita e il mio percorso si arricchisce continuamente di nuove e incredibili opportunità, quindi l’esperienza più significativa è sempre quella in cui sono impegnato; progettare una nuova mostra, presentare un nuovo progetto è sempre un aspetto che aggiunge qualcosa di importante al mio percorso. Quindi è complesso per me individuare un singolo momento come il più significativo, perché il mio percorso artistico è in continua evoluzione. Ogni nuova esperienza, ogni progetto a cui lavoro, rappresenta per me un tassello fondamentale, un’opportunità per crescere e scoprire qualcosa di nuovo. In un certo senso, il momento più importante è sempre quello che sto vivendo ora, quello che mi tiene impegnato, che mi stimola e che mi permette di esplorare nuovi territori, sia emotivi che creativi.
Ogni volta che mi dedico a una nuova mostra, che concepisco un progetto o che finisco un’opera, sento di aggiungere una nuova pagina alla mia storia. Ogni fase è un’occasione per mettere alla prova le mie capacità, per confrontarmi con chi segue e ammira il mio lavoro, ma soprattutto per approfondire la connessione con me stesso e con ciò che voglio comunicare attraverso la mia arte. Ogni progetto è un dialogo tra ciò che sono stato fino a quel momento e ciò che sto diventando.
A livello professionale, ci sono state tappe importanti, come le prime mostre, i primi riconoscimenti o le collaborazioni internazionali. Questi momenti sono stati fondamentali per darmi fiducia e per farmi capire che il mio lavoro poteva toccare anche gli altri, non solo me. Ma la vera essenza del mio percorso non risiede solo nei traguardi raggiunti, quanto piuttosto nella consapevolezza che ogni passo avanti, anche piccolo, contribuisce a costruire qualcosa di più grande.
Il mio percorso è ancora una strada aperta, piena di possibilità da esplorare. Credo che questa sia la bellezza di essere un artista: non smetti mai di imparare, di evolvere, di trovare nuovi modi per esprimerti. Per questo, considero il “momento più significativo” non un punto fisso nel passato, ma un presente continuo, fatto di opportunità e di sfide che mi permettono di scoprire sempre nuovi aspetti del mio essere.



Qual è stato il momento o l’esperienza decisiva che ti ha fatto comprendere l’importanza dell’arte nella tua vita, spingendoti a lasciare un lavoro stabile per dedicarti a tempo pieno alla pittura? Come hai affrontato le difficoltà di questo cambiamento radicale?

Non avevo mai considerato l’idea di trasformare la mia passione in una professione fino a quando non ho iniziato a comprendere quanto il mio lavoro potesse significare per le persone. La necessità che alcuni hanno di possedere una mia opera, di portarla nelle loro case, di viverla ogni giorno, mi ha aperto gli occhi sul potere dell’arte di entrare in connessione profonda con chi la osserva. Ogni dettaglio che ho messo su tela diventa, per chi lo possiede, un frammento di bellezza e di emozione da riscoprire ogni giorno.
Ho incontrato persone disposte a investire i propri risparmi per avere una mia opera, non solo come decorazione, ma come un simbolo di qualcosa di più grande, un pezzo della loro vita o della loro storia. C’è chi mi ha chiesto di immortalare i propri figli, persi troppo presto, o di creare un ritratto di genitori scomparsi, un tentativo di mantenere vivo un legame che il tempo e la distanza non possono spezzare. Queste richieste non sono mai semplici incarichi: sono atti di fiducia che portano con sé una responsabilità enorme, carica di emozioni. Come posso non dare peso a tutto questo? Come posso non riconoscere io stesso l’importanza di ciò che faccio?
È stata questa consapevolezza, maturata nel tempo, che mi ha spinto a trasformare la mia passione in un lavoro a tempo pieno. Non è stata una decisione immediata né priva di difficoltà. Abbandonare un lavoro sicuro per inseguire un sogno che, almeno inizialmente, sembrava incerto, è stato un salto nel vuoto. Durante il periodo della pandemia, però, ho avuto modo di riflettere profondamente sulla brevità della vita. Ho capito che abbiamo una sola occasione per vivere pienamente, ed è nostro compito cercare di farlo nel modo più autentico per noi stessi.
Questa consapevolezza mi ha dato la forza di affrontare le sfide di un cambiamento così radicale. Ogni passo avanti è stato accompagnato da dubbi, paure e inevitabili ostacoli, ma è stato anche illuminato dalla gratificazione di sentirmi finalmente in sintonia con ciò che desideravo davvero. Ci sono stati momenti difficili, ma sono convinto che sarebbe stata una
pazzia maggiore non provare, non dare ascolto a quel richiamo interiore che mi spingeva verso una vita più autentica.
Oggi vivo con una prospettiva diversa rispetto a qualche anno fa. Ho imparato a pianificare i miei obiettivi a lungo termine, a costruire qualcosa di solido e significativo per il futuro. Allo stesso tempo, però, mi concedo la flessibilità di vivere il presente per come viene, accettando i contrattempi e accogliendo le sorprese inaspettate che il cammino mi riserva. Ho imparato ad apprezzare il viaggio tanto quanto la meta: inseguo i miei sogni, ma mi prendo anche il tempo per godere delle piccole gioie quotidiane e per elaborare i momenti difficili quando le cose non vanno come speravo.
Trasformare la mia passione in una professione è stato, ed è tuttora, un atto di coraggio. È una scelta che comporta sacrifici, ma che mi permette di vivere una vita che sento davvero mia. Ogni opera che realizzo è una testimonianza di questo viaggio: un’espressione di chi sono e di chi voglio essere, e un legame profondo con chi ha scelto di condividere questa visione insieme a me.



In che modo i tuoi viaggi hanno influenzato la tua arte e quali esperienze hai trovato più stimolanti per il tuo percorso creativo?

Chi ha già avuto modo di conoscere la mia storia come artista sa ormai che vivo l’arte in modo un pò atipico. Non ho uno studio fisico o un atelier in cui chiudermi dentro mentre lavoro alla realizzazione delle mie opere d’arte, ma il mondo è il mio studio.
Dopo il 2021 sono partito dalla Sardegna per intraprendere un percorso di ricerca e contaminazione artistica viaggiando e dipingendo lungo le strade di tutta l’Europa.
Capita così che le mie opere nascano tra i mandorli in fiore dell’Andalusia o davanti al lento variare delle maree che si infrangono sulle coste della Danimarca o sulle calme sponde del porto di Danzica o all’ombra dei fitti alberi della Foresta Nera o davanti alla pianura di Bialowieza in cui avanza lenta l’ultima stirpe di Bisonti europei.
I viaggi hanno un ruolo fondamentale nella mia arte, non solo come occasione di scoperta, ma soprattutto come fonte di ispirazione e crescita personale. Viaggiare è per me un dialogo costante tra mondi diversi, un processo di contaminazione che arricchisce ogni aspetto della mia creatività. Come molti pittori del passato, vedo il viaggio non solo come un atto fisico, ma come una crescita interiore alla ricerca del mio essere artista.
Ogni luogo che ho visitato mi ha lasciato qualcosa: una luce, un’atmosfera, un dettaglio che hanno poi arricchito la mia arte. Camminare per le strade di città sconosciute, osservare i volti delle persone, immergermi in paesaggi lontani mi ha insegnato a guardare con occhi nuovi anche ciò che mi è familiare. C’è qualcosa di magico nel confrontarsi con l’ignoto: ti costringe a uscire dalla tua zona di comfort, a vedere il mondo da prospettive diverse e, inevitabilmente, a riflettere su te stesso.
Ma il viaggio non è solo scoperta, è anche condivisione. Ogni esperienza vissuta lontano da casa diventa uno scambio, un’occasione per intrecciare storie e culture diverse. Questo
scambio si riflette nelle mie opere, che cercano di catturare non solo ciò che vedo, ma anche ciò che sento, le emozioni che mi porto dentro.
Ci sono poi i viaggi attraverso la Sardegna. Ogni angolo di questa isola, anche quello che conosco da sempre, ha un volto nuovo ogni volta che lo guardo dopo essere tornato da un’esperienza “fuori”. Viaggiare costantemente attraverso la mia terra mi aiuta a riscoprire le mie radici con occhi mai stanchi, a capire che l’arte non è mai separata dal luogo da cui provieni, ma è un filo che collega ciò che sei al mondo che ti circonda.
È come poter osservare la mia terra da angolazioni e prospettive differenti, mi aiuta a comprenderla in modi sempre nuovi e riscoprirla oltre i punti di vista comuni e ben radicati.
Viaggiare, in definitiva, è una forma di ricerca continua. È come raccogliere tessere di un mosaico che prende forma solo quando torni a dipingere. Ogni esperienza, ogni incontro, ogni paesaggio diventa parte di quel mosaico. L’arte e il viaggio, per me, sono inseparabili: entrambi sono modi di scoprire, di condividere e di crescere. Sono strumenti per capire il mondo e per capirsi, per creare connessioni che vanno oltre i confini e per continuare a evolvere come artista e come persona.

Quale tua opera ti rappresenta maggiormente e quali elementi la rendono così significativa per te?

Se devo scegliere un’opera che mi rappresenti, direi senza esitazione la mia prima opera. Non perché sia tecnicamente impeccabile – anzi tutt’altro, devo ammettere che è piuttosto improbabile, bruttina e piena di errori. Ma è proprio questa imperfezione a renderla così speciale per me. In quella cosa (definirla opera non sarebbe proprio corretto) c’è l’inizio di tutto: c’è l’arte come origine, come possibilità, come prima apertura verso un mondo che non sapevo ancora sarebbe diventato la mia vita.
Quel primo dipinto è stato il punto di partenza di un percorso straordinario, difficile e meraviglioso. Quando lo guardo oggi, vedo un me stesso inesperto, pieno di dubbi, ma anche di un entusiasmo puro e genuino.
La sua imperfezione è il simbolo della mia crescita. Ogni errore, ogni elemento sbagliato, ogni pennellata incerta rappresenta il principio di tutto. È una testimonianza di quanto sia importante iniziare, anche quando non ci si sente pronti. Quell’opera mi ricorda che ogni passo, anche il più piccolo, è fondamentale per costruire qualcosa di grande.
La mia prima opera è una celebrazione dell’arte come opportunità: l’opportunità di esplorare, di sbagliare, di imparare, di crescere. È il simbolo di una strada che non ha mai fine, perché l’arte, come la vita, è un viaggio in continua evoluzione. E ogni volta che la guardo, non posso fare a meno di sorridere, sapendo quanta strada c’è ancora da percorrere e quante possibilità ci sono ancora da scoprire.



Quali sono i tuoi prossimi progetti artistici e quali aspettative hai per il 2025?

Il 2025 si prospetta come un anno fondamentale, carico di opportunità e di progetti che rappresentano non solo un’evoluzione del mio percorso artistico, ma anche un’occasione per approfondire il legame con la mia terra. Uno dei progetti principali sarà un’esposizione a Berlino, dedicata a un racconto sulla Sardegna visto e filtrato attraverso il mio stile artistico.
Accanto a questo, ci saranno nuove e importanti collaborazioni di cui ora non posso anticipare molto. Le mie aspettative per il 2025 sono alte, ma non le vivo come pressioni. Piuttosto, le considero come una meravigliosa opportunità, una spinta a dare il massimo e a creare qualcosa che possa lasciare un segno.
Sono consapevole che ogni anno porta con sé sfide e imprevisti, ma questa incertezza è anche ciò che rende il percorso artistico così affascinante. Il 2025 sarà un anno di costruzione e di apertura verso nuove possibilità.








Contatti dell’artista

Facebook Vanni Rocca
Instagram vanni.rocca.art














La storia di Vanni Rocca cattura l’essenza di una vita trasformata
dal potere dell’arte. Nato a Sennori, un piccolo paese collinare della Sardegna
nordoccidentale, il 9 maggio 1978, entra in modo inatteso nel mondo dell’arte,
grazie a un colpo del destino che ridisegna il suo percorso. È come se le forme
e i colori della sua terra giacessero dormienti dentro di lui, in attesa del
momento di destarsi e richiedere espressione.

Nel 2017, all’età di 39 anni, Vanni si avvicina per pura
casualità alla pittura restandone immediatamente affascinato. Durante questo
periodo dedica il giorno al suo lavoro nel campo informatico, navigando nel
mondo logico e strutturato della programmazione, che richiede precisione e
pensiero analitico. Tuttavia, è durante la notte che la sua nuova passione
prende vita. Nelle ore silenziose intraprende un’esplorazione autodidatta della
pittura, un percorso che è al tempo stesso rifugio e rivelazione. Queste
sessioni notturne diventano il suo santuario, un momento in cui il mondo intorno
tace, permettendo alla sua creatività di fiorire.

La dedizione di Vanni al perfezionamento della sua arte lo
porta allo sviluppo di uno stile distintivo, segnato da pennellate sovrapposte
morbidamente, tratti decisi e spessi strati di colore. I ritratti, ai quali si
dedica in maniera pressoché esclusiva, si esprimono attraverso un racconto
essenziale, sviluppato quasi unicamente attraverso le linee dei volti e la
profondità degli sguardi. Questa sintesi pittorica, che tende ad eliminare
tutto il superfluo, la si ritrova anche nella composizione della sua tavolozza
che, ispirata ai canoni del tonalismo, presenta una ristretta selezione di
colori con cui dipingere la complessità sottile dell’anima.

La storia di Vanni Rocca, intrisa di passione e
trasformazione, trova nel 2020 un capitolo fondamentale, un anno di riconoscimenti
e di prime importanti affermazioni nel mondo dell’arte. È in questo periodo che
il suo lavoro inizia a raccogliere i frutti di un impegno instancabile,
segnando il suo ingresso nel panorama artistico con diversi successi.

Partecipa e vince alcuni concorsi di pittura estemporanea
organizzati nella sua amata Sardegna, dimostrando che il legame con la sua
terra natale è una fonte inesauribile di ispirazione e forza.

La sua partecipazione alla Biennale di Firenze si rivela un
successo e questo evento funge da trampolino di lancio, proiettando il suo nome
oltre i confini regionali. Contemporaneamente, inizia una collaborazione con
Arte Spazio, storica galleria di Sassari, che vede in lui un talento emergente
degno di nota e di esposizione. In questo anno di crescita e visibilità, alcune
delle sue opere vengono pubblicate su riviste d’arte indipendenti sia italiane
che americane, segnando il riconoscimento del suo stile unico e della sua
visione artistica su un palcoscenico internazionale.

Ma è forse quando la sua opera dedicata a Grazia Deledda,
premio Nobel per la letteratura e orgoglio sardo, viene accolta nella
collezione pubblica dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico, che arriva
il riconoscimento emotivamente più significativo per l’artista. Questo evento,
non solo onora la sua capacità di catturare l’anima della Sardegna e delle sue
figure iconiche, ma sottolinea anche il profondo legame tra la sua arte e la
cultura della sua terra.

Nel 2021, come continuazione naturale di un percorso già
ricco di soddisfazioni e riconoscimenti, inizia un nuovo capitolo nella sua
vita: Vanni prende la coraggiosa decisione di lasciarsi alle spalle la
sicurezza della già solida carriera nel campo informatico, per dedicarsi a
tempo pieno alla pittura. Questo salto di fede viene fatto non solo per seguire
la sua passione, ma è un impegno a vivere in maniera più autentica. È la
dichiarazione che l’arte non è solo una parte della sua vita, ma è la sua vita.

Alla ricerca di contaminazione e crescita, parte dalla
Sardegna per esplorare il vasto mosaico culturale dell’Europa. La sua tela
trova nuove ispirazioni tra i rigogliosi mandorleti dell’Andalusia, nelle
mutevoli maree del Mare del Nord, nei tranquilli porti delle città sul Mar
Baltico e nelle ombrose profondità della Foresta Nera. Ogni luogo aggiunge
strati al suo lavoro, mescolando il ricco patrimonio della sua terra natale con
le culture che incontra. Eppure, nonostante i numerosi viaggi e la varietà
delle sue esperienze, l’essenza della Sardegna rimane al centro della sua arte:
l’opera di Vanni è la testimonianza di come, per quanto si possa vagare
lontano, le nostre radici continuano a plasmarci e definirci.

La storia di Vanni Rocca è più di una biografia; è la
narrazione del coraggio di abbracciare il cambiamento, della caparbietà nel
perseguire la propria passione e della profonda connessione tra un artista e il
proprio patrimonio culturale.

È un promemoria di come il viaggio per la scoperta di sé e
della propria espressione creativa debba essere sia interiore che di
condivisione.























©L’ArteCheMiPiace – Blog Arte e Cultura di Giuseppina Irene Groccia 







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The author Lordfelixx