sul fare poesia. Eugenio Montale secondo Iosif Brodskij
di Francisco Soriano
che Brodskij si occupasse della poesia di Eugenio Montale quando era ancora in vita non appare affatto sorprendente. lo scrittore russo elabora un enorme contributo, porgendo una miriade di questioni partorite dalla sua labirintica intelligenza, alla profondità lirica del poeta genovese. All’ombra di Dante, inserito all’interno del libro Il canto del pendolo, è un saggio imprescindibile per coloro che sono seriamente interessati a sondare i percorsi impervi delle radici della poesia. vero è, come sostiene Brodskij, che le parole dei poeti «sono meno mutevoli dei concetti che esprimono»[1], e che le opere d’arte non vengono mai accettate, a differenza della vita, per quello che sono, messe sempre «a confronto con le opere del passato, con precursori e predecessori»[2].
in generale i poeti sentono questa pressione e questo confronto, talvolta subendo una inibizione verbale, che Brodskij definisce come «paralisi». a questo punto non resta che «mettere alla porta tutti gli spettri come se non esistessero» e «cantare», obbedendo solo a sé stessi. l’accenno biografico su Montale consta della citazione di due fatti peculiari nella sua vita: la partecipazione del poeta genovese alla prima guerra mondiale e la sua vittoria del Nobel nel 1975. servono a Brodskij per definire un altro concetto, che per un poeta è più facile, e forse «meglio», affrontare l’insostenibilità del futuro che quella del presente (e come dargli torto visto quello che accade in termini di orrore). Montale avrebbe infine voluto essere un cantante d’opera lirica, e si oppose anche se non in modo non «eclatante» al regime fascista che, tuttavia, gli sarebbe pur costato il posto di direttore del Gabinetto Vieusseux a Firenze. intanto, a differenza di quanto accadeva ai poeti romantici, dalla vita breve e piena di avvenimenti, Montale si dedicava alla poesia e alla scrittura di saggi inerenti la musica e la letteratura in terza pagina del «Corsera». in questo solco Montale risulta essere per lo scrittore russo una «specie di anacronismo», ritenendo che il suo contributo alla poesia sia stato anacronisticamente grande. Brodskij continua la sua disanima segnalando che il poeta fu contemporaneo di Apollinaire, T. S. Eliot, e Mandel’štam, e alla loro stregua egli ha operato un cambiamento qualitativo della poesia nel proprio Paese, con un «compito» però più difficile. in termine di traduzione dei testi e non solo per questo aspetto per un poeta italiano che vuole sporgersi in avanti è necessario che egli rimuova «gli ostacoli ammucchiati dal traffico del passato e del presente», anche se appare evidente che per Montale non sia stato difficile superare quest’ultimo. innanzitutto perché c’era stata una inflazione estetica propria della poetica del romanticismo, che vedeva due colossi come D’Annunzio e Marinetti a provocarla. uno per un verso, l’altro per un altro, erano ambedue estremi, nell’estetica il primo e nel voler smembrare quell’armonia il secondo, insieme ai futuristi. tre poeti infine della generazione successiva, Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba ed Eugenio Montale si sono affermati con le loro liriche in uno spazio moderno.
Brodskij concede una definizione del poeta Montale davvero sublime: «Montale, realista metafisico con il gusto evidente delle immagini dense, quanto più condensate possibile, riuscì a creare un suo stile poetico mediante la giustapposizione dell’“aulico” e del “prosaico” – sono parole sue –, uno stile che si potrebbe anche definire “amaro stile nuovo” (in contrapposizione alla formula dantesca che ha regnato nella poesia italiana per più di sei secoli)»[3]. non solo dunque Montale è in grado di superare la stretta del dolce stil novo, ma addirittura parafrasa il grande fiorentino nelle immagini e nel lessico. da questo momento i critici cominciano a definire la poesia montaliana come oscura, senza comprendere che le parafrasi appartengono alla categoria naturale di ogni discorso civile. per questo Brodskij e in riferimento a questo genialmente dice che un’opera d’arte ha come scopo quello di creare degli adepti e «il paradosso è che l’artista è tanto più ricco quanto più è indebitato»[4]. Montale ricorre a ogni inerzia prosodica utilizzando degli accorgimenti, sovvertendo ad esempio negli Ossi di seppia la musica onnipresente degli endecasillabi italiani, con un registro consapevolmente monotono che si fa stridulo grazie alle sillabe aggiunte o soffocato per le sillabe omesse. Brodskij afferma che Montale non ha debiti con nessuno dal punto di vista stilistico e se ne ha è con coloro i quali si scontra, considerando che anche la polemica è una «forma di eredità».
una poesia – questo il ragionamento di Brodskij – esprime nella forma più fedele l’interazione fra etica ed estetica: Montale al tempo stesso mostra la sua contrarietà a ogni eccesso stilistico, ma non rifiuta completamente l’utilizzo di forme. infatti, seppur dimostra generalmente un rifiuto alla rima, egli comunque alterna versi rimati ai non rimati. nella traduzione, purtroppo, parte dell’interazione etica/estetica si perde ma, nonostante tutto, in Montale resiste. Brodskij, che era anche un mirabile traduttore, afferma che la traduzione dei testi di Montale «riesce» abbastanza bene. infatti nonostante nel tradurre vi sia l’inevitabile tendenza di scemare in tonalità diverse, grazie al carattere ermeneutico del poeta ligure la traduzione dei suoi testi consente di «riportarsi alla pari con l’originale», infatti è possibile chiarire quei punti che l’autore potrebbe ritenere ovvi e che, addirittura, possono «sfuggire al lettore italiano». bisogna sottolineare dunque che traducendo, inevitabilmente si perde gran parte della sottile e discreta musica montaliana, anche se il «lettore americano ha il vantaggio di essere guidato a cogliere il significato dei versi che probabilmente lo porterebbero a esitare nel ripetere, in inglese, le accuse di oscurità di un lettore italiano»[5].
nell’ultimo libro di traduzioni di Montale in inglese, New Poems, venivano tradotte le poesie che coincidevano con la raccolta Satura del 1971: il tema principale è quello della morte, in particolare quella della moglie. la morte, come asserisce Brodskij, è un tema che «dà sempre luogo a un autoritratto». il protagonista dei New Poems è impegnato a misurare la distanza che lo separa dalla sua «interlocutrice»[6], immaginando la reazione che lei avrebbe avuto se fosse stata presente. secondo Brodskij, il silenzio in cui il poeta lascia cadere le sue parole, scatenando ancor di più l’immaginazione, non può che «conferire a questa “lei” una indiscutibile superiorità». è un punto focale che Brodskij, con la solita genialità, coglie in tutto il suo senso estremo: una superiorità in absentia, che suscita nel poeta un senso di disgiunzione in cui la sua persona «è stata esiliata nel tempo eterno». è in questo momento che si intuisce che la poesia d’amore, aggiunge Brodskij, «ha press’a poco la stessa parte che le è assegnata nella Divina Commedia o nei sonetti del Petrarca per Laura: la funzione di una guida»[7]. tuttavia, considerando che lo scenario è ben conosciuto, la dinamica della persona che si muove è profondamente diversa, nel senso che il linguaggio che esprime non ha niente in comune con «l’attesa religiosa». dunque il motivo dominante è e resta l’assenza, «percettibile attraverso quelle stesse sfumature di linguaggio e sentimento che lei usava una volta per manifestare la propria presenza – attraverso il linguaggio dell’intimità»[8]. è proprio vero, come dice lo scrittore russo, che in Montale la voce che bisbiglia, la sua, a sé stesso è la caratteristica più rimarchevole della sua poesia. soltanto lui e lei sono a conoscenza di certe cose, intimissime, le valigie, gli alberghi, l’infilascarpe: si tratta di una «mitologia privata».
in Montale l’eco di Dante non solo è riscontrabile nei versi ma rappresenta un riferimento inesauribile. così è, in questo «continuo, solitario scendere per tante scale», in Xenia I e Xenia II, nel Diario del ’71 e del ’72, cioè in quelle poesie che si ritrovano nel su citato New Poems. può essere una parola o un’intera poesia (come nel caso della n. 13 in Xenia I, che echeggia la conclusione del canto ventunesimo del Purgatorio). è necessario, ancora una volta, sottolineare il tono dimesso di Montale, affranto e cadente, perché sa bene che a una donna con la quale ha vissuto per così tanto tempo non sarebbero piaciute le parole altisonanti: parla al e nel silenzio, le pause fanno sentite il vuoto che solo lei può sentire, in qualche dove: «colei che è morta disapproverebbe, non meno di lui, i fuochi d’artificio verbali»[9]. ciò che rende l’arte umile è il tipo di assenza riscontrabile nelle poesie di Montale. importante perché Brodskij segnala che esiste un pericolo materiale che consiste nel ricadere nella nozione romantica che presuppone l’arte come imitazione della vita. nella realtà, se questa dinamica si realizzasse, comunque in modo marginale, si aspirerebbe a rispecchiare quei pochi elementi dell’esistenza che trascendono la vita. dunque l’arte imita la morte, cioè abita quel «regno» di cui «la vita non può offrire alcuna nozione». in definitiva l’arte ha la funzione di esorcizzare e ammansire quella che «è la più lunga versione della vita»[10]. Brodskij conclude sostenendo che l’arte si distingue dalla vita perché ha una capacità di produrre un grado di lirismo superiore a tutti quelli che si possono raggiungere in qualsiasi rapporto umano, deducendo infine che è per questi motivi che la poesia ha a che fare con la «nozione di vita ultraterrena».
altre mirabili intuizioni in questo saggio ci conducono alla comprensione della poetica montaliana, legata costantemente da un filo rosso per la relazione che il poeta volle mantenere fra il linguaggio poetico e quello comune o quotidiano. nello stesso tempo, non volendo rendere facile ciò che non lo è, in Montale si certifica quello che a ragione riteneva, cioè che l’uomo di oggi ha ereditato un sistema nervoso che mal sopporta le condizioni di vita dell’oggi, per questo «massificandosi». purtroppo questo fenomeno cominciato da lontano ha sedimentato distorsioni gravissime e strutture formali controproducenti che inibiscono la sublimazione della creatività e della libertà individuale alla fantasia. è in questo probabilmente, tema poco raccontato e dibattuto, che risiede la minaccia di instaurazione di nuove dittature e autocrazie, pericolo costante delle moderne civiltà del mondo.
[1] Iosif Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, Milano 2023, p. 41.
[2] Ibid.
[3] Ivi, p. 44.
[4] Ibid.
[5] Ivi, p. 45.
[6] Ivi, p. 47.
[7] Ivi, p. 47.
[8] Ibid.
[9] Ivi, p. 50.
[10] Ibid.
Francisco Soriano nasce a Caracas nel 1965. Vive a Ravenna e svolge la sua attività di docente. È stato insegnante e dirigente scolastico per diversi anni nella Scuola Italiana di Teheran, “Pietro della Valle”, con una intensa attività di promozione della cultura italiana all’estero organizzando varie manifestazioni dedicata alla “Settimana della Lingua nel mondo”. Si è occupato di inclusione e didattica dell’italiano a stranieri, traduzioni di testi dal persiano e giornate dedicate alla poesia persiana e italiana presso la scuola dell’Ambasciata italiana di Teheran. Ha pubblicato numerosi saggi storici e raccolte di poesie tradotte anche in persiano: “Dove il Sogno diventa Pietra”, “Vita e Morte di Mirza Reza Kermani”, “Nuova antologia poetica di Zahiroddoleh”, “Dalla Terra al Cielo. Tusi e la setta degli Assassini di Alamut”. Ha collaborato con diversi articoli di biografie e saggistica letteraria sulla Rivista “Argo”. Attualmente collabora con la Rivista “Carmilla” di Valerio Evangelisti. Partecipa attivamente a conferenze e incontri pubblici sulla poesia. Ha scritto i seguenti volumi pubblicati da diverse case editrici:“Fra Metope e Calicanti”, edita dalla casa editrice “Lieto Colle”, nel 2013; “La Morte Violenta di Isabella Morra”, edita da “Stampa Alternativa”, nel 2017, “Haiku Ravegnani”, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2018; “Noe Itō – Vita e morte di un’anarchica giapponese“, edita da “Mimesis Edizioni”, nel 2018; “Non porgere l’altra guancia, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2019; “La Via Lattea, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2020; “Frammenti, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2020.
