“Sotto i cieli della Calabria” è la rubrica letteraria di L’ArteCheMiPiace che raccoglie una serie di racconti inediti del professore Franco Emilio Carlino.
Ispirato dallo sguardo poetico di Leonida Repaci e dal suo “Quando fu il giorno della Calabria”, l’autore percorre la regione con la stessa sensibilità affettuosa, trasformando ogni storia in un omaggio alla sua terra.
Ogni testo è un viaggio tra borghi e città della nostra regione, un percorso nelle memorie, nei profumi e nelle identità che rendono unica la Calabria, raccontata attraverso simboli, tradizioni e suggestioni senza tempo.
Ambientata nello scenario struggente e irripetibile dello Stretto di Messina, questa è una storia che affonda tra due sponde, Scilla e Cariddi, ma parla dello spazio che le divide e accosta ciò che affiora e ciò che resta nascosto, lì dove la memoria tocca le scelte degli uomini. Il dono del pescespada è un richiamo alla memoria profonda di un luogo. Quindi non solo il mare, ma anche lo spazio in cui i desideri si arrestano contro ciò che il luogo permette davvero. Parla di un luogo messo alla prova, e di chi decide di ascoltarne il battito, invece di spegnerlo con il rumore. Rossano, che arriva per caso, scoprirà che non sempre il silenzio è resa: a volte è resistenza
«Quando fu il giorno della Calabria Dio […] dette allo Stretto il pescespada…» – Leonida REPACI
di Franco Emilio Carlino
Era il crepuscolo e lo Stretto di Messina splendeva di una durezza che non è dell’acqua. Le correnti si rincorrevano sotto il sole che scemava dietro la foschia, mentre i venti di levante e scirocco si sfidavano tra le onde. Un luogo dove l’orizzonte sembrava una linea sottile e il mare restituiva suoni che non appartenevano a nessuna lingua.
Tra le acque, qualcosa danzava mostrando tutta la sua grazia luminosa: il pescespada. Un animale silenzioso e allungato. Il suo corpo riverberava i raggi solari e la sua spada non era per ferire, ma per aprire nuovi passaggi dentro ciò che ancora non ha un nome. Libero nello Stretto, era custode, simbolo e leggenda.
Ogni estate, quando l’acqua si fa trasparente e l’aria vibra di luce, gli uomini del mare attendono il suo passaggio.
Non solo per la caccia, ma per una consuetudine antica che affonda nei tempi in cui l’uomo e il mare parlavano la stessa lingua. E ogni volta che il pescespada attraversa lo Stretto, sembra che il mare si ricordi di quel dono e se ne rallegri.
Tra i vicoli stretti di Torre Faro, vicino a Capo Peloro, viveva Mico, un vecchio pescatore che si alzava prima dell’alba.
Il mare era la sua casa, ma lo Stretto… lo Stretto era un’altra cosa.
«Non è mare», diceva, «è respiro. È voce. È memoria che vibra nell’acqua».
Ogni anno, a giugno, quando il cielo si strappava di luce e di vento, Mico aspettava il ritorno del pescespada. Non perché ne avesse bisogno – ormai non pescava più – ma perché qualcosa nel suo cuore si muoveva quando l’acqua si apriva come una ferita luminosa: un richiamo, un sussurro. «Questo è il Signore che passa» mormorava, seduto sulla scogliera, guardando verso sud, dove lo Stretto si accorcia.
Non tutti gli credevano. I giovani ridevano, chiamandolo ‘u pázzu do piscispáta (il pazzo del pescespada). Ma una bambina, Lina, veniva ogni mattina con lui, portando pane secco e arance. Lo ascoltava in silenzio, con gli occhi grandi e scuri come la pietra lavica.
Un giorno, mentre il mare era piatto e il vento taceva, dopo aver visto passare il pescespada, Mico le raccontò la vera storia. – Dio non regalò il pescespada per sfamare gli uomini. Lo regalò perché ricordassero. Ricordare che anche nei luoghi di passaggio – come questo Stretto – può nascere qualcosa di eterno.
– E noi, cosa dobbiamo fare? – chiese Lina.
Mico sorrise. – Guardare. E custodire.
Si alzò, senza bastone. Gli occhi lucidi. Poi si voltò verso Lina. – Allora sei pronta. Quando io non ci sarò più, tu ricorderai. Tu racconterai. Perché il dono non muore, finché qualcuno lo guarda con occhi veri.
Molti anni dopo, Rossano arrivò allo Stretto per studiare le correnti. Non era la sua terra, ma qualcosa lo aveva attirato fin dal primo giorno: i venti, il disordine dei gabbiani, il mare che sembrava sempre trattenere un respiro. Ogni mattina si alzava presto, prendeva il taccuino e camminava lungo la costa, da Torre Faro fino a Capo Peloro.
Un giorno, mentre prendeva appunti seduto su una scogliera, udì una voce alle spalle. Era Nicola, uno del posto, che discuteva ad alta voce con un gruppo di pescatori.
Parlavano del ponte: grandi cantieri, fondali perforati, cemento che si sarebbe disteso da una riva all’altra come una mano senza cuore. Lo chiamavano “l’opera del secolo”. I toni erano accesi, quasi rabbiosi, rivolti agli ingegneri e ai tecnici presenti con le loro mappe e le loro promesse. «Lo Stretto non si attraversa con il ferro. Lo si deve ascoltare».
– È progresso, non potete fermarlo! – gridò uno. – È un oltraggio! – ribatté Nicola. – Lo Stretto risponde solo ai suoi ritmi e non si lascia ridurre da una struttura.
Rossano non voleva intervenire, ma sentì la necessità di farlo. – Forse sbagliamo a considerarlo un ostacolo: questo luogo non chiede passaggi, ma attenzione.
Un silenzio improvviso. Poi le voci si abbassarono. Qualcuno annuì. Altri scossero la testa. Ma la tensione si sciolse. E Rossano capì che, a volte, basta poco per cambiare il corso di una discussione: un tono calmo, una frase detta piano.
In paese, però, non tutti lo vedevano di buon occhio. – Non è del posto. Che ne sa lui? – dicevano. Ma Rossano continuava a osservare, a documentare. Segnava le rotte dei pescispada, fotografava le reti abbandonate, studiava le correnti che mutavano.
Fu allora che conobbe Lina. Lei era andata via, come tanti: Roma, poi Milano, infine l’estero. Era tornata dopo anni di studio e lavoro. Aveva la formazione di biologa marina, ma non era quello a definirla: era lo sguardo – attento, affilato, nostalgico. I due cominciarono a parlarsi, ogni giorno un po’ di più.
Lina gli raccontò di Mico, il vecchio pescatore che le aveva insegnato a guardare il mare come qualcosa di caro. Gli parlò del giorno in cui, da bambina, aveva visto il pescespada attraversare lo Stretto come un lampo. E di Nicola, fratello di Mico, che aveva sfidato i progetti del ponte, e poi era scomparso, lasciando solo il ricordo del suo coraggio.
– Mico diceva che certe presenze non vanno cercate. Si fanno trovare. Se hai occhi per vederle.
Una sera, Lina e Rossano si ritrovarono sulla scogliera. Il sole calava, il mare era immobile. Poi, d’improvviso, un filo luccicante incise l’acqua senza rumore: il pescespada.
Non provarono né stupore né timore: era come se un frammento inatteso della loro vita fosse affiorato davanti a loro.
Lina lo seguì con lo sguardo finché sparì. Poi guardò Rossano. – Hai visto? Lui annuì. – Ora so perché sono venuto qui.
Gli anni passarono. I lavori del ponte iniziarono: trivelle, rumori, reti spezzate. Ma Rossano non se ne andò. Rimase. A osservare. A documentare. A resistere.
Quando di lui non si seppe più nulla, qualcuno disse che se n’era andato per sempre. Ma Lina no. Lina continuò a salire ogni giorno sulla scogliera. Portava con sé una conchiglia incisa con un nome: Rossano. E quando il mare era immobile e il cielo pareva trattenere il fiato, sentiva una voce. «Guarda. E custodisci». Lina non rispondeva. Ma restava. E ascoltava.
E quando il mare si apriva di nuovo, con la lentezza che sembrava non misurarsi con il tempo degli uomini, capiva che quel segno non si era ancora diradato, e continuava a chiedere occhi capaci di accoglierlo.
Figura eminente nel panorama culturale calabrese, Franco Emilio Carlino incarna da decenni un modello di impegno civile e pedagogico fondato sulla valorizzazione della memoria, della partecipazione e del sapere condiviso. Docente di lunga esperienza, animatore instancabile degli Organi Collegiali della scuola pubblica e protagonista di rilievo nei movimenti per l’orientamento scolastico e la formazione democratica, Carlino ha saputo intrecciare il rigore dell’analisi istituzionale con una sincera dedizione al territorio e alla sua storia. Presidente del Distretto Scolastico n. 26 di Rossano e componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Cosenza, ha sempre concepito l’impegno educativo come responsabilità collettiva, promuovendo, attraverso studi, pubblicazioni e progetti concreti, una scuola capace di ascoltare, includere e trasformare. Studioso attento della storia locale e della genealogia nobiliare, accademico e uomo di associazionismo culturale (tra cui l’UCIIM e l’Università Popolare di Rossano), Carlino ha saputo costruire un ponte fra la riflessione storiografica e la testimonianza attiva, dando voce a una visione pedagogica fondata sulla consapevolezza identitaria e sul dialogo intergenerazionale.



