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Rino Rossi – IPhone Art

L’ArteCheMiPiace – Interviste





di Giuseppina Irene Groccia | 2 Aprile 2020 |

Rino Rossi si configura nella scena dell’arte digitale come un iPhone Artist, capace di esplorare tematiche visive attraverso l’uso di nuove tecnologie.

Un mondo magico dove padroneggia le tecniche specifiche del suo mezzo, rispettando tutte le conoscenze di prospettive, composizione, uso del colore e della luce. 

Il risultato è ricco di visioni che varcano il confine del contemporaneo.


Proviamo a conoscerlo meglio..

Come ti sei avvicinato alla iPhone Art?
Ho incrociato la fotografia mobile (e poi la mobile-art) del tutto casualmente. Nel 2011 scaricai per curiosità sul mio iPhone l’app. Hipstamatic e, quasi per gioco, iniziai ad utilizzarla. Da quella scintilla è scaturito un fuoco che, davvero, ancora non smette di ardere. Ricercando sul web ho scoperto poi un mondo incredibile di applicazioni, riviste, accessori, corsi on line, concorsi, mostre e, soprattutto, un numero vastissimo di incalliti seguaci dell’iphoneography (e della mobile photography in genere). Così, nel tempo, ho imparato ad affinare le pratiche di ripresa e, principalmente, quelle di editing, facendo pian piano tesoro delle esperienze altrui e di quelle acquisite da me.





Perché hai scelto di soffermarti su questa specifica forma d’arte?
Essendo completamente autodidatta e non potendomi considerare assolutamente un “fotografo” nella più generale delle accezioni, preferisco, al momento, gestire le mie pulsioni artistiche attraverso un semplice smartphone, che diviene quasi uno studio portatile. Hardware e software professionali dedicati a ripresa e ritocco darebbero, forse, risultati migliori, a fronte, però, di una spesa molto più elevata. L’iPhone è in grado di offrire buone prestazioni tecniche se si vuole rimanere in ambiti meramente didascalici, ma può anche dare grandi soddisfazioni nella sfera sperimentale/artistica, grazie a centinaia di applicazioni correlate. Non parliamo, poi, della praticità del suo uso nella street-photography : è praticamente invisivile e dannatamente pratico. Da non tralasciare neppure la pratica dello screenshot, che, ad esempio, inserita all’interno di una doppia esposizione, può fornire frutti insperati.





Spiegaci la tua tecnica..
Quasi tutte le immagini che uso vengono scattate con l’iPhone. Posseggo anche una mirrorless Olympus, ma ho scelto un modello con wi-fi proprio per convogliare le riprese sul telefono per editarle con le sue app. Lo sviluppo di un lavoro segue quasi sempre lo stesso iter : si parte con la selezione della (o delle) foto, poi si definisce il tipo di editing (ritaglio, inquadratura, semplice filtro, più filtri, textures, composizione, stratificazione o sovrapposizione) e alla fine si rivede il tutto sul monitor del pc, che diventa il giudice finale. Ho scaricato tantissime applicazioni dedicate alla fotografia, ma, in buona sostanza, utilizzo quasi sempre le stesse venti/venticinque. Di tanto in tanto ne recupero qualcuna in disuso (o ne scarico qualcuna nuova), ma, quasi mai, con risultati gratificanti. Nei limiti delle mie possibilità economiche, prediligo stampare il materiale che ritengo più significativo, senza escludere alcun tipo di supporto : carta professionale, cartoncino, vetro, forex, dibond, cartone riciclato. Ogni tanto, inoltre, raccolgo i progetti in book fotografici.





Ci sono artisti a cui ti ispiri?
Posso parlare di quelli che maggiormente mi hanno colpito (e mi colpiscono), ma senza affrontare il delicatissimo tema delle influenze. In ordine del tutto casuale : Michael Ackerman, Mario Giacomelli, Luigi Ghirri, Edward Hopper, (gli esperimenti di) Paolo Gioli, Mario Carrieri, Sarah Moon, Man Ray, Saul Leiter, Edward Weston, Alex Web, il surrealismo in generale … Invece credo di essere stato fortemente ammaliato dalle meravigliose copertine dei dischi dell’etichetta 4AD, realizzate dal graphic designer (da poco scomparso) Vaughan Oliver, con il marchio 23Envelope.





Quale è la tua personale fonte di ispirazione?
Ricollegandomi alle appena citate copertine della 4AD, in assoluto la mia prima fonte di ispirazione è la musica. La passione per l’ascolto mi ha catturato fin dai primi anni della vita, tant’è che, per più di venti anni, ho lavorato in vari negozi di dischi/cd/dvd. Ho manipolato migliaia di supporti musicali, assorbendone odori, forme, colori e anima. Parto molto spesso da un pezzo (o solo dal titolo dello stesso) per ispirarmi ad una nuova creazione. E’ vero anche il contrario, cioè che una mia immagine può ricordarmi una canzone, un album o una copertina…





Il cinema, la musica, la letteratura influiscono sui tuoi lavori?
Tralasciando la musica (della quale grande importanza ho già discusso), è inevitabile che il cinema (grande arte visiva assieme alla pittura) influisca o abbia influito sul mio percorso. Citerei cinque titoli : “La Jetée” di Chris Marker, “2001 Odissea Nello Spazio” di Stanley Kubrick, “Il Gabinetto Del Dottor Caligari” di Robert Wiene, “Freaks” di Tod Browning e la serie cartoons degli anni ’70 “Professor Balthazar”. Anche con la letteratura ho un ottimo rapporto e, a testimonianza di ciò, esiste il progetto “Osmosi/Le Città Invisibili”, che è stato mostra multimediale a Pescara (Galleria D’Adamo, Aprile-Maggio 2018), ma prima ancora un libro (Osmosi-2017), entrambi strettamente interconnessi allo stupendo “Le Città Invisibili” di Italo Calvino.





C’è una tua opera alla quale sei particolarmente legato?
Difficile selezionarne, specie per un logorroico visivo come me. Forse, però, direi che ricordo con trepidazione la preparazione di “Fiction”, la mia prima idea di progetto scomposto presentato alla collettiva VibrArte del 2016 a Colonnella. Un pannello di un metro per un metro, con l’immagine interna frazionata e suddivisa in 16 frammenti da 20 x 20 centimetri. Per il sottoscritto, una rivoluzione a quell’epoca.






Un pensiero per il futuro.
Nell’immediato futuro vorrei avere la possibilità di esporre “Dieresi(e)”, un lavoro a cui tengo particolarmente, non foss’altro perché ho realizzato e pitturato tutti i pannelli a mano e da solo. Proprio per le sue non troppo ortodosse dimensioni (sei pannelli da un metro per cinquanta centimetri e tre pannelli da un metro per un metro) difficile da proporre in qualsivoglia allestimento. Per l’anno prossimo (che coincide con il decimo anni di attività in questo settore), invece, mi piacerebbe raccogliere il meglio della mia produzione in un unico progetto grafico : “2011-2021 Ten Years In One Book”.




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🔘Rino Rossi on Instagram
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Intervista a cura di Giuseppina Irene Groccia 


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Rino Rossi is an active participant of the digital art scene as an iPhone Artist, capable of exploring visual themes through the use of new technologies. A magical world where he masters the specific techniques of his medium, with great experience and knowledge of perspectives, composition, use of colour and light. The resulting work is full of vision that crosses the borders of the contemporary image making. 




How did you approach iPhone Art?

I crossed mobile photography (and then mobile art) quite casually. In 2011, out of curiosity, I downloaded the Hipstamatic app to my iPhone, I began to use it initially for fun. From that spark a fire has sprung which, really, still does not stop burning. By searching the web, I discovered an incredible world of applications, magazines, accessories, online courses, competitions, exhibitions and, above all, a huge number of like minded followers of iPhoneography (and of mobile photography in general). So, over time, I learned to refine my shooting practices and, mainly, the editing ones, slowly taking advantage of the experiences of others and those I personally acquired.



Why did you choose to dwell on this specific art form?

Being completely self-taught and not being able to consider myself absolutely a “photographer” in the most general sense, I prefer, at the moment, to manage my artistic drives through a simple smart phone, which almost becomes a portable studio. Professional hardware and software dedicated to shooting and retouching would, perhaps, give better results on the face of it. However this would come at a much higher expense.
The iPhone is able to offer good technical performance if you want to remain in merely didactic areas of learning, it can also give great satisfaction in the experimental / artistic sphere, thanks to hundreds of related applications. Let’s not talk about the practicality of its use in street photography: it is practically invisible and damn practical. Do not forget the practice of the screenshot, which, for example, inserted inside a double exposure, can provide unexpected fruits.



Explain your technique…

Almost all the images I use are taken with the iPhone. I also own an Olympus mirrorless camera, but I chose a model with wi-fi to convey the footage on the phone to edit them with its apps. The development of a work almost always follows the same process: it starts with the selection of the photo (s), then the type of editing is defined (cropping, framing, simple filter, multiple filters, textures, composition, layering or overlapping) and in the end everything is reviewed on the PC monitor, which becomes the final judge. I downloaded a lot of applications dedicated to photography, but, in essence, I almost always use the same twenty / twenty five. From time to time I recover some of them that are no longer used (or I download some new ones), but, almost never, with gratifying results. Within the limits of my economic possibilities, I prefer to print the material that I consider most significant, without excluding any type of support: professional paper, cardboard, glass, forex, dibond, recycled cardboard. I also occasionally collect projects in photo books.





Are there any artists you are inspired by?

I can talk about the ones that most impressed me (and impress me), but without addressing the delicate issue of influences. In a completely random order: Michael Ackerman, Mario Giacomelli, Luigi Ghirri, Edward Hopper, (the experiments of) Paolo Gioli, Mario Carrieri, Sarah Moon, Man Ray, Saul Leiter, Edward Weston, Alex Web, surrealism in general. 
Instead I think I have been greatly enchanted by the wonderful album covers of the 4AD label, created by the graphic designer (recently passed away) Vaughan Oliver, with the 23Envelope brand.





What is your personal source of inspiration?

By referring to the aforementioned 4AD covers, my first source of inspiration is absolutely music. The passion for listening has captured me since the early years of my life, so much so that, for more than twenty years, I have worked in various record / CD / DVD stores. I have manipulated thousands of musical supports, absorbing their smells, shapes, colours and soul. I start very often from a piece (or just from the title of the same) to get inspired by a new creation. The opposite is also true, that is, one of my images can remind me of a song, an album or a cover.


Do cinema, music, literature influence your works?

Leaving aside music (of which great importance I have already discussed), it is inevitable that cinema (great visual art together with painting) influences or has influenced my path. I would cite five titles: Chris Marker’s “La Jetée”, Stanley Kubrick’s “2001 A Space Odyssey”, Robert Wiene’s “Doctor’s Cabinet Of Doctor Caligari”, Tod Browning’s “Freaks” and the 1970s cartoons series “Professor Balthazar “. I also have an excellent relationship with literature and, as evidence of this, there is the “Osmosis / The Invisible Cities” project, which was a multimedia exhibition in Pescara (Galleria D’Adamo, April-May 2018), but first of all a book (Osmosis-2017), both closely interconnected with the wonderful “The Invisible Cities” by Italo Calvino.


Is there a work of yours that you are particularly attached to?

Difficult to select, especially for a weary visual like me. Perhaps, however, I would say that I remember with trepidation the preparation of “Fiction”, my first idea of a decomposed project presented at the 2016 VibrArte collective in Colonnella. A panel of one meter by one meter, with the internal image divided into 16 smaller panels of 20 x 20 centimetres. For myself, a revolution at that time.

A thought for the future

In the near future I would like to have the opportunity to exhibit “Dieresi (e)”, a job I particularly care about, if only because I made and painted all the panels by hand and alone. Precisely because of its not too orthodox dimensions (six panels of one meter by fifty centimetres and three panels of one meter by one meter) difficult to exhibit or show other than specific settings. For next year (which coincides with the tenth year of activity in this sector), however, I would like to collect the best of my production in a single graphic project: “2011-2021 Ten Years In One Book”.


Interview by Giuseppina Irene Groccia


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L’Arte contro il CoronaVirus

di Giuseppina Irene Groccia |26|Marzo|2020



Artisti del nostro territorio mettono a disposizione le proprie opere per sostenere una raccolta fondi utile a far fronte a questa emergenza sanitaria.
Le loro opere verranno proposte per la vendita attraverso le piattaforme social, in modo da raggiungere più persone possibili ed arrivare in tempi stretti all’obiettivo, che è quello di supportare la Protezione civile di Corigliano Rossano.
Il valore finale della donazione sarà destinato interamente all’acquisto di attrezzature e dispositivi necessarie all’emergenza Covid 19.
Una grande occasione per fare del bene e assicurarsi una delle opere donate da parte degli artisti.
Scegli l’opera su cui fare la tua donazione e contattaci a questi recapiti:
Phone 3292345941
Email  roro3@libero.it
In seguito alla tua donazione, che farai personalmente attraverso l’Iban segnalato dalla protezione civile, potrai aggiudicarti il quadro da te prescelto.


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La finestra di fronte – Ferzan Ozpetek

di Giuseppina Irene Groccia   |01|Febbraio|2020




Ferzan Ozpetek è uno dei miei registi contemporanei preferiti, lo amo profondamente forse perché nei suoi film trapela spesso una struggente malinconia.
Questo suo film in particolare, uscito nel 2003 è una riflessione sui nostri sogni, sui nostri amori, sulle nostre scelte.. è una struggente indagine sui ricordi del cuore.
Ozpetek fa un passo avanti guardando al passato, restituendo dignità alla memoria di una generazione di omosessuali che non solo non poteva dare un nome al suo amore ma non poteva nemmeno viverlo.






Ne è testimonianza la lettera scritta da Davide Veroli a Simone

Mio caro Simone,
dopo di te, il rosso non è più rosso. L’azzurro del cielo non è più azzurro. Gli alberi non sono più verdi. Dopo di te, devo cercare i colori dentro la nostalgia che ho di noi. Dopo di te, rimpiango persino il dolore che ci faceva timidi e clandestini.
Rimpiango le attese, le rinunce, i messaggi cifrati, i nostri sguardi rubati in mezzo a un mondo di ciechi, che non volevano vedere perché, se avessero visto, saremmo stati la loro vergogna, il loro odio, la loro crudeltà. Rimpiango di non aver avuto ancora il coraggio di chiederti perdono. Per questo, non posso più nemmeno guardare dentro la tua finestra. Era lì che ti vedevo sempre, quando ancora non sapevo il tuo nome.
E tu sognavi un mondo migliore, in cui non si può proibire ad un albero di essere albero, e all’azzurro di diventare cielo. Non so se questo è un mondo migliore, ora che nessuno mi chiama più Davide, ora che mi sento chiamare soltanto signor Veroli, come posso dire che questo è un mondo migliore?
Come posso dirlo senza di te?
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Indimenticabile lo sguardo di Massimo Girotti, grandissimo attore che interpreta egregiamente Davide Veroli, morto ottantaquattrenne poco dopo il termine delle riprese del film, quando ricorda:
“C’è sempre la possibilità di cambiare. Devi pretendere di avere una vita migliore, non soltanto sognarla. Io non ce l’ho fatta”.
È un film denso e appassionato, fatto di sguardi e di volti, sull’impegno morale di responsabilità e la consolante possibilità di amori immaginati, vissuti attraverso il ricordo o la parola 
La storia de ‘La finestra di fronte‘ nasce da un fatto vero capitato al regista: “Un giorno a Ponte Sisto ho visto un signor anziano, confuso, con i soldi in mano. L’abbiamo portato a casa dopo un’ora: erano 30 anni che non usciva di casa. Mi pento di non avergli chiesto perché. Vado spesso al ghetto, è impregnato di ricordi”. 

Ognuno lascia qualcosa dietro di sè: questo è il segreto della memoria” dice Giovanna Mezzogiorno nel finale del film, accompagnata dal bel tema musicale ‘Gocce di memoria‘ scritto da Andrea Guerra per Giorgia, che conclude con perfetto tempismo la bellissima sequenza finale. 



Un film giustamente pluridecorato ai David di Donatello:
Miglior film, migliore attore protagonista (Massimo Girotti, postumo), migliore attrice protagonista (Giovanna Mezzogiorno), migliore musicista (Andrea Guerra) e il premio David Scuola. 
Come anche ai Nastri d’Argento:
Miglior soggetto (Ferzan Ozpetek e Gianni Romoli), migliore attrice protagonista (Giovanna Mezzogiorno), migliore canzone originale: “Gocce di memoria” di Giorgia.
Segno che La finestra di fronte lasciò davvero il segno e Ferzan Ozpetek riuscì a scavare con efficacia nei sentimenti ritrovati attaverso la memoria storica e personale.





Montaggio video e testo a cura di Giuseppina Irene Groccia
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Yimou Zhang by Hong Yi

L'ultima volta che abbiamo visto l'artista di Shanghai Hong Yi, alias Red, stava dipingendo un ritratto della pop star asiatica Jay Chou con anelli di macchie di caffè. L'artista nota per i suoi materiali e metodi pittorici non convenzionali è tornata con un ritratto del famoso regista cinese Yimou Zhang fatto di calze. Il ritratto calzino monocromatico su larga scala è tenuto insieme con spille e sostenuto da bastoncini di bambù. Utilizzando 750 paia di calze, aggiungendo ombra e profondità con uno schema nero, bianco e grigio, l'artista riproduce il volto di uno dei suoi registi preferiti nel corso di tre instancabili settimane.
La Red attribuisce le ragioni del suo mezzo di scelta (questa volta) all'ispirazione che ha trovato da un piccolo vicolo che ha incontrato quando si è stabilita per la prima volta a Shanghai. Al di sopra di questo sentiero abbastanza stretto c'erano stendibiancheria fatte con bastoncini di bambù. La sorprese vedere una fetta di vita così tradizionale in una città grande e vivace.
Attraverso la sua ispirazione ha trovato una connessione con Zhang, che è noto per incorporare bastoncini di bambù nei suoi film d'epoca (Eroe, House of Flying Daggers, Curse of the Golden Flower) e la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino 2008. Invece di creare il ritratto con le magliette per riecheggiare il bucato, ha optato per l'uso dei calzini perché erano più piccoli e più economici. Siamo costantemente sorpresi dalle espressioni innovative di Red e non vediamo l'ora di vedere quale nuova idea ha in serbo!

A cura di Giuseppina Irene Groccia 

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Klimt – Eros & Psiche

di Giuseppina Irene Groccia.   |23|Gennaio|2020|

Klimt – La nascita della Secessione viennese
Con la fondazione del Secessionismo, Klimt rompe con il conformismo austroungarico per un’arte che doveva servire a scardinare i tabù, con una nuova visione della donna erotica, fragile ma di una bellezza più completa e colonna portante della società.
Klimt è tra i primi artisti figurativi a rompere il conformismo austroungarico. L’imperialismo era un momento di grande disciplina e rigidità. Klimt aveva fondato con altri artisti il movimento secessionista col desiderio di allontanarsi dalle regole dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, la troika dell’arte, l’autorità che decideva cosa si potesse fare e cosa no. Egli voleva una nuova arte, che colpisse soprattutto i tabù. Dall’idea del sesso, all’immagine della donna, impone la sua visione grottesca sul concetto accademico di bellezza. È coetaneo di Freud e ancora prima di lui, con l’arte figurativa, ha tentato di navigare dentro l’inconscio, di scoprire le parti nascoste dell’uomo.
Klimt spezza il conformismo, lo fa attribuendo alla donna un grande valore perché riconosce quanto, fino a quel momento, abbia vissuto costretta e per niente libera. E cambia pure il modo di rappresentarla: nel mondo di Klimt la donna ha una sensualità molto diversa rispetto a quella dei canoni della bellezza classica. Ora la donna è più padrona di se stessa. Nonostante le sue fragilità e le debolezze vengono fuori dai ritratti di Klimt, ne risulta solo una bellezza più tridimensionale. La donna ha un ruolo portante nella società, non ne è più solo un orpello e non so, oggi, quanto ci siamo evoluti rispetto a quel momento.. Probabilmente, la visione artistica dei secessionisti sarebbe moderna ancora oggi! 



     Video Editing Giuseppina Irene Groccia 







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Egon Schiele – Malinconico Eros


di Giuseppina Irene Groccia.  |23|Gennaio||2020

“Io esisto per me e per coloro ai quali l’inestinguibile sete di libertà che ho in me dona tutto, ed esisto anche per tutti, perché amo – anch’io amo – tutti. Sono il più nobile tra gli spiriti nobili – e quello che più ricambia tra chi ricambia. Sono un essere umano, amo la morte e amo la vita.”
Egon Schiele
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           Video Editing Giuseppina Irene Groccia 
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